#SvegliatItalia

In fuga “semplicemente” per poter essere se stessi

Un milione di sveglie puntate all’unisono, un milione di persone in 100 piazze in tutta Europa, un milione di voci unite per chiedere al Governo di rompere gli indugi: non è più tempo di rimandare l’approvazione di una legislazione equa sulle unioni civili. Il disegno di legge proposto dalla senatrice del Partito Democratico Monica Cirinnà verrà discusso in Parlamento a partire dal 28 gennaio: alla strenua opposizione dell’intero universo sociale legato al Family Day (Italotreno e Pirellone compresi), fa da contraltare un’Italia aperta, che sabato 23 si è mobilitata per chiedere uguaglianza e suonare la sveglia al resto del Paese.

Quello che è sceso in piazza non è semplicemente il “popolo arcobaleno”, ma un mare eterogeneo di normalità: c’è chi ha dedicato la vita a questa battaglia e “che fai? Manchi proprio oggi che siamo ad un passo da una piccola vittoria?”, chi evidenzia i limiti del disegno di legge che, se approvato così com’è ora, non porterebbe ad una vera e propria equiparazione tra matrimoni e altre forme di unione riconosciute. C’è chi sente di essere un privilegiato perché tutelato e non accetta che a gay, lesbiche, trans non siano offerte le stesse opportunità, chi è stufo dei proclami e partecipa perché il sostegno simbolico non basta più. A Bologna, più di 7mila persone hanno partecipato al flash mob organizzato da Amnesty International Emilia Romagna, ArciGay – Cassero LGBT Center, ArciLesbica Bologna, RED, Bogasport, Famiglie Arcobaleno, KOSMOS, Indie Pride, MIT Movimento Identità Transessuale, Uaar Bologna, Uni LGBTQ. Tra le sigle spicca quella di MigraBO LGBT, costola dell’ArciGay che si occupa della tutela dei diritti dei migranti LGBT. Jonathan Mastellari è una delle anime del movimento bolognese per i diritti civili nonché portavoce di MigraBO: “Noi abbiamo partecipato alla giornata di ieri con la speranza che questo sia un primo passo: si tratta di uno step iniziale, l’obiettivo resta il riconoscimento di pieni diritti per tutti”, migranti compresi.

L’ORAM è un’agenzia legata all’UNHCR che si occupa delle discriminazione subìte dai migranti LGBT

Nato nel capoluogo emiliano nel 2012, MigraBO LGBT è frutto della collaborazione tra associazioni e realtà del territorio che hanno scelto di mettere in rete le proprie risorse e peculiarità per offrire un servizio specifico ai migranti costretti a lasciare il proprio paese d’origine per via del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere. In Italia esistono associazioni affini a Milano, Palermo, Napoli, Verona: ancora poche per coprire pienamente il territorio nazionale. “Ci è capitato, spiega Mastellari, di seguire casi anche nelle Marche, in Veneto, a Roma, pure in Sardegna grazie al forte network che abbiamo creato in questi anni.” Ci troviamo di fronte ad una questione particolarmente delicata: mentre in Italia la Lega Nord, e in particolare i presidenti delle Regioni Lombardia e Veneto, hanno avviato la loro personalissima crociata contro il “gender”, vi sono 78 paesi in cui l’omosessualità è reato, in 7 è punita con la morte. In 38 paesi africani, per esempio, le persone LGBT vengono arrestate e condannate al carcere solamente perché sono gay. L’Iran, non esattamente un campione del rispetto dei diritti umani, punisce un bacio in pubblico tra persone dello stesso sesso con 60 frustate: atti più “gravi” possono condurre alla pena capitale anche in Arabia Saudita. La legge in Mauritania prevede che “ogni musulmano adulto che commetta atti indecenti o contro natura con un individuo dello stesso sesso” venga lapidato pubblicamente. Nemmeno l’Europa e gli Stati Uniti sono immuni da leggi discriminatorie: in Russia, Ucraina e Moldavia, per esempio, la libertà di espressione delle associazioni LGBT è fortemente limitata dall’autorità.

