La Guerra del Calcio: Honduras vs El Salvador

Nel corso della Storia si è visto come il calcio si trascini dietro una serie di interessi, dal semplice tifo ad accordi economici. E si è visto spesso come questi interessi possano degenerare e portare a violenze, scontri e battaglie cittadine, con feriti, danneggiamenti e anche qualche vittima (o anche guerre civili, come potete leggere qui per l’ex Jugoslavia) Ebbene, c’è un caso in cui una partita di calcio ha scatenato una guerra tra due stati, un conflitto lampo che ha portato alla morte quasi seimila persone. E’ la Guerra delle Cento Ore, dato che in effetti durò poco più di quattro giorni. E’ la Guerra del Calcio, il conflitto tra Honduras ed El Salvador, scatenato ed in parte causato da una partita.

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Fonte:adst.org

E’ il 1969, l’anno successivo si sarebbero tenuti i Mondiali in Messico. La Tricolor, in quanto paese ospitante, era già qualificata, permettendo così ad altre nazionali dell’America Centrale di superare il monopolio calcistico messicano e qualificarsi alla massima competizione internazionale. La concorrenza è però agguerrita, perché proprio la contemporanea presenza del Messico limita i posti disponibili ad uno, con dodici nazionali CONCACAF (America del Nord, Centrale e Caraibi) a contenderselo. Via quindi a quattro gironi da tre squadre, con semifinali e finale per decidere chi avrebbe avuto l’onore di partecipare ai Mondiali. I quattro gruppi vengono vinti rispettivamente da Honduras (Costa Rica e Giamaica), El Salvador (Guiana Olandese ed Antille Olandesi), Stati Uniti (Canada e Bermuda) e Haiti (Guatemala e Trinidad e Tobago). L’urna sorteggia così Haiti – Stati Uniti e Honduras – El Salvador, con gare di andata e ritorno. E non appena esce questo risultato, le antenne di tutta l’America Centrale e dell’OAS (Organizzazione degli Stati americani) si rizzano attente. Per capire perché, è necessario fare un passo indietro.

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Fin dalla loro nascita, Honduras ed El Salvador si sono trovate in conflitto per motivi territoriali. Principalmente, i salvadoregni si lamentavano per l’assenza nel loro stato di uno sbocco sull’Atlantico e per il controllo honduregno sul Golfo di Fonseca. L’Honduras invece soffriva di invidia nei confronti dei cugini. Infatti El Salvador era stato al centro della politica economica statunitense nel continente, con massicci investimenti a stelle e strisce in campo agricolo. Le coltivazioni intensive di banane con manodopera a basso costo portano dollari, e i dollari innalzano il livello di vita. Diminuisce la mortalità, soprattutto quella infantile, e cresce la natalità. Agli albori degli anni ’60, El Salvador è il più popoloso paese dell’America Centrale, dopo il Messico. Il problema è che è anche uno dei più piccoli. E così la disoccupazione cresce a livelli allarmanti, costringendo Fidel Sanchez Hernandez, presidentissimo dello stato salvadoregno, è costretto a firmare nel 1967 un accordo con l’Honduras. I cittadini di El Salvador possono emigrare in cerca di lavoro nel vicino stato. In breve tempo, oltre 300mila salvadoregni vanno a cercare fortuna in Honduras. E la cosa agli honduregni non va tanto a genio, perché gli immigrati creano quartieri e villaggi separati, rubano il lavoro ai locali e impoveriscono gli agricoltori già di per se non proprio benestanti. Ed ecco che appena due anni dopo il Salvini honduregno Oswaldo Lopez Arellano, leader del paese, decide la confisca delle terre e l’espulsione di tutti i proprietari terrieri non nativi, leggasi salvadoregni. I 300mila vengono cacciati dalle loro case e rispediti in patria, dove non potevano essere accolti e dove comunque non avevano più nulla. Siamo nel maggio del 1969.

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Oswaldo Lopez Arellano e Fidel Sanchez Hernandez

L’8 giugno si gioca la semifinale di andata, all’Estadio Nacional di Tegucicalpa. I salvadoregni ritardano fino all’ultimo la partenza per la capitale dell’Honduras, per arrivarvi solamente nella notte della vigilia. Nonostante questo però i tifosi honduregni trovano l’albergo sede del ritiro e disturbano per tutta la notte la squadra, prima con clacson, trombe e pentolame, ma poi anche con una sassaiola contro le finestre dell’hotel. Il giorno successivo, davanti all’albergo, c’è una folla oceanica, ingigantita anche da uno sciopero degli insegnanti e dalla conseguente chiusura delle scuole. Il clima di intimidazione continua, con le gomme recise all’autobus della squadra e il lancio di sassi e uova. La partita viene vinta dagli honduregni, con un gol di testa del difensore Wells nei minuti finali.

Poco dopo quel gol, Amelia Bolanos, diciottenne, figlia di un generale dell’esercito nazionale salvadoregno, spegne la tv che trasmette le immagini da Tegucicalpa, corre in camera e si spara al cuore con la pistola d’ordinanza del padre. Il giorno dopo, i titoli dei giornali sono tutti per lei, e tutti recitano una cosa del genere: “La giovane non ha resistito a vedere la sua patria in ginocchio.” Ad Amelia, inconsapevole di ciò che sta per scatenarsi in suo nome, vengono tributati i massimi onori ed i funerali di stato.

