Politiche di movimento: l’acronimo LGBT

Le prime esperienze di costituzione di organizzazioni fatte da e per persone omosessuali negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, hanno introdotto, tra gli altri, il termine “omofilia”. Questo neologismo intendeva insistere sulla dimensione affettiva piuttosto che sessuale dell’identità omosessuale. Utilizzato soprattutto al maschile, l’omofilia riguardava tuttavia anche l’omosessualità femminile e, inserito in un contesto fortemente repressivo, accompagnava una mobilitazione più culturale che politica.

Durante la sequenza degli anni post-1968, la conversione all’ideologia rivoluzionaria pone l’omosessualità, e non più l’omofilia, come forma di sessualità minoritaria su cui fondare una politica della sessualità in grado di sfidare e distruggere le strutture eteronormative della società. Infine, l’emergenza della semantica “gay” e “gay e lesbica”, tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, accompagna il sorgere di un attivismo identitario e comunitario caratterizzato dalla creazione di organizzazioni, per lo più associative, a sfondo culturale, giuridico, politico, sportivo, confessionale, professionale, di solidarietà, di servizio e altro.

Il successo dell’acronimo LGBT, dapprima contestato e incompreso, poi globalmente adottato, sta proprio nella sua capacità di attribuire al movimento che porta il suo nome un’identità plurale, e quindi di permettere allo stesso tempo la convergenza della mobilitazione in una causa comune – sebbene strategicamente conflittuale – e l’autonomia politica delle realtà che vi si riconoscono.

Lungi dal rappresentare delle semplici variazioni linguistiche, queste trasformazioni sono il risultato di una parte particolarmente significativa del lavoro militante, ovvero la produzione dei discorsi di mobilitazione, cioè discorsi che servono a costruire una mobilitazione, come azione collettiva, e discorsi che servono a mobilitare i soggetti e le diverse soggettività in campo.

Come e dove nasce l’acronimo LGBT? Quando è apparso in Italia? Quali sono state le implicazioni di questo cambiamento strategico per il movimento che si identifica con questa identità plurale?

La prima apparizione pubblica a livello europeo della formula LGBT associata alle manifestazioni dell’orgoglio omosessuale risale al Pride di Londra del 1996, che inaugura la formula “Lesbian, gay, bisexual and transgender Pride”, e subito dopo all’Europride 1998 di Stoccolma, chiamato per la prima volta “Gay, Lesbian, Bisexual & Transgender Pride”, con lo slogan: «L’unità nella diversità».

È interessante notare che la locandina della manifestazione di Stoccolma ha l’ambizione di riflettere la pluralità delle realtà che compongono il movimento, e rinnovare l’immagine “tradizionale” del militante gay. Infatti, se nella foto scelta l’anno prima per il documento di presentazione dell’Europride 1997 di Parigi figurava un giovane gay bianco vestito da statua della libertà – in riferimento ai moti di Stonewall del 1969 a New York –, la locandina dell’Europride 1998 ha come soggetto un gruppo di persone gay, lesbiche, transessuali, transgender, nonché una drag queen, tutte di diverso colore di pelle.

In Italia, già nel dicembre 1994, la nascita del collettivo Azione Omosessuale – Federazione Nazionale di Associazioni Gay e Lesbiche all’iniziativa, tra gli altri, del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli di Roma – segna non soltanto l’ingresso nel paesaggio militante italiano di «un’alternativa a Arcigay-Arcilesbica nazionale», all’epoca in posizione dominante, ma anche l’inizio di un progetto di antagonismo militante il cui risultato sarà la nascita della formula “LGBT” come nuovo discorso di mobilitazione.

Quando Arcigay decide di organizzare il Pride nazionale a Venezia nel 1997, il collettivo propone la creazione di un coordinamento per l’organizzazione di un altro Pride nazionale a Roma, il Coordinamento Nazionale Gay, Lesbian, Bisexual & Transexual Pride Rainbow 97, così presentato: «quella del ’97 è una formula nuova, trasversale, fusione di un orgoglio gay, lesbico, bisessuale e transessuale che vuole, contro la cultura del “ghetto” (prima necessaria, oggi superabile e in parte superata) la reale, concreta visibile partecipazione di tutti».