La discriminazione nei confronti delle persone LGBT è riconosciuta, di conseguenza è naturale che nel flusso di migranti che, ormai in maniera costante, raggiunge l’Unione Europea vi sia una componente che scappa proprio da queste azioni. L’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati, UNHCR, è impegnato direttamente affinché nella maggior parte dei paesi vengano attivate delle procedure speciali: l’idea è di equiparare l’orientamento sessuale e l’identità di genere alla religione per cui è sufficiente l’autoidentificazione come soggetto LGBT per ottenere lo status di rifugiato. In questo modo, il richiedente asilo o protezione internazionale non avrà bisogno di dimostrare di aver subìto violenza direttamente, ma sarà sufficiente provare che potrebbe succedere. Una presa di posizione forte in reazione ad alcune pratiche che hanno coinvolto diversi paesi: in Slovacchia, ma non si tratta di un caso isolato, era utilizzato fino a poco tempo fa il test fallometrico. In pratica, veniva valutata la reazione del soggetto di fronte ad immagini porno gay e lesbiche: una procedura lesiva dei diritti del migrante che è stata messa al bando.  “L’Italia su questi argomenti è abbastanza avanti, racconta Jonathan Mastellari, le Commissioni Territoriali, che si occupano della valutazione dei singoli casi, si stanno formando su queste tematiche. Dallo scorso anno è stato introdotto anche un modulo specifico sulle questioni LGBT per facilitare la comprensione dei casi.” 

Un’immagine tratta dalla pagina Facebook i MigraBO’ LGBT

Dall’ausilio per la compilazione della domanda di asilo sino a progetti di integrazione, l’attività negli sportelli Migra parte dall’identificazione del migrante come effettivamente parte della comunità LGBT. “Dal 2012 abbiamo seguito circa 40 casi, soprattutto uomini. Non è semplice intercettare chi può avere bisogno e contemporaneamente garantirne la sicurezza, racconta il portavoce di MigraBO, per questo abbiamo deciso di evitare materiale promozionale cartaceo. Può essere pericoloso perdere accidentalmente un volantino, raccolto in locali gay oppure in un qualsiasi ufficio.” Infatti, oltre al riconoscimento del proprio status, uno dei principali problemi per i migranti gay, lesbo e trans è che ritrovano in Italia lo stesso clima di omofobia e transfobia da cui sono stati costretti a scappare. L’omosessualità, in molti dei paesi dove è considerata illegale, è percepita come una minaccia anche a livello sociale, di conseguenza permane immutata anche quando le comunità si allontanano dal paese d’origine. Lo sforzo degli operatori è, quindi, concentrato sui social network e sul passaparola per tutelare i richiedenti asilo coinvolti, oltre che nell‘attività di sensibilizzazione su larga scala con il fine di facilitare l’integrazione delle persone in un contesto più aperto e tollerante.

Alcuni casi presentano, poi, ulteriori difficoltà. “Un esempio, riporta Mastellari, può essere quello dell’Iran: a lungo abbiamo faticato a dimostrare la discriminazione poiché esiste una legge che permette la transizione completa finanziata dal governo. Ma ciò accade perché Teheran non vuole una confusione dei generi. Abbiamo seguito un ragazzo (che chiameremo Amil, ndr) per l’appunto trasngender che ha subìto una forte discriminazione, anche violenta, nella sua famiglia che l’ha portato a lasciare il paese.” Inizialmente la Commissione non aveva riconosciuto una forma di protezione ad Amil proprio in virtù della presenza di questa norma: “Ciò che non era stato considerato è questa stessa legge forza gay, lesbiche o bisessuali a completare una transizione che, spesso, non sarebbe prevista secondo le loro intenzioni e questo è discriminatorio.”

Abituati ad affrontare l’argomento da una prospettiva fortemente occidentalizzata e da un contesto condizionato dalla visione cattolica, il rischio è perdere di vista l’origine sociale delle definizioni stesse e delle categorie che utilizziamo. Lo stesso acronimo LGBT è un’eredità del Sessantotto europeo che poco ha da spartire con le culture asiatiche, africane o di alcune popolazioni aborigene. “Noi siamo abituati ad includere queste persone nella comunità LGBT e tendiamo ad ignorare il fatto che essi vivono la propria identità in un’altra maniera. Una delle difficoltà che ci troviamo spesso ad affrontare, spiega Jonathan, è proprio la traduzione, non linguistica ma concettuale, di una condizione personale”. Non è semplice mettere in gioco la propria fenomenologia dell’amore e dell’attrazione per poter poi compilare un modulo, in una lingua sconosciuta, che potrebbe e dovrebbe garantire ad una persona il rispetto di quei diritti che si è visto negare per l’intera esistenza. Diritti che assumono significato in una comunità consapevole e determinata a riconoscerne la dovuta importanza. Del resto, si tratta di diritti dell’uomo, inalienabili, inseparabili, universali: connessi in modo imprescindibili a ciascuno di noi non per ciò che facciamo, ma per ciò che siamo.

@puntoevirgola_

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