Buoni propositi per il 2016: “Non essere cattivo”

I primi giorni dell’anno nuovo, qualsiasi esso sia, sono sempre quelli in cui i pensieri ti traghettano nel limbo della memoria, obbligandoti a riordinare, buttare via, conservare, fare spazio. Giorni in cui ci si affanna a raccogliere e classificare i ricordi migliori dell’anno precedente, sotto forma di  note, parole e immagini. Anche i film visti hanno la loro importanza, segnano un periodo della vita, vederli oggi non garantisce le stesse emozioni di domani, perché la nostra predisposizione, le esperienze vissute, potrebbero aver radicalmente cambiato la nostra attitudine ricettiva.

Volendo riassumere, in questo 2015 si sono sfidati i due più attesi sequel degli ultimi anni, per la conquista del podio al botteghino: Jurassic World e Star Wars. Potrei passare in rassegna Palma, Pardo, Orso e Leone d’Oro ma probabilmente vi diranno qualcosa solo Taxi Teheran di Jafar Panahi, che si è giustamente meritato l’Orso, e Birdman di Iñárritu, Oscar come miglior film e miglior regia. E noi? Dell’Italia cosa ne è stato? All’estero, poco e niente. A Cannes sembrava dovessimo sbarcare il lunario con Moretti, Sorrentino e Garrone, invece ce ne siamo andati a mani vuote. Solo a due settimane dalla fine dell’anno, con un colpo di coda, Youth si è portato a casa il premio per la miglior regia, miglior film e miglior attore protagonista (Micael Caine) agli European Film Awards. Ma si sa, ottenere il plauso della critica implica essere dimenticati dal pubblico, perciò non rammarichiamoci troppo.

Quando il 2016 inizia però con la notizia dei 6,8 milioni di euro incassati in sole 24 ore da Quo vado?, ultimo film interpretato da Checco Zalone, più che rammaricarti ti verrebbe da piangere. In ginocchio, preghi e imprechi, vorresti poter guardare negli occhi quell’entità intangibile chiamata Grande Distribuzione e chiederle “Perché?”, ma poi ti rispondi “Soldi” e abbassi lo sguardo. Programmare nel 99,9% delle sale un solo film è un po’ come votare il Partito Unico: un’immensa presa per il culo. La notizia si aggiunge ad un’altra, precedente, a conferma del fatto che questo 2016 non inizi sotto i migliori auspici: il 18 dicembre, infatti, abbiamo tristemente appreso che la candidatura all’Oscar dell’Italia, con Non essere cattivo di Claudio Caligari, era sfumata.

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Claudio Caligari e Valerio Mastandrea sul set di Non essere cattivo

Ed è proprio da qui che partirei. Cos’è Non essere cattivo? Forse avete scorto il titolo tra i lunghi elenchi che hanno tentato di stilare i migliori film dell’anno passato; più probabilmente il cognome Caligari non vi suonerà nuovo per via di quel coccodrillo rimpastato e letto dopo la sua scomparsa, avvenuta il 26 maggio di questo famigerato 2015. Claudio Caligari era un regista, autore di soli tre lungometraggi — Amore tossico, L’odore della notte, Non essere cattivo — ed alcuni documentari. A dirla tutta, del suo ultimo film riuscì a concludere le riprese, ma non il montaggio, che infatti è stato portato a termine da Valerio Mastandrea, produttore e amico di una vita. Caligari se n’è andato senza togliersi la soddisfazione di sentire gli applausi del pubblico al Festival di Venezia (dove era stato presentato nella categoria “Fuori Concorso”) senza godere dei complimenti per il lavoro realizzato, senza che nessuno si prendesse la briga di raccontarlo, così come è stato fatto dopo. Non era un outsider, non era un incompreso, anzi, era fin troppo chiaro l’impatto che i suoi film avrebbero avuto sull’immaginario sociale, per questo ha dovuto lottare a lungo, ogni volta, per trovare qualcuno che credesse nei suoi progetti, senza dover scendere a compromessi. Ecco chi era Caligari: un uomo che non scendeva a compromessi.

