Donald Trump, Marine Le Pen e il Dr.Frankenstein

Abbiamo parlato pochino di Donald Trump su The Bottom Up. Una menzione in una presentazione generale dei candidati alle primarie repubblicane e l’immancabile articolo sul binomio tra musica e politica di Andrea Zoboli. Almeno noi, nel nostro piccolo, non abbiamo fatto il suo gioco riportando le affermazioni deliranti che da un po’ di mesi a questa parte escono dalla sua bocca, tirata forse da alcuni lifting di troppo, come un altro leader di nostra conoscenza, con il quale condivide uno sconfinato narcisismo.

È giunto però il momento di fare un po’ di (im)meritata pubblicità a “The Donald”. Quella che è appena passata è stata una settimana intensa per lui. La proposta choc lanciata durante un comizio in North Carolina (in cui Trump peraltro parlava in terza persona) di bloccare completamente gli ingressi di persone di fede islamica negli Stati Uniti ha sollevato critiche da più o meno il mondo intero. Sul Washington Post, l’opinionista Dana Milbank si è spinto fino a paragonare Trump a Mussolini. Ma tante reazioni forti sono arrivate anche dall’establishment politico a stelle e strisce. Paul Ryan, nuovo speaker alla camera dei rappresentanti del partito repubblicano ha bollato queste posizioni come “non conservatrici” e “contrarie a ciò per cui si batte l’America”. La Casa Bianca da parte sua ha definito Trump “inadatto a diventare presidente”. Secondo Hillary Clinton, infine, “non c’è più nulla di divertente” nella campagna del magnate del settore immobiliare, diventato celebre anche grazie al talent show “The Apprentice”. Insomma tutti uniti (giustamente) contro Trump.

Più o meno la stessa cosa è successa dall’altra parte dell’oceano. Dopo il successo di Marine Le Pen (sulla quale abbiamo scritto più diffusamente su questo sito, il sottoscritto in primis) e del suo Front National al primo turno delle regionali, la droite e la gauche francese si sono strette nel cosiddetto fronte repubblicano contro l’avanzata dell’estrema destra, nonostante qualche candidato recalcitrante a ritirarsi dalla corsa come il socialista Jean-Pierre Masseret in Alsazia. Il primo ministro Manuel Valls aveva addirittura lanciato un appello dai toni apocalittici, sostenendo che la vittoria della (o, per meglio dire “delle”, vista la presenza nella competizione anche della nipotina Marion) Le Pen avrebbe “potuto portare il paese alla guerra civile”. Alla fine il cordone contro la marea nera ha prevedibilmente funzionato e il FN non ha conquistato nemmeno una regione. In ogni caso la tornata elettorale ha confermato che l’estrema destra nazionalista e populista è la prima forza politica del paese. Lo stesso Valls ha ammesso che il messaggio è arrivato forte e chiaro, con socialisti e gollisti sono in crisi di identità e leadership.

marine et marion le pen

In primo luogo queste chiamate alle armi della politica tradizionale contro le spinte reazionarie appaiono tardive. Fenomeni come Trump e la Le Pen non nascono dal nulla. Sono bensì valvole di sfogo del malcontento di interi settori della popolazione che si sentono sempre meno sicuri, fisicamente ma anche economicamente; che subiscono sulla propria pelle gli effetti collaterali della globalizzazione che i governi nazionali, cooptati dai vecchi partiti, non sono riusciti a mitigare; che in questo contesto si aggrappano più facilmente a personalità forti che gli indichino con nettezza cosa (e chi) sia giusto e cosa (e chi) sia sbagliato. Non è un caso dunque che i programmi del Front National e le boutade (no il termine “programma” sarebbe davvero fuori luogo) di Trump siano incentrati sulla sicurezza. Non è un caso che entrambi raccolgano i voti tra le persone con un grado di istruzione inferiore.  Non è un caso nemmeno che il miliardario americano si sia scagliato anche contro Internet (emblema della comunità digitale e globalizzata), colpevole di essere di propagandare il terrorismo fondamentalista, ipotizzando un fantasioso shutdown della rete del quale parlerà con Bill Gates. Non è un caso infine che l’analisi quantitativa dei discorsi di Trump evidenzi un altissimo uso di frasi e parole divisive e di tratti caratteriali simili a quelli dei grandi demagoghi del secolo scorso. Come il Duce appunto.

In secondo luogo le grandi coalizioni contro questi soggetti rischiano perfino di diventare delle armi a doppio taglio dal punto di vista retorico. Tanto Donald Trump quanto Marine Le Pen infatti si nutrono del conflitto contro una classe politica che è incapace di garantire l’incolumità dei propri cittadini e il funzionamento delle strutture di welfare. Una classe politica poco credibile perché corrotta dal denaro delle grandi lobby – un meccanismo dal quale Trump si distanzia poiché sufficientemente ricco da non aver bisogno di essere finanziato da nessuno. Una classe politica esautorata nelle sue funzioni principali da dinamiche internazionale apparentemente incontrollabili – e infatti la Le Pen ha buon gioco nel puntare il dito contro l’Unione Europea. Ma soprattutto, una classe politica indistinta, dove non esiste più né destra né sinistra. Tutti uguali nei loro completi giacca e cravatta e tutti contro di loro, difensori e rappresentanti del cittadino medio. Da questo punto di vista è significativo il tentativo di Trump nel primo dibattito repubblicano di non identificarsi nel partito repubblicano. Ma va ricordata anche la Le Pen che, con una efficace crasi linguistica, univa PS e UMP in UMPS. Come a dire: destra e sinistra sono identiche, entrambe vecchie, entrambe inette, entrambe disinteressate ai bisogni della gene comune ed entrambe contro di noi.

marine le pen donald trump

La situazione ricorda vagamente quella del Dr.Frankenstein, protagonista dell’omonimo romanzo di Mary Shelley, il quale, dopo aver creato il suo mostro, tenta di ucciderlo perché completamente fuori controllo. Così, tanto negli Stati Uniti quanto in Francia, l’establishment politico unisce le forze per sconfiggere le creature che ha contribuito a generare e far crescere. Ma forse i buoi sono già scappati e gli effetti collaterali di questa operazione potrebbero superare i benefici, a dispetto dei risultati del secondo turno in Francia.

Valerio Vignoli

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