Piccola geografia dell’omofobia: la paura del “gender”, l’Italia, il Nord Est

Oltre la realtà c’è la fantasia. E, nel regno della fantasia c’è quel mondo magico, incantato, e al contempo inquietante, quel mondo fatto di oscurità sotto il letto, di rumori della soffitta, di spifferi provenienti dalla cantina, di tarli nell’armadio. Oltre alle spaventevoli creature che i bambini amano immaginare, oltre al Babau e alla Strega Mangiacolori, c’è un mostro temibile e sempre più imbattibile, il Gender.
Senonché il Gender, che non punisce i bambini che non fanno i compiti e che dicono le bugie ma quelli che si dilettano con la Cabrio rosa shocking della Barbie, da fenomeno subculturale, è diventato fenomeno sociale, e ora, incredibilmente, istituzionale.
Sono sempre più le istituzioni nel nostro Paese, che, al pari degli inquisitori papali cinquecenteschi della Val Camonica, emanano editti contro lo stregonesco fenomeno. Istituzioni che però, al contrario degli abitanti della Valle bresciana che condannò decine di presunte streghe al rogo, agiscono nell’Europa dei diritti del XXI secolo e all’interno delle funzioni democratiche della Repubblica italiana.

Gli enti territoriali più colpiti, in buona pace dei difensori della superiorità padana, sono quelli comunali e perfino regionali del Nord Italia.

Il caso più emblematico, e che forse ha destato più scandalo, è quello della Lombardia. La Lombardia, regione ricca del Paese, è governata dal 2013 dal leghista Roberto Maroni e da una coalizione di cento-destra. Presso la sede della Regione Lombardia, alla presenza di molti suoi rappresentanti, si è tenuto a ottobre un convegno per la tutela della famiglia, e “antigender”. Tutto questo a pochi giorni dall’approvazione, da parte del Consiglio Regionale, di una mozione della Lega Nord atta a “contrastare la diffusione delle teorie gender nelle scuole”. No ai libri e a tutti gli strumenti educativi che diffondano idee “gender” e che mettano in discussione il diritto dei genitori di educare i figli (poco importa che ad essi vengano insegnati principi contrari al rispetto del prossimo e favorevoli alla discriminazione).

Prima della Lombardia, era stata la volta del Veneto, altra regione governata dalla destra leghista. La mozione di Fratelli d’Italia, approvata a settembre, è stata, in tal caso, volta a combattere l’emergenza educativa e le ideologie pericolose per lo sviluppo dei minori. Nel mirino l’educazione all’affettività, spesso, a dire dei detrattori della stessa, veicolo per insinuare nei poveri minorenni – che, come sappiamo, ad oggi sono tutti innocenti e certe cose non le immaginano nemmeno – una “sessualizzazione” precoce, che può portare, nei casi più estremi, a deviazioni, tendenza agli abusi e alla pedofilia.

L’educazione all’affettività, infatti, è spesso vista come il peggiore dei mali dagli anti-gender, perché rompe il muro dell’omertà sessuofobica di origine giudaico-cristiana, con buona pace della prevenzione di gravidanze indesiderate, e delle malattie veneree, vera piaga storica dei giovani omosessuali, ma sempre più anche dei giovani eterosessuali, attivi ma completamente disinformati.

Anche la Liguria governata dal forzista Toti ma con una forte maggioranza leghista ha, recentemente – il 28 ottobre scorso – approvato mozioni per vietare riferimenti alla fantomatica teoria gender negli istituti scolastici. Ad oggi, la destra italiana si connota ancora per essere incapace di adeguarsi ai canoni minimi di destra europea: tutte e tre le regioni italiane che governa, infatti, hanno deciso di approvare queste incredibili mozioni.

Alle Regioni avevano ceduto il passo i Comuni: celebre la decisione del sindaco di Venezia, una delle città d’arte più famose del mondo, di ritirare, con circolare emessa 9 giorni dopo il ballottaggio che lo aveva dato vincente, alcuni libri dalle biblioteche della città, rei di parlare di diversi tipi di famiglie in un linguaggio adatto ai minori; toni e decisioni in seguito rivisti e ammorbiditi, dopo un piccolo alterco con Elton John, e dopo che la notizia era stata ripresa da diversi importanti quotidiani della stampa estera.

