mare dentro

Legalizzare l’eutanasia: perché continuare a negare un diritto?

Padre Francisco: Una libertà che elimina la vita non è libertà.
Ramon Sampedro: E una vita che elimina la libertà? Neppure è vita!
Da Mare dentro di Alejandro Amenabar

Qualche giorno fa ho visto Mare dentro di Alejandro Amenabar, un film che, con grande intelligenza e sensibilità, riesce a raccontare un tema delicato come quello dell’eutanasia. Un film che narra la battaglia di Ramon Sampedro, scrittore spagnolo, per ottenere la possibilità di scegliere legalmente sul proseguimento o meno della propria vita. Un film che mi ha fatto riflettere su un tema che, ormai da qualche anno, è praticamente scomparso dalle pagine dei giornali italiani.

Tutti ricordiamo le campagne mediatiche sui casi di Eluana Englaro o di Piergiorgio Welby ma pochi sapranno che nel settembre 2013 l’associazione “Luca Coscioni” ha presentato in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia (firmata da 67mila cittadini). Due anni dopo, dicembre 2015, il Parlamento continua a rifiutarsi di prenderla anche solo in esame.

Sembra, tuttavia, che s’intraveda uno spiraglio di luce alla fine di questo tunnel: 225 fra deputati e senatori hanno risposto a una sollecitazione dell’Associazione promotrice, aderendo a un intergruppo per la legalizzazione dell’eutanasia e il pieno riconoscimento del testamento biologico. L’obiettivo è arrivare alla calendarizzazione della proposta di legge di iniziativa popolare. È inaccettabile che il Parlamento si rifiuti di tenere in considerazione la volontà dei cittadini, che vedendo ignorate le proprie richieste cominciano a rivolgersi alle autorità locali, spesso più ricettive.

Ne consegue che oggi il 25% della popolazione italiana può depositare le proprie Dat (Dichiarazioni anticipate di trattamento – ovvero il cosiddetto testamento biologico). Sono, infatti, dieci i capoluoghi di regione che hanno istituito il Registro dei Testamenti Biologici: Roma, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Torino e Venezia. Lo stesso hanno fatto la Regione Friuli Venezia Giulia, 22 capoluoghi di provincia e 130 comuni. In Abruzzo, Lazio, Molise e Sardegna sono state presentate proposte di legge, delibere o mozioni (spesso di iniziativa popolare), mentre iniziative volte allo stesso fine sono già partite in Lombardia e in Campania. Trattandosi però di una materia di competenza del Parlamento nazionale, le Dat non hanno valore giuridico cogente e hanno piuttosto un valore orientativo per familiari, medici e giudici.

eutanasia in europaIl messaggio rimane inequivocabile, i tempi sono maturi affinché il Parlamento legiferi sulla materia. Anche in quest’ ambito l’Italia si ritrova nettamente indietro rispetto agli altri Stati europei. In Europa è ormai da qualche tempo che se ne parla e negli anni 2000 i passi avanti sono stati notevoli. L’Olanda, nel 2002, è stato il primo Stato (dell’Europa e del mondo) a legalizzare l’eutanasia diretta senza limiti di età. Pochi mesi dopo, il Belgio ha autorizzato il suicidio assistito e da qualche mese lo ha esteso anche ai minori. Nel marzo del 2009 anche il Lussemburgo ha legalizzato l’eutanasia per i pazienti considerati in condizioni di salute “senza via d’uscita”. Se la Svizzera prevede sia l’eutanasia attiva indiretta (assunzione di sostanze i cui effetti secondari possono ridurre la durata della vita), sia quella passiva (interruzioni dei dispositivi di cura e di mantenimento in vita), la Francia si è invece limitata a introdurre nel 2005 il concetto di diritto al “lasciar morire”, che favorisce le cure palliative. In Svezia, Germania e Austria è legale l’eutanasia passiva. La Gran Bretagna, dal 2002, ha autorizzato l’interruzione delle cure a certe condizioni e ha introdotto anche il concetto dell’aiuto al suicidio “per compassione”. In altri Paesi, come Danimarca, Norvegia, Ungheria, Spagna e Repubblica Ceca ciascun malato può rifiutare le cure o l’accanimento terapeutico, mentre in Portogallo sono condannate sia eutanasia passiva sia attiva ma è consentito a un comitato etico di interrompere le cure in “casi disperati”.

L’Italia dimostra, quindi, di essere uno degli ultimi stati che si ostinano ad avere una posizione molto conservatrice sul tema e si riconferma come un Paese nel quale i diritti civili sono spesso negati ai cittadini. Ritengo un diritto inalienabile poter scegliere se, come e in che modo affrontare la propria malattia. Non si tratta di essere favorevoli all’eutanasia personalmente, ma di garantire la libertà di scelta. La libertà di poter scegliere di morire con dignità, senza dover ricorrere ad atti disperati nella clandestinità. Si tratta di essere uno stato laico, di nome e di fatto, e non permettere alla Chiesa di interferire su questi temi. Si tratta, soprattutto, del dovere che hanno gli eletti di considerare la volontà degli elettori. Non avere nemmeno preso in considerazione, dopo ben due anni, la proposta di legge di iniziativa popolare dovrebbe farci alzare la voce e invece sembra che i media facciano il gioco della politica facendo cadere questa proposta nel dimenticatoio.

Sabrina Mansutti
@sabrinamansutti

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