Tanto a pochi e poco a tanti. È il capitalismo, bellezza!

“It is simply unacceptable that the poorest half of the world population owns no more than a small group of the global super-rich – so few, you could fit them all on a single coach.” 

Mark Goldring, Oxfam GB Chief Executive.

E non starebbero nemmeno tanto stretti…  Sessantadue persone ricche come i tre miliardi e mezzo di individui più poveri. Sono sessantadue persone contro mezza umanità. Impressionante vero?

Leggere il report dell’Oxfam, dal titolo evocativo “An Economy for the 1%”, non ti mette certo di buon umore. Sapere che metà della ricchezza mondiale è concentrata nelle mani dell’uno percento più ricco della popolazione puzza di sistema feudale, che pensavo finito a inizio Ottocento. Non ne voglio fare una questione esclusivamente morale (e lo è), ma anche tecnica. Un così alto grado di concentrazione non è infatti sano per l’economia, anche perché buona parte di questi immensi capitali sfruttano i paradisi fiscali, sottraendosi al processo di ridistribuzione che la tassazione garantisce. Anche i liberisti più convinti riconosceranno che ciò mozza la mano invisibile tanto cara ad Adam Smith. Mantenere questa concentrazione sarebbe già di per sé un disastro, ma sapere che aumenta ininterrottamente da cinque anni fa cadere le braccia. Le disuguaglianze nelle dotazioni iniziali sono pericolosissime e pesano molto sui risultati: due ragazzi egualmente meritevoli hanno accesso a lavori estremamente differenti a seconda della condizione di partenza. Questo non può che generare ingiustizia e ostacoli alla crescita della collettività.

Le ricette proposte dall’Oxfam hanno, almeno apparentemente, il pregio di attaccare subito la disparità e la concentrazione del capitale. Dall’aumento del salario minimo ad un livello compatibile col costo della vita, a provvedimenti legali che eliminino le disparità di genere, dal controllo delle élite e delle lobby con l’introduzione di leggi sul conflitto di interessi allo spostamento della tassazione dal lavoro al patrimonio e capitale, dalla rinegoziazione di un trattato globale sulla ricerca e sviluppo all’aumento di spesa pubblica per garantire servizi migliori agli strati inferiori della popolazione, concentrandosi su salute e istruzione. Ricette politiche molto prima che economiche, esposte alla vigilia del Forum Economico di Davos, nella speranza che vengano accolte. Quello che si chiede ora ai governi è di rivedere le proprie priorità, avendo l’intelligenza di capire che senza ridistribuzione non può esistere crescita, economica e culturale. Insomma, bisogna ripensare il concetto di giustizia sociale e ridisegnare un sistema economico ormai compromesso, basandoci su equità e ridistribuzione.

Luca Sandrini

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