Sarri VS Mancini: Cosa resta, se non ci rispettiamo più?

Adoro i pranzi domenicali.
Vivrei di pranzi domenicali, perché sono l’essenza dello star bene, almeno una volta a settimana.
La scorsa domenica, per esempio, ne ho fatto uno con ex-colleghi di lavoro estivo, con cui però continuiamo a sentirci e frequentarci.
In mezzo a tutte le solite conversazioni di convenevoli, gossip, gag mal riuscite e filosofia post-moderna, ho fatto una domanda: voi rispettate il mio pensiero? Ma soprattutto: pretendete che il vostro sia rispettato a priori?

Io sostengo che no, che se dico qualcosa di totalmente avulso dalla realtà, culturalmente inaccettabile, mi venga fatto notare, mi venga contestato e fortemente criticato.
Non voglio che sia rispettato il mio pensiero, ma il mio diritto di esprimerlo.
E sono cose ben diverse: il primo appartiene alla mia formazione, a quello che sono e che ho imparato a stare nel mondo, ed essendoci qualche miliardo di miei simili, sicuramente mi aspetto che questo pensiero possa essere il contrario della pubblica decenza per altri.
Però il problema sta proprio qui: se ti permetto di dirlo, tu mi permetti di contestarlo.
Non devo avere rispetto di quello che dici, non per forza, e tu non puoi pretenderlo.
Se devo riprenderti, lo faccio.
Se devo insultarti, lo faccio.
Nell’ultimo periodo abbiamo assistito a tormentoni in tema politico e di diritti civili, ma nessuno credeva che un banale alterco tra allenatori potesse diventare caso nazionale.

Lo saprete tutti: Maurizio Sarri – tecnico del Napoli – che dà del “finocchio” e “frocio” a Roberto Mancini – tecnico dell’Internazionale. Bufera: Mancini va in diretta televisiva e attacca il collega toscano definendolo “razzista e omofobo”. Su tutti i media impazzano meme, opinioni, racconti e contro-analisi di un diverbio come nel calcio ce ne sono tanti.
E quindi?
E quindi sorrido nel leggere stuoli di tifosi – non necessariamente nerazzurri e azzurri, ma tifosi in senso più allargato; potremmo ridurre le barricate a “moralisti” vs “lassisti” – che commentano come navigati ed esperti antropologi, o fini analisti delle comunità LGBT e di tutto ciò che rappresentano nella loro quotidiana – e giusta, aggiungo – battaglia per l’ottenimento dei diritti civili completi.
Sorrido perché, partendo dalle parole dell’ottimo Timothy Small, “una cosa è dire frasi da vecchietto di provincia quando alleni una provinciale, un’altra è quando dici quelle frasi su un palcoscenico internazionale”.
Insomma, spiazza il fatto che siano bastate due parole dette a cuor leggero – in un momento di agitazione – per scatenare il putiferio.

Io non credo che Sarri sia un omofobo, o un bigotto, o un purista.
Anzi, credo che Sarri abbia fatto molto nel calcio, un calcio che sempre di più si allontanava dalla realtà e il tecnico toscano, in un migliaio di modi, lo ha riavvicinato alla gente.
Sarà perché gioca un calcio semplice e intelligente, sarà perché è l’emblema dell’uomo qualunque, che fa le cose che farebbero tutti – celebre il coffe time al campo, con Tommaso Starace che gli porta la moka – e che pensano tutti.
Ecco, però qui sta il punto: se Sarri usa “finocchio” e “frocio” per offendere Mancini – e ci riesce, significa che siamo tutti noi a non essere usciti da una cultura un po’ troppo dozzinale, dove uno stato concreto della sessualità umana viene utilizzato per recare disturbo agli altri.

E’ vent’anni che gioco a basket, e migliaia di volte mi sono sentito chiamare “nano di merda” – 170 centimetri, nella pallacanestro, così vengono considerati, e nonostante tutto mi sono sempre arrangiato senza uscirne con isterismi.
Perché allora tra Mancini e Sarri sono volati gli stracci – e non solo fra loro?
Perché, nella visione comune della modernità, accusare qualcuno di essere omosessuale diventa immediatamente accostarlo ad un modello non accettato, e quindi diverso, e quindi offensivo.
Sta qui l’offesa, non tanto nel “frocio” o nel “finocchio” che tutti i miei amici omosessuali continuano a vedersi rivolti, senza fare tragedie: sta in quella parte basilare della cultura umana per cui non riusciamo a discostarci da espressioni che sono state sempre utilizzate e considerate offensive.

Il problema è intrinseco all’espressione, non nell’espressione.
Perché ci si può insultare, sì – e questo accadrà sempre, per quanto più educati o creativi si possa diventare – se effettivamente non si stima l’operato di un avversario, ma anche l’insulto può diventare occasione di far passare il messaggio giusto.
E non mi si dica che, allora, non si può più dire niente, perché non è vero.
Si può dire tutto e, come si dice nel quotidiano, il contrario di tutto.
Semplicemente bisognerebbe sviluppare un po’ di sensibilità, come se negli ultimi tempi vivessimo tutti in un mondo parallelo in cui non si sta discutendo di provvedimenti che – toh – impattano direttamente sulla vita dei nostri amici, colleghi, compagni e parenti “finocchi”.
E allora non diventa più folclore, o goliardia, ma mancanza di senso della realtà.
Perché se “è sempre stato così”, allora non vuol dire che debba necessariamente continuare in questo modo. E in questo non c’entra il grado di permalosità di chi riceve le offese, o di chi ne è protagonista inconsapevole – e vi parla uno tendenzialmente permaloso.

No, è diverso.
E’ diverso perché bisogna che ci iniziamo ad accorgere tutti che anche nella disistima profonda si può essere crudi e cinici, senza evocare condizioni e problematiche di cui non si conosce la portata.
Non trovo vincitori, tanto meno vinti, ma un sacco di piccole possibilità per fare quel famoso e mai compreso piccolo passo per l’umanità.
Non sono Sarri e Mancini a doverci spiegare cosa voglia dire essere “froci” o “ricchioni” – “e io devo accettarlo”, diceva Elio in “La follia della donna” – né farsi portatori di messaggi più grandi di loro, per quanto loro possano essere grandi in quello che fanno tutti i giorni su un campo di calcio.
Non le sopporto, le corse alla giustificazione o all’acquisto della sciarpa dell’una o dell’altra squadra.
Qui non è una questione di opinione, ma di condizione umana.
Qualcosa di più sottile, e molto più grande rispetto ad un battibecco tra due professionisti – pagati, da non dimenticare – che rischiano addirittura di peggiorare la situazione e l’atteggiamento degli “altri” su un argomento così complesso e delicato.
Non importa, davvero, che vi facciate paladini di cose che non conoscete.
Non importa giustificarsi per un’espressione sgradevole per qualcuno, leggera per altri.
Non importa, davvero: non provate a cambiare il mondo partendo da queste piccole cose, ma cambiate le piccole cose partendo dal vostro grande, moderno e luccicante mondo del pallone.
Perchè se non ci rispettiamo più, nemmeno come avversari, muore lo sport e la società di cui esso si nutre.

Lorenzo Gualandi

@Larkinoshi

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