«Il n’y a rien à négocier avec les fascistes»: Charlie Hebdo un anno dopo

Sto ascoltando Ummagumma dei Pink Floyd (il secondo disco, quello in studio, meno bello del primo, live), ho un esame da preparare e sto digerendo un pranzo da all you can eat giapponese.
“È già passato un anno”, penso.
Cerco il numero di Charlie Hebdo uscito qualche settimana dopo la strage, pubblicato in Italia in allegato al Fatto Quotidiano (giornale che generalmente non seguo, eccezion fatta per le brillanti vignette di Natangelo), che non era dove l’avevo messo e spero che nessuno l’abbia erroneamente usato per accendere la stufa.
Lo trovo e lo sfoglio.
C’è una sequenza di vignette di Luz (uno dei pochissimi sopravvissuti della redazione storica, che firma anche la copertina con Maometto che versa una lacrimuccia tenendo in mano un cartello con su scritto “Je Suis Charlie” sotto la scritta “Tout est pardonné”) in cui va a elencare i lati positivi e negativi della strage.

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Mi viene un groppo in gola e sento il bisogno di piangere.
Un anno fa, sono seduto nel mio ufficio (facevo il Servizio Civile) quando mi arriva un messaggio sul telefono che mi dice che a Parigi sta succedendo un casino.
Apro il Post e seguo gli aggiornamenti in diretta.
Dei terroristi islamici sono entrati nella redazione di Charlie Hebdo, forse il più importante giornale satirico francese, e hanno massacrato la redazione a colpi di kalashnikov per poi dirigersi verso altri luoghi ad ammazzare altra gente.
Come feci già un anno fa, lasciate che metta la cosa in prospettiva: questi vigliacchi hanno ammazzato delle persone perché a loro non piacevano i disegnetti che facevano.
Se pensate che ci sia di più in questa storia, potete pure smettere di leggere, perché probabilmente finireste con l’offendervi.
La storia non ha nulla di più, perché aggiungerci qualcosa vuol dire giustificare i vigliacchi, vuol dire legittimarli, vuol dire mettere in discussione quelli che sono dei punti fermi del nostro essere europei e umani, vuol dire pisciare sulla tomba di Charb e gli altri (anche se penso che sarebbero ben contenti se qualcuno pisciasse sulla loro tomba, perché significherebbe aver fatto incazzare qualcuno anche da morti).
Eppure, in questo anno, e sorprendentemente già a brevissima distanza dalla strage, un sacco di gente si è prima affrettata a stracciarsi le vesti e strapparsi i capelli per quanto accaduto salvo poi aggiungere i vari però e ma e dopotutto e tutta questa specie di cose.
Uno fra tanti Jorge Mario Bergoglio, che ha precisato che non è bello se ti sparo, ma dopotutto se tu mi offendi la mamma io sono più che legittimato a darti un pugno, implicando che la libertà di espressione è valida MA (in questo caso, MA non quando offende la religione: è degno di nota che la chiesa cattolica ha portato il Charlie Hebdo in tribunale per undici volte contro un’unica volta di un’associazione musulmana francese).
Ma anche i capi di governo sauditi, presenti alla marcia per le vittime e la libertà organizzata nei giorni successivi, che hanno inaugurato il 2016 eseguendo 47 condanne a morte (e detengono ancora il blogger “apostata” Raif Badawi, “colpevole” di aver offeso il profeta.
“Je Suis Charlie” risuonava ovunque, dalle immagini profilo di facebook ai ministri e parlamentari più improbabili.

Eppure, a un anno, non è cambiato assolutamente nulla.
Quante lezioni abbiamo imparato?
Zero.
Quante sciocchezze abbiamo evitato di dire?
Se possibile, meno di zero.

