12 Gennaio, siamo tutti di Istanbul

Martedì 12 Gennaio, in una insolita soleggiata mattina invernale, una violenta esplosione ha colpito la città di Istanbul nel cuore del suo storico quartiere Sultanahmet, visitato quotidianamente da migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo.
L’obiettivo dell’attentatore suicida, che si è fatto esplodere vicino all’obelisco di Teodosio, tra la Moschea Blu e Aya Sofya, era proprio quello di colpire la città più visitata e conosciuta della Turchia ed in particolar modo un quartiere turistico dove, tra  le splendide moschee, ci sono hotel ed ostelli della gioventù che ospitano ogni giorno migliaia di turisti desiderosi di ammirare quel mix di stili e culture che hanno arricchito la Turchia nei secoli passati.

Le dieci vittime e i feriti di martedì sono infatti tutti turisti stranieri, per lo più tedeschi, mentre le autorità turche hanno diffuso la notizia che l’attentatore era un giovane di origini siriane ed affiliato all’IS. Quello di martedì mattina è stato, come per i recenti attentati di Parigi e in Tunisia, un altro atto di violenza nei confronti di innocenti che ha deliberatamente voluto colpire il turismo di quei paesi impegnati nella guerra mondiale contro lo Stato Islamico, per questa ragione oggi più che mai c’è il bisogno di dire che siamo tutti di Istanbul.

Il mondo però, in particolar modo quello dei social network, non si è riunito in una preghiera collettiva nei confronti delle vittime e della libertà negata di viaggiare e visitare splendide città, non sono sventolate molte bandiere turche sui profili facebook di quanti avevano giustamente sentito l’esigenza di dimostrare la propria vicinanza al popolo francese solo qualche mese fa.

Il disinteresse nei confronti dell’attentato del 12 Gennaio è certamente figlio della confusione generale che c’è riguardo alle notizie di attacchi e bombardamenti provenienti dalla Turchia; non è spesso chiaro se questi atti di violenza estrema siano collegati alla questione Curda o al ruolo della Russia nella crisi siriana o forse, più semplicemente, noi cittadini europei siamo diventati immuni alle notizie di attentati che provengono da oltre i confini politici dell’Unione Europea.

La questione è certamente difficile, la situazione politica tra Siria e Medio Oriente è complessa e i media non aiutano a chiarire i legami tra gli eventi. La Turchia è un paese tanto eterogeneo al suo interno quanto lo è nelle sue relazioni regionali e ancora più importante, è governato da più di tredici anni da un neo sultano che ha notevolmente ostacolato i processi interni di rappresentanza delle minoranze etniche e ha perseguito una politica muscolare nei confronti della Siria di Assad.

Sultanahmet

La Turchia però, così come la Tunisia, è un paese che a piccoli passi sta portando avanti il suo processo interno di democratizzazione attraverso una spinta che viene in particolar modo dalla società civile; l’aspetto dei flussi turistici e dei legami economici che questi movimenti creano è parte essenziale di questa transizione ed è proprio il punto nevralgico su cui gli attentatori dell’IS agiscono. Sentirsi tunisini o turchi oggi è un atto morale importante per mostrare vicinanza a coloro che stanno combattendo la loro guerra contro lo Stato Islamico da una posizione svantaggiata rispetto alla nostra.

L’attacco di martedì 12 Gennaio è stato un atto nei confronti di un paese, e di un leader, che ha definitivamente preso una posizione nei confronti dello Stato Islamico, la Turchia di Erdogan, infatti, aveva mantenuto fino a pochi mesi fa quel ruolo storico di Stato-Ponte che unisce l’Europa al Medio Oriente giocando un ruolo ambiguo nella crisi siriana.
La Turchia da più di cinque anni permetteva, infatti, il passaggio sul suo territorio di jihadisti per abbattere il regime di Assad e per scongiurare la nascita di uno stato Curdo in Siria. Solo di recente Erdogan ha cambiato rotta impegnandosi nella lotta anti IS e bloccando i rifornimenti verso la Siria in un’ottica di riavvicinamento con l’Unione Europea.

L’attentato di martedì ai piedi dell’obelisco di Teodosio dovrebbe suscitare quegli stessi sentimenti di vicinanza ed empatica nei confronti della libertà negata di un paese, come la Turchia, che ingiustamente sta pagando il prezzo di politiche errate portate avanti da una classe politica ottusa nei confronti della questione siriana. Dovremmo sentirci tutti vicini alla Turchia perché l’attentato di martedì è avvenuto nella cartolina d’Europa, in una tranquilla strada di Sultanahment, nel hub del turismo turco e non ad Ankara o ai confini con la Siria come in passato. Dovremmo sentirci tutti più turchi perché le vittime erano turisti tedeschi che si trovavano in vacanza in un paese meraviglioso che la guerra e gli errori commessi dall’alto tentano di annientare colpendo proprio quei settori economici che forniscono linfa vitale ad una società civile che spinge per riforme e cambiamenti in senso democratico

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