L’Europa si è persa (ancora una volta) nel labirinto dei gasdotti

Dopo l’ultimo Consiglio Europeo di dicembre il Governo italiano, per bocca del premier Renzi, si era espresso in maniera negativa sul controverso progetto di raddoppio del gasdotto Nord Stream che collega la Russia alla Germania tagliando per il Mar Baltico, parere appoggiato con vigore dai “Visegrad Four” (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria). Il progetto era stato bollato come un’idea principalmente tedesca e come non conforme alle esigenze strategiche dell’Unione: in un periodo di sanzioni economiche contro Mosca (sostenute con forza dalla Germania, un po’ meno dall’Italia) era impensabile far partire un progetto congiunto da 11 miliardi di euro che, per di più, avrebbe complicato l’approvvigionamento energetico degli stati centro – orientali.  Meno di un mese dopo è rimbalzata la notizia di colloqui ad alto livello tra Roma e Mosca volti a sondare il terreno per l’eventuale partecipazione dei capitali italiani al progetto.
Al cittadino italiano la mossa del Governo è sembrata in linea con il piano di fare entrare l’Italia in una partita fondamentale per il futuro dell’UE. Al cittadino europeo (nel senso di europeista, magari con speranze federaliste) sono cascate le braccia. Ma andiamo con ordine.

La bolletta energetica europea è piuttosto salata, intorno ai 400 miliardi di euro. L’Unione Europea importa circa il 53% del proprio fabbisogno, in particolare il 66% del gas combustibile. Di questo, la Russia ne fornisce quasi il 40%. Stante questa situazione, nel 1998 fu presentato per la prima volta il progetto del Nord Stream, inaugurato tra il 2011 e il 2012: la russa Gazprom ne controlla il 51%, mentre il resto è in mano alle tedesche Winthershall e E.ON, all’olandese Gasunie e alla francese GDF Suez; il tutto con un costo complessivo di 14 miliardi. Da qui la situazione si è incredibilmente complicata dal punto di vista strategico, politico ed economico. Cercando di andare all’osso della questione, gli stati europei si sono dati delle giuste priorità: diversificare il proprio borsino energetico, limitare l’influenza della Russia con ogni mezzo possibile, creare una nuova linea di approvvigionamento che coinvolgesse gli stati sud-orientali del continente. Il tutto è stato formalizzato dalla Strategia europea di sicurezza energetica del 2014, dove l’accento è posto sulla necessità di parlare con una voce sola a proposito della politica estera energetica.

Purtroppo, l’univocità di intenti è ciò che è mancato e i leader europei sembrano più confusi che mai in termini di strategia economica, dove ognuno cerca di portare acqua al proprio mulino. L’ambivalenza nei confronti di Gazprom è un primo esempio. Attualmente la Commissione Europea è in lotta con il gigante russo per la violazione delle normative sull’antitrust, accusandolo di sfruttare la propria posizione di mercato rispetto ai paesi dell’Europa centrale per applicare tariffe anomale. Questo si integra nel Terzo Pacchetto sull’Energia che, al fine di evitare la cosiddetta “integrazione verticale”, prevede che lo stesso soggetto non possa essere al tempo stesso il fornitore di energia e il proprietario della rete di distribuzione, oltre al fatto che i gasdotti possano essere accessibili anche da parti terze. In virtù di ciò, oggi il Nord Stream è utilizzato solamente al 50% del suo potenziale e questa è una delle ragioni per cui Mosca ha rigettato il progetto del South Stream, il gasdotto che secondo i piani avrebbe dovuto bypassare l’Ucraina tramite il Mar Nero. A seguito del rifiuto, l’italiana Saipem ha perso 2,4 miliardi di commesse, mentre gli stati orientali esultavano per la difesa delle posizioni ucraine. Contemporaneamente la Trans-Adriatic Pipeline, parte finale della catena che dovrebbe collegare l’Italia con i giacimenti azeri, rivale del South Stream russo, ha ottenuto l’esenzione dal Terzo Pacchetto sull’Energia.

La spinta verso il raddoppio da 11 miliardi del Nord Stream va dunque contro la linea politica delle decisioni precedenti e contro le sanzioni verso la Russia. In particolare il Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk si è scagliato contro il progetto mentre, come sottolineato in precedenza, il governo italiano dopo un primo rifiuto ha iniziato dei colloqui con Mosca. La proposta parrebbe essere vantaggiosa per tutti: la russa Rosfnet acquisirebbe parte di Saipem da ENI, per poi affidarle la posa dei tubi, e in cambio un gruppo italiano potrebbe entrare nella società del Nord Stream II. L’Italia sarebbe dunque della partita, mentre Putin potrebbe presentare un piano con un volto più multilaterale.
Queste ultime sono solo indiscrezioni e solo nei prossimi mesi la situazione sarà più chiara. Rimane però un fatto: la politica europea non ne esce bene, sempre più schiacciata dagli interessi nazionali. La Germania ha mostrato di saper fare il doppio gioco quando si parla di Russia, mentre la Polonia e gli altri stati orientali sono molto attivi nel cercare di contrastare Putin in ogni modo. L’Italia, da parte sua, si sta dimostrando sensibile a un “do ut des” su larga scala. Per carità, le scelte strategiche non si fanno con le belle parole, ma la “voce unica”, ritenuta fondamentale solo un anno e mezzo fa, è come al solito scomparsa quando si è arrivati a un tema davvero scottante. Triste dire che ormai ci siamo abituati.

Roberto Mantero

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