Originario di Arona, nel novarese, si interessò fin da subito alle tematiche legate alla diffusione delle droghe e alle battaglie portate avanti dal Movimento del ’77. Si trasferì poi a Roma dove scoprì, e fece suo, quel paesaggio architettonico fatiscente, desolante e alienante della periferia di Ostia, quella stessa periferia dove giaceva tumefatto il corpo di Pasolini nella notte tra l’1 e il 2 di Novembre del ‘75.

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Locandina di Amore tossico

Proprio qui è ambientato il suo primo lungometraggio, Amore tossico, uscito nel 1983, con il quale lasciò dietro di sé una scia di scandalo e successo. Se ne potrebbe discutere ancora oggi, riascoltando i racconti del regista e sbirciando qualche testimonianza video dell’epoca. Se ne potrebbe discutere ancora perché Amore tossico è uno di quei film sempre attuali, reso tale dalle ricerche compiute da Caligari e dal sociologo Guido Blumir sul linguaggio dei tossici e su quello dei giovani delle borgate, dagli attori scelti per la loro esperienza di ex (o non) tossicodipendenti, dalle scelte estetiche. Immortalò il disagio di quella subcultura giovanile, per la quale le dipendenze e la prostituzione erano all’ordine del giorno, e di fronte alla quale l’Italia si limitava semplicemente a voltare lo sguardo.

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L’odore della notte

Poi è venuto L’odore della notte, quindici anni dopo. Siamo sempre in periferia, non c’è più la droga ma ci sono le rapine organizzate da Remo, protagonista irrisolto interpretato da Valerio Mastandrea, poliziotto di giorno e delinquente di notte. Remo strizza l’occhio a Travis Bickler, attraverso due esplicite citazioni e alla costruzione dei caratteri del personaggio.

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Taxi Driver

Attorno a lui gravitano Maurizio (Marco Giallini), Roberto (Giorgio Tirabassi) e il Rozzo, complici del percorso che lo porterà dagli scippi ai furti negli appartamenti dell’alta borghesia romana. L’odore della notte è film interamente virato sui toni cupi del blu e del nero, così come lo sguardo di Remo, che riflette le contraddizioni di una società scissa tra chi può permettersi tutto (ma anche fingere di aver tutto) e chi non avrà mai nulla.

L’ultimo Caligari è arrivato solo nel 2015. Dopo il progetto sfumato di Anni rapaci, dopo anni di porte chiuse in faccia, dopo la lettera aperta di Mastandrea a Scorsese, ultimo coraggioso tentativo di raggiungere il budget necessario per iniziare le riprese, dopo la scoperta della malattia. Non essere cattivo è un’opera drammaticamente coinvolgente, nervosa, densa, dolorosa, e tantissimi altri aggettivi che non basterebbero mai a descriverne ogni piccola sfumatura. Il suo film meno “italiano”, eppure nemmeno disposto ad aprirsi all’estetica patinata di quella filmografia che ha recentemente provato a raccontare la droga in stile Requiem for a Dream. Rimane quello sguardo unico sulla periferia di Ostia, il romanesco degli “scudi” e della “svorta”, rimangono gli sguardi dei protagonisti Cesare e Vittorio — omaggio a Pasolini —, le auto-citazioni, la colonna sonora di Paolo Vivaldi. Rimangono le lacrime e le risate.

Rimane, di questo 2015 del cinema italiano, Non essere cattivo. Ed è da qui che bisogna ricominciare, per educare il pubblico ad un’estetica altra e formulare una domanda alternativa al mercato dell’arte. Speriamo allora di essere pronti quando le cinque sceneggiature che ci ha lasciato Claudio Caligari verranno messe in forma, promessa di Valerio Mastandrea.

Roberta Cristofori

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