In effetti, strutturato fin dall’inizio degli anni ottanta sulla base di un principio di verticalità associativa, il paesaggio dell’associazionismo gay e lesbico era allora dominato, su scala nazionale, da Arcigay, il cui funzionamento per affiliazione in circoli aveva permesso la costituzione di una rete sostanzialmente unidimensionale. Lo spazio della militanza omosessuale italiana, per quanto composto da molteplici realtà collettive, era caratterizzato dalla predominanza gay maschile di Arcigay, che finiva per occupare, secondo una logica top-down, una posizione egemonica.

In questo contesto conflittuale che vede affrontarsi tra loro organizzazioni concorrenti, il ricorso a registri discorsivi di mobilitazione diversi costituisce il motore di una trasformazione dell’identità del movimento che si definiva fino ad allora soprattutto “gay”, eventualmente “gay e lesbico”, talvolta “gaylesbico” o “lesbigay”. In questo senso, è significativo che, laddove i discorsi dissidenti e contestatari parlino di “tutte le realtà del movimento omosessuale”, includendo dunque “gay, lesbiche, transessuali, travestiti e bisessuali”, da parte di Arcigay il discorso resti, all’epoca, radicato nel referente universale “gay” e limitato alle sole associazioni “rappresentative”. La politica del conflitto per la definizione dei termini della mobilitazione non si limita quindi unicamente a una scelta linguistica, ma rimanda a concezioni e a visioni opposte del movimento e, più precisamente, di chi o cosa dovrebbe “fare” o “essere” il movimento.

L’introduzione, da parte delle/degli attiviste/i, di un campo semantico estensivo “gay-lesbian-bisexual-transexual” (GLBT, poi diventato LGBT) introduce una nuova configurazione militante fondata sul principio di inclusione nel processo decisionale e nel dibattito interno di tutte le realtà che formano il movimento – in primo luogo quelle lesbiche e transgender che il significante maschile “gay” tendeva a occultare o a oscurare.

Parliamo quindi attualmente di movimenti LGBT al plurale per indicare, appunto, la pluralità di quello che potremmo definire lo spazio della militanza LGBT, ma anche queer, intersex o asessuale (LGBTQIA), cioè uno spazio movimentato all’interno del quale si colloca l’azione di gruppi e associazioni la cui ragione sociale, radicata nell’esperienza singolare dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, trova sviluppo nella costruzione collettiva di una soggettività politicamente significativa. Il registro discorsivo dell’uguaglianza e della diversità all’interno del movimento ha, in un certo senso, contribuito a riformattare il programma politico dei movimenti LGBT attraverso un nuovo discorso di mobilitazione, che rompe con il discorso egemonico maschile del primo movimento gay, per inaugurare una nuova stagione.

Rivendicare l’uguaglianza dei diritti, il riconoscimento delle famiglie omogenitoriali e delle coppie omosessuali è probabilmente il risultato di un processo di democratizzazione, ossia di riconoscimento della pluralità delle realtà e delle identità LGBT, avvenuto anzitutto all’interno dello spazio del movimento LGBT, poi elaborato politicamente in diverse formule di mobilitazione e rivendicato, proprio in questi giorni, al suono di #svegliatitalia in decine di piazze.

I movimenti LGBT hanno realizzato negli ultimi anni, anche attraverso l’adozione dell’acronimo LGBT, una sorta di conversione democratica contribuendo alla modernizzazione del paese e alla valorizzazione della pluralità delle soggettività minoritarie, laddove invece la classe politica italiana ha tristemente fallito. Per quanto insoddisfacente per una piena e reale uguaglianza dei diritti, il DDL Cirinnà sulle unioni civili è senza dubbio un’occasione per il legislatore italiano di porre fine a una situazione vergognosamente incivile.

Massimo Prearo

Pubblichiamo qui una versione rivista e sensibilmente ridotta del saggio Pensare l’unità, praticare la divisione: la nascita della formula “LGBT”, in M. Prearo (a cura di), Politiche dell’orgoglio. Sessualità, soggettività e movimenti sociali, ETS, Pisa 2015, pp. 19-37

Articolo pubblicato su Io sono minoranza

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