Parigi val bene un accordo

12 dicembre 2015. Un giorno storico in cui non è successo assolutamente nulla.

Sabato scorso è stato ufficialmente accettato il documento di chiusura della ventunesima Conferenza delle Parti, tenutasi a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre, esattamente 18 anni dopo Cop3 a Kyoto. Non mi soffermo sui successi politici dell’Accordo, perché ovviamente un’intesa che coinvolge 186 Stati (responsabili del 93% delle emissioni clima-alteranti) è sicuramente un fatto straordinario e, se vogliamo, un mezzo capolavoro diplomatico; quello che più mi interessa è vedere cosa c’è dentro al trattato: perché far felici tutti è difficile. Molto difficile.

Ci sono alcuni punti che vale la pena, a mio parere, analizzare con l’aiuto del testo originale: prima di tutto le basi, l’Accordo è vincolante? Nell’art.28 si legge: “At any time after three years […], [a] Party may withdraw from this Agreement by giving written notification to the Depositary”. È abbastanza chiaro che è tutto fuorché vincolante.

L’Accordo copre circa tutto il XXI secolo a partire dal 2020, anno in cui termina la copertura del protocollo di Kyoto, ed entrerà in vigore quando almeno 55 paesi responsabili di almeno il 55% delle emissioni di gas clima-alteranti avranno firmato (la cerimonia di apertura del periodo valido per la firma si terrà a New York il 22 aprile 2016). Dopo tre anni da quel momento, si legge, le Parti possono recedere previa comunicazione scritta al depositario dell’Accordo (il Segretario Generale delle Nazioni Unite) e la disdetta avrà valore dopo un anno dalla notifica. Questo significa che molte Parti potranno ritirarsi prima dell’entrata in vigore effettiva. Le basi, insomma, sono solide…
Va detto che può avere un senso tutto ciò. Ragionandoci, se gli Stati Uniti dovessero votare al Congresso un trattato vincolante su un tema che la maggioranza repubblicana disconosce, non avremmo niente in mano (una cosa analoga accadde col Protocollo di Kyoto) ed è ragionevole pensare che anche altri Stati abbiano problemi analoghi.

Veniamo ai contenuti. Nel preambolo troviamo subito una buona notizia e cioè che l’Accordo mira a contenere il riscaldamento globale “ben al di sotto dei 2°C”, con l’obiettivo dichiarato di 1.5°C. Un successo, il cui merito va attribuito soprattutto ai piccoli Stati Isola del Pacifico e ad altri paesi che su questo punto si giocano l’esistenza. Tutto molto bello in teoria, ma come si dovrebbe raggiungere questo ambizioso risultato?

Il successo di questo ambizioso e fondamentale obiettivo è condizionato dall’efficacia dei cosiddetti INDC (Intended National Determined Contributions), che, tradotto, sono le proposte dei singoli Stati per ridurre le emissioni. L’Unione Europea e altre quattro Parti hanno consegnato gli INDC entro il termine del 31 marzo, mentre gli altri lo hanno fatto nelle ultime settimane a ridosso della Conferenza, con risultati confusionari e non omogenei – tipo Canada: quattro pagine di tante parole e dati sommari. Quello che sappiamo per ora è che seguire gli INDC risultanti dalle negoziazioni di Parigi porterebbe a un aumento della temperatura ben superiore ai 2.5°C (tra i 2.7 e i 4.3°C). In italiano si traduce in “catastrofe”. Un punto di partenza cui si può rimediare organizzando un processo di revisione costante e frequente degli obiettivi e del percorso effettuato dai paesi aderenti, in modo da correggere il tiro volta per volta, processo che è effettivamente previsto nell’articolo 14. Ciò che non è tuttavia specificato sono le modalità di questa azione di controllo e, soprattutto, l’autorità deputata a tale compito.

Piove sul bagnato insomma e scendere maggiormente nel dettaglio non aiuta.

bottonomics parigi

Il piano finanziario è infatti irrisorio e prevede lo stanziamento di un fondo di appena 100 miliardi di dollari l’anno da parte dei paesi sviluppati e maggiormente responsabili dell’inquinamento globale a disposizione dei paesi in via di sviluppo per incentivarne la transazione da una economia tradizionale verso una più sostenibile. Cifra assolutamente non sufficiente per contrastare il riscaldamento globale. 100 miliardi rappresentano approssimativamente il risultato di una giornata di speculazione finanziaria e di certo non è su quelli che ci si può basare per un cambio radicale della struttura dell’economia mondiale. Inoltre, in nessun punto del testo è specificata la modalità di erogazione di questo fondo (solo generico accenno a dei “fondi pubblici”), mancanza questa che lascia ulteriormente perplessi.

Uno dei punti centrali dell’Accordo, quello che riguarda la compensazione dei danni (economici e non) ambientali da parte di chi ha maggiori responsabilità verso chi ne ha meno e li subisce (il così chiamato meccanismo di Loss and Damage), è ampiamente approssimativo nel testo. Viene solamente riconosciuta l’esistenza del problema e si specifica cosa non verrà fatto a tal proposito. Di fatto scompare la responsabilità dei maggiori agenti inquinanti. Si accenna a una serie di provvedimenti che i paesi sviluppati dovranno prendere per sostenere quelli più arretrati, ma scompare ogni cenno alla possibilità degli Stati più vulnerabili di richiedere un indennizzo per i danni subiti a causa del cambiamento climatico. Quello che in fase di negoziazione era considerato uno degli obiettivi più importanti della Conferenza si trasforma così in un punto debole.

Preoccupa poi anche il discorso sul trasporto aereo e marittimo, responsabile di almeno il 17% delle emissioni globali ed anch’esso sparito (questo proprio completamente) dal testo finale dopo essere stato discusso durante le prime fasi di negoziazione. La scelta di non inserire questo tema nel trattato e di lasciare le cose come stanno è ovviamente una sconfitta, da qualsiasi punto la si voglia guardare, considerando la portata dell’argomento. Così come è una sconfitta non avere mai accennato, questa volta nemmeno in fase di negoziazione, al settore bellico, ampiamente responsabile dell’inquinamento globale. Un silenzio rumorosissimo perché ampiamente ingiustificato.

In conclusione, possiamo definire il Trattato di Parigi un gigantesco compromesso, all’interno del quale l’uso di locuzioni temporali come “as soon as possible” o “in the second half of this century” mostrano con chiarezza la difficoltà di accordarsi su un progetto veramente incisivo e vincolante e scandito da obiettivi temporali precisi. E’ un trattato sul clima che si fonda sulla necessità di un cambio radicale del sistema economico vigente e che non ha al suo interno parole come “oil” e  “pollution”. E’ un trattato scritto per accontentare sia i paesi in via di sviluppo che non possono permettersi vincoli sull’utilizzo di combustibili fossili, sia le grandi aziende dei paesi sviluppati. Queste ultime ringraziano per il regalo.
L’Accordo è semplicemente quello che è: un accordo. Un primo passo certo, benaugurante per le dimensioni del consenso, ma povero. Anzi poverissimo. Bisognerà spiegarlo a quei 250 milioni di profughi che a causa dei problemi ambientali busseranno alle nostre porte, ammesso che, entro il 2050, non saremo tra di loro.

Luca Sandrini

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