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Il clima quindi non è dei migliori, quando l’Honduras deve affrontare la gara di ritorno a San Salvador. Anche loro decidono di giungere nella sede del ritiro, l’Hotel Intercontinental, solamente all’ultimo minuto, ma probabilmente è lo stesso personale dell’hotel a far spargere la voce. Come risultato, fuori dalla porta si riversa una folla inferocita, che comincia a lanciare pietre contro le finestre dell’albergo, distruggendone molte. Ma ormai gli animi sono inaspriti, e non ci si ferma a disturbare il sonno. La sassaiola continua, e mentre i giocatori sono costretti a rifugiarsi sul tetto, l’accompagnatore della squadra, un salvadoregno, cerca di placare i tifosi. Ma i sassi si rivolgono a lui, ed il giovane viene lapidato a morte sui gradini dell’ingresso. Dopo i sassi arrivano molotov, bombe artigianali, uova e topi morti, ma non si registrano altre vittime. Al mattino la polizia scorta i giocatori honduregni lontano dall’albergo, in case sicure, per poi essere costretta a portare i calciatori allo stadio dentro i blindati. Allo stadio esplode la massima intimidazione. L’inno nazionale honduregno viene fischiato, la bandiera strappata e chiunque si mostri favorevole al nemico, malmenato e picchiato. Sugli spalti si ebbero decine di feriti e due morti, mentre centinaia di auto vennero date alle fiamme nelle vie circostanti.

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Risultato finale, 3 a 0 per El Salvador, con la squadra avversaria impegnata più a salvare la pelle che a giocare. Ma non fini qui, perché al tempo nelle competizioni internazionali non veniva calcolata la differenza reti o i gol segnati, risultava semplicemente che Honduras aveva vinto l’andata, El Salvador il ritorno. Toccava giocare la bella. Per superare il problema di dove giocare questa partita, venne deciso di disputarla pochi giorni dopo, il 26 giugno, all’Atzeca di Città del Messico. I prossimi padroni di casa del Mondiale avrebbero così avuto la possibilità di testare le misure di sicurezza, ed allo stadio vennero schierato 5000 poliziotti. Lo stadio, pieno in ogni ordine di posto, vide una gara molto combattuta, con continui ribaltamenti di risultato. Alla fine però a spuntarla furono i salvadoregni, con la rete decisiva di Mauricio Rodriguez nel primo tempo supplementare. Ed al fischio finale, le forze di polizia si rivelarono del tutto insufficienti. Le tifoserie vennero subito in contatto, prima sugli spalti e poi alle uscite, trasformando le strade intorno allo stadio in un campo di battaglia. La guerriglia durò diverse ore, e solo in tarda serata il silenzio tornò a regnare per Città del Messico.

Contemporaneamente, lo sconfitto Honduras interruppe ogni relazione diplomatica con El Salvador, e si intensificarono le violenze sui salvadoregni, sia i coloni immigrati che i diplomatici. Fidel Sanchez Hernandez provò a comunicare nei giorni successivi con il corrispettivo honduregno, ma le telefonate rimasero senza risposta. Nella notte tra 13 e 14 luglio nei punti di confine tra i due stati cominciarono degli scontri a fuoco tra le truppe regolari. Arellana, temendo la superiorità militare salvadoregna, convocò una riunione dell’OAS, ma El Salvador non aveva intenzione di attendere oltre. Hernandez ordinò così l’inizio di quella che i salvadoregni chiamano la “Guerra de legitima defensa”, invadendo l’Honduras e cominciando i bombardamenti con l’aviazione. Nel corso del terzo giorno di guerra però l’Honduras ribaltò la situazione grazie alla supremazia aerea (circa 25 aerei salvadoregni contro 50 honduregni) e respinse gli invasori al confine, per poi spingersi nei giorni successivi in territorio nemico. Il 18 luglio, alle 22, l’OAS ordinò il cessate il fuoco, accolto in realtà solo da Arellana. Hernandez, facendo leva sull’orgoglio nazionale ferito, cercò di prolungare il conflitto, ma di fatto da quella data non si sparò più. Venne ristabilita la situazione precedente alla guerra, che seppur breve aveva portato a 6000 morti (5000 honduregni e 1000 salvadoregni, tra militari e civili) e 50mila sfollati.

guerra_cien_horas2 (elsalvadorhistorico.org)

“I due governi sono rimasti soddisfatti della guerra, perché per qualche giorno Honduras e Salvador hanno riempito le prime pagine dei giornali di tutto il mondo e suscitato l’interesse dell’opinione pubblica internazionale.” (Ryszard Kapuscinski, La prima guerra del football e altre guerre di poveri). Seimila morti. Più l’accompagnatore salvadoregno. Più i morti allo stadio. Più Amelia Bolanos. E tutto è partito da ventidue ragazzi che corrono dietro ad un pallone.

Marco Pasquariello

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