Oltre a Venezia, anche Padova, dominata dal leghista Massimo Bitonci, ha combattuto e combatte contro il pericoloso mostro collega dell’Uomo Nero. Con mozione del 5 ottobre 2015, il Consiglio Comunale padovano impegnava l’amministrazione a vigilare affinché non venga introdotta e/o promossa la teoria del gender. Per questo, il mese successivo, alla scrittrice, filosofa e deputata Michela Marzano – che ha sempre combattuto la follia di chi sostiene l’esistenza di una mostruosa e programmata teoria gender – veniva negata una sala di Palazzo Moroni per la presentazione del suo ultimo libro “Papà, mamma e gender”.

Pare che il terrore del Gender infesti in particolare il Triveneto: oltre al Veneto, casi di genitori terrorizzati nelle scuole sono stati riportati in Friuli Venezia-Giulia (come dimenticare la celebre leggenda del “gioco del rispetto”) e nel Trentino Alto-Adige.
Insieme ai grandi capoluoghi, anche le cittadine di provincia, come Cittadella (PD), hanno deciso, con specifici impegni delle proprie amministrazioni e accordi con i dirigenti scolastici, di impiegare del tempo a prevenire la diffusione di questa piaga. Come se fosse necessario controllare che non ci sia traccia del Gender negli stanzini dei bidelli, o nei sottopalestra abbandonati, e tanto meno in primis nei programmi scolastici e negli insegnamenti effettuati nelle scuole.

Un’immagine di una delle manifestazioni di genitori

Anche nel resto delle Regioni d’Italia c’è stato qualche tentativo di combattere il mostro: in Sardegna è stata presentata dall’opposizione di centro-destra una mozione in Consiglio Regionale, contro cui si è scagliata anche la scrittrice Michela Murgia; in Basilicata è stata presentata una mozione sostenuta perfino da membri del PD locale; a Roma, in Abruzzo e in Calabria si sono distinte manifestazioni studentesche e/o dell’estrema destra o dell’estremismo cattolico.

Mettendo da parte il folklore e la tragedia che riguardano questo vero e proprio “elenco della vergogna”, è utile interrogarsi su quali siano effettivamente i poteri delle amministrazioni locali, e nella specie di Comuni e Regioni, di intervento sull’insegnamento e sui programmi scolastici.

L’art. 117 della Costituzione attribuisce infatti allo Stato – e, quindi, al Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca – la competenza esclusiva di dettare norme generali sull’istruzione e di stabilire i livelli essenziali delle prestazioni che le Regioni devono assicurare. Per quanto riguarda le competenze concorrenti, di fronte a uno Stato che stabilisce i principi generali (corsi, esami, obiettivi dell’istruzione, certificati e valore legale), la Regione si occupa semplicemente dell’organizzazione sul territorio. Tutto, comunque, nel generale rispetto del principio di autonomia scolastica.

Il programma scolastico, quindi, in particolare quello della scuola secondaria di primo grado (la scuola media, dove si insegna l’educazione all’affettività e alla sessualità) viene deciso sicuramente dal singolo insegnante, che però viene coadiuvato dagli indirizzi e dalle indicazioni programmatiche generiche del Ministero. Lo spazio di manovra per intervenire sui contenuti degli insegnamenti da parte delle Regioni, quindi, è molto stretto, e da parte dei Comuni è generalmente nullo. Certo è che con la riforma Buona Scuola del Governo Renzi il nuovo super-potere dei presidi può mettere in crisi sostanzialmente (anche se non la intacca formalmente) la reale autonomia e indipendenza dell’insegnante nell’ambito dell’insegnamento, con tutti i rischi del caso qualora un dirigente scolastico sia uno dei fautori della cosiddetta lotta “antigender”.

Si può quindi notare che il potere delle forze oscurantiste del Paese rischia di riflettersi indirettamente sul sistema istruzione: in particolare, con questi mezzi di propaganda e la conseguente diffusione del panico generale, le associazioni dei genitori possono essere portate ad opporsi all’insegnamento di alcuni temi (anche, magari, del tutto scollegati alla questione dell’educazione all’affettività e delle politiche antibullismo) fondamentali per lo sviluppo psicofisico del minore, della persona e del cittadino.

S. K.

Articolo pubblicato originariamente su iosonominoranza.it

Attualità, curiosità, politica, testimonianze e non solo. iosonominoranza.it è un progetto di think community nato per contribuire alla costruzione di una società più aperta e rispettosa della diversità

Annunci

Un pensiero su “Piccola geografia dell’omofobia: la paura del “gender”, l’Italia, il Nord Est

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...