Matteo Renzi vs Jean-Claude Juncker: uno scontro tra pesi leggeri

Ci risiamo. Dopo mesi di quiete è ancora scontro aperto tra il nostro premier Matteo Renzi e l’Unione Europea, nella persona del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker. L’ex primo ministro lussemburghese, con la schiettezza (al limite della sfacciataggine) che lo contraddistingue, ha dichiarato che Renzi “ha torto nel vilipendere la Commissione ad ogni occasione”, dopo aver tuttavia praticamente cacciato l’unico membro italiano del suo gabinetto Carlo Zadra. Dal canto suo, il vulcanico Presidente del Consiglio ha risposto che l’Italia “non si fa telecomandare” e che cresce a livello internazionale nonostante qualcuno “preferirebbe averci più deboli e marginali”, tipo Bruxelles e probabilmente anche Berlino.

Dalle parole si è passati ai fatti quando Renzi ha nominato come nuovo rappresentante alla UE il fedelissimo vice-ministro allo sviluppo Carlo Calenda, rompendo la tradizione di membri del corpo diplomatico in quella posizione e dando continuità invece alla preoccupante tendenza ad assegnare incarichi di prestigio solo a chi è fedele alla linea, come nel successivo molto più triste caso di Marco Carrai, componente del celebre “giglio magico”, alla cyber ecurity.

I motivi di tensioni sono molteplici e risalgono ormai ad alcuni mesi. In primo luogo c’è l’unione bancaria. In particolare la creazione di un fondo unico dei depositi comune nella zone euro per assicurare i correntisti in caso di fallimento delle banche, come è successo in Italia di recente nel caso Banca Etruria. Su questo tema la Germania si oppone fermamente secondo il principio “non si usano soldi tedeschi per rimediare a negligenze altrui. La posizione italiana in realtà troverebbe anche il favore di altri paesi come Francia e Portogallo. Peraltro la UE continua a respingere tutte le proposte italiane di convogliare le passività degli istituti di credito in una cosiddetta “Bad Bank”, configurandolo come aiuto di stato in contrasto con le rigide norme sulla concorrenza.

Rimanendo nell’ambito dell’economia, permane il fondamentale problema della crescita nell’eurozona e dei margini di flessibilità di bilancio. Juncker e Renzi si sono attribuiti la paternità di aver allargato le strette maglie del fiscal compact. La pressione italiana è stata certamente essenziale ma lo stesso Juncker è stato da parte sua sicuramente più disponibile ad ascoltare le nostre opportune rimostranze rispetto, per esempio, al ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble. Tuttavia la partita si gioca anche in prospettiva futura, dato che l’ex sindaco di Firenze sa che gli serve altro margine per rendere realtà tutte le promesse contenute nella legge di stabilità, come i bonus fiscali. E se c’è qualcosa al mondo che Renzi detesta, è fare brutte figure di fronte all’opinione pubblica.

Il terzo motivo di dissenso riguarda la costruzione del gasdotto nord stream e le sanzioni alla Russia. In breve la Germania, dopo il fallimento delle ipotesi South Stream e Turkish Stream, sta lavorando per mettere in piedi un canale di fornitura del gas che bypassi l’instabile Ucraina attraversando il mar Baltico, tagliando fuori sia i paesi del sud Europa  che quelli del centro Europa, i quali pare abbiano preso l’iniziativa molto male. Renzi in particolare accusa la Merkel di fare il doppiogioco con Putin, mostrando il pugno duro sulle sanzioni (che indubbiamente ledono gli interessi economici europei e specialmente italiani) e, allo stesso tempo, trattando sottobanco per garantirsi approvvigionamenti energetici più sicuri. Pare che il premier, più pragmatico di altri colleghi continentali riguardo alla posizione da mantenere verso il Cremlino, abbia minacciato addirittura l’astensione riguardo alla proroga delle sanzioni.

E infine sussistono elementi di frizione sull’immigrazione e gli aiuti alla Turchia. Renzi preme giustamente per un maggior sforzo collettivo nel ricollocamento dei migranti in tutti paesi, che praticamente non è mai iniziato. Ma la sua posizione è indebolita dal fatto che altri paesi stiano accogliendo più persone di noi e che sia in corso una procedura di infrazione per non aver raccolto le impronte digitali di quasi metà di chi è sbarcato in Italia. Il premier indispettito dai disaccordi tra gli altri paesi si sta opponendo ai finanziamenti per aiutare la Turchia dell’autoritario Erdogan a gestire (termine politicamente corretto per non dire “contenere”) il flusso migratorio.

Ma le critiche di Renzi a Bruxelles fanno anche (se non soprattutto) parte della sua trita e ritrita strategia comunicativa nella quale esistono sempre delle forze antagoniste che intralciano la rinascita italiana. In un periodo in cui le opposizioni interne sembrano un po’ più tranquille, con il M5S per esempio invischiato nell’affare Quarto, e il PD deve riscuotere consensi in vista delle amministrative, il Presidente del Consiglio ha bisogno di crearsi un nuovo nemico da etichettare come “gufo” e dare in pasto all’opinione pubblica. E chi potrebbe interpretare questo ruolo ingrato meglio di Jean-Claude Juncker, in quanto emblema di tutte le grigie e tiranniche istituzioni comunitarie che nella penisola godono di una bassissima popolarità? D’altronde pare che l’abbia ammesso lo stesso Renzi durante l’ultima direzione del suo partito: “Se ubbidisco alla Commissione perdo le elezioni”. Più chiaro di così.

Tuttavia mi trovo parzialmente in disaccordo con alcuni commentatori, come il vice direttore del “Fatto Quotidiano” Stefano Feltri, che hanno bollato lo “sbattere i pugni” del nostro premier come una tattica inutile e controproducente in sede UE, luogo in cui regna la logica del compromesso e del do ut des. In primo luogo perché, come ho accennato  sopra, ha già funzionato. Renzi facendo le bizze ha strappato un po’ di flessibilità nell’autunno del 2014. A maggior ragione in questo periodo in cui l’UE sembra un banco del pesce, con molti paesi che vorrebbero rivedere Schengen e la Gran Bretagna alla disperata caccia di  nuove condizioni di membership da sottoporre a referendum in estate, crede di poter ottenere qualche altro vantaggio. In secondo luogo, perché su alcune delle questioni evidenziate precedentemente, il governo italiano potrebbe contare sull’appoggio di alcuni alleati significativi. Gli alleati però bisogna avere la voglia e la capacità di cooptarli e raramente l’Italia ha saputo esercitare a dovere questa leadership. Di gran lunga migliore è stato, su questo versante, il record della Germania che ci troviamo a contrastare su tutta la linea. Renzi comunque ha sempre goduto di grande popolarità fuori dai confini nazionali e non si sa mai che riesca a sfruttare questo capitale politico in maniera adeguata. In terzo luogo, perché tanto quanto Renzi ci tiene a screditare Commissione, la Commissione deve assolutamente cercare di evitare la trappola rappresentata dalla efficacissima narrativa dicotomica renziana per non subire altri danni in termini di reputazione in Italia, uno dei paesi fondatori dell’Unione. L’unico modo per farlo è dimostrarsi accomodante con le richieste di Renzi. O, quanto meno, non apertamente ostile. In particolare, per quanto riguarda le questioni di bilancio, più sensibili agli occhi dell’elettorato.

Insomma si configura l’ennesimo braccio di ferro tra governo Renzi e istituzioni europee. Che vinca il più forte. O forse il meno debole.

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