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Nel frattempo è uscito il nuovo numero di Charlie Hebdo, dedicato all’anniversario, e in copertina c’è proprio Dio, sporco di sangue, sotto il titolo “L’assassin court toujours” (“L’assassino è ancora in fuga”). Ovviamente tutti quelli che si sperticavano a dire di essere Charlie solo per non sfigurare adesso gridano allo scandalo, e per esempio l’Osservatore Romano ha definito la copertina “una manipolazione della fede”, e Abdallah Zakri dell’Osservatorio Francese contro l’Islamofobia (espressione usata a sproposito per denunciare, spesso e volentieri, semplicemente la legittima critica dell’Islam o di certe sue declinazioni) che definisce la copertina come “Violenta, un grave insulto alla religione” (come fa notare l’Irish Independent, è interessante che un disegnetto creato in una pubblicazione la cui redazione è stata brutalmente massacrata possa essere definito “violento”). Questi sono solo alcuni esempi di come la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica si affretti a dire che in realtà i terroristi non sono religiosi, perché la religione è buona a prescindere, che non sono “veri musulmani” (di quale corrente, comunque?), perché in realtà l’Islam è una religione di pace.
Ci sono certamente ragioni politiche, geografiche e storiche legate al colonialismo e al neocolonialismo per la nascita di questi movimenti estremisti, ma questo non cambia che la motivazione che consente loro di operare è di matrice esclusivamente religiosa: ma poiché la religione è da sempre “non criticabile”, in quanto magicamente esente da tutta una serie di procedure che si applicano a qualunque altra cosa, allora fingiamo che in realtà la religione sia solo una copertura.
Eppure, come sintetizza molto bene Raffaele Carcano, segretario dell’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti) su Micromega, “Se anche l’ultima copertina ha fatto arrabbiare leader di fedi diverse non è soltanto perché i religiosi sono più permalosi e facili all’offesa. Il problema è che, per prima cosa, racconta in modo semplice e incisivo una verità. Le ultime parole che Charb, Cabu, Wolinski, Tignous e gli altri hanno sentito gridare sono state “Allah è grande”. Sono morti perché qualcuno, per il dio in cui crede, è disposto a uccidere. A compiere stragi in suo nome.”
Badate bene, c’è una differenza fondamentale tra ciò che accade e ciò che viene visto: mentre i vignettisti (di Charlie Hebdo o meno) criticano e “offendono” la religione, i credenti credono che l’offesa sia rivolta verso di loro. Questo è quanto di più sbagliato si possa pensare: come dice sempre Carcano, lo scopo della satira è attaccare il potere (e quale potere è più grande di quello dell’altissimo e onnipotente?), non i più deboli. Allo stesso modo, la satira contro la religione attacca i dogmi e l’ideologia, non i fedeli, che però si sentono offesi perché i loro dogmi e le loro ideologie insegnano che è grave farlo. E sono liberissimi di offendersi, ma essendo generalmente adulti pensanti, dovrebbero rendersi conto che se qualcuno ci offende i casi sono due: o è un imbecille che non sa di cosa sta parlando, e a quel punto possiamo ignorarlo e andare avanti per la nostra strada, oppure non ha tutti i torti, e questa seconda ipotesi dovrebbe portarci a riflettere sul nostro modus operandi. In ogni caso, la soluzione non è metterlo a tacere.
Io sono assolutamente in disaccordo con le opinioni di un sacco di gente, ma mai mi sognerei di impedire loro di esprimerle, per quanto deliranti possano essere.
Nel mio piccolo, cerco di essere ogni giorno un po’ più Charlie, seguendo l’insegnamento del grande Christopher Hitchens, che ci ha lasciato troppo presto, delle cui parole abbiamo un gran bisogno, ora più che mai:

“Seek out argument and disputation for their own sake; the grave will supply plenty of time for silence.”

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[Su Left, l’intervista a Zineb El Rhazoui, sceneggiatrice della Vita di Maometto a fumetti disegnata da Charb, sopravvissuta alla strage di un anno fa, con notevoli spunti di riflessione]

Dedicato con affetto a Stéphane ‘Charb’ Charbonnier.
Guglielmo De Monte
@BufoHypnoticus

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