Pasolini: linciaggio mediatico in vita e in morte

Pasolini ebbe un rapporto conflittuale con la stampa. Da ricordare gli articoli usciti per il Corriere della Sera e per Tempo Illustrato, molti dei quali furono raccolti postumi in Scritti corsari. Sul Tempo Illustrato scrisse di essere un giornalista per voler entrare nei fatti e per voler «disobbedire a Buddha»: testimonianza della forte volontà di avere un’azione pratica sul mondo, per non essere uno scrittore disimpegnato e scrivere ciò che si pensa. Una vera e propria metodologia della ricerca della verità, intesa come prassi e azione fisica da verificare sul campo, ponendosi, qualora fosse stato necessario, domande scomode (ma audaci) sulla politica e sulla società di allora. Pasolini guadagnò tantissima fama dalla sua opera e dal suo atteggiamento volutamente aggressivo nei confronti di una determinata fetta della stampa italiana, attirando su di sé aspre critiche (e più volte si dimostrò frustrato per questo). Questo tipo di pubblicistica che inveiva contro di lui, creò una sorta di personaggio parallelo rispetto al vero Pasolini, associandolo ai suoi personaggi delle borgate romane e creando una sorta di leggenda negativa sulla sua vita privata. La gente, comunque, manteneva sempre alta l’attenzione su di lui e finiva per esserne attratta, tanto che la Trilogia della vita, ad esempio, ebbe quasi 12.000.000 di spettatori nelle sale (per la maggior parte – lo ricordiamo – “a luci rosse”). Non a caso, Pasolini scrisse L’abiura della Trilogia, rendendosi conto di quanto fu strumentalizzata dal «potere integrante» e dal pubblico che non compresero il senso delle opere.

Pier-Paolo-pasolini

Roberto Chiesi (critico cinematografico e responsabile del Centro Studi Pier Paolo Pasolini) ha recentemente parlato di «una provocazione volontaria da parte di Pasolini alla stampa italiana, anche in maniera aggressiva, per il fine ben preciso di attaccare un certo tipo di sottocultura italiana, quella di matrice reazionaria o addirittura parafascista (negli anni ’50 molto viva) insieme ai suoi oscurantismi, pregiudizi e ottusità. Il livello becero di tanti degli attacchi a mezzo stampa contro di lui furono un esempio del peggior giornalismo, quello che si affida al fango e agli insulti gratuiti». A tal proposito, si è rivelata interessante la mostra organizzata di recente a Bologna alla Biblioteca Salaborsa, dove sono state esposte diverse tavole, raffiguranti gli articoli di giornale che attaccavano Pasolini. Esisteva un vero e proprio lessico usato per denigrarlo: basterà citare Lo Specchio, periodico conservatore che titolava: «I ragazzi di vita gli hanno dato la morte»; o ancora, «Pasolini capovolto», vignetta disegnata su Il Borghese (“capovolto” era il termine usato per indicare gli omosessuali). Ma lo scrittore era anche additato sempre con una “P” in meno o una in più (P. P., con riferimento al termine “pipì” o P.P.P.P., “Pier Paolo Pasolini Pederasta”), appellato il “vate delle marrane”, il “vate capovolto”. Ma anche la televisione faceva del suo, come il cinegiornale della “Settimana Incom” , che in Pasolini aveva uno dei suoi bersagli preferiti: allusioni spicciole alla sua omosessualità e ai suoi problemi con la giustizia, come fece ad esempio Gualtiero Jacopetti (noto regista del film documentario “Mondo cane”).

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Artwork sui muri di Napoli – Foto di Roberta Cristofori

È importante, insomma, non dimenticare – anzi, farne proficua lezione – del vero e proprio linciaggio mediatico cui fu sottoposto Pasolini ad opera dei giornali e della stampa a mezzo audiovisivo. Non soltanto quando era ancora in vita, ma anche dopo la sua morte. Esempio di giornalismo che arriva prima delle aule dei tribunali e si permette di far passare versioni addirittura non ancora pienamente confermate, sin dal giorno successivo al delitto infatti, la RAI accreditò la versione fornita da Pino Pelosi (ribattezzato dalla stampa “Pelosino” o “Pino la Rana”, tanto per rimanere in tema con i toni del giornalismo di quegli anni) come verità fattuale. Il danno fu enorme, poiché l’opinione pubblica si fossilizzò in quella versione. Ciò che venne raccontato dai Tg della RAI, fu una storia portata avanti nel nome di una semplicistica associazione d’idee, che vedeva Pasolini morire di una morte violenta, proprio come uno dei personaggi delle sue borgate romane, caratterizzati da “vita violenta”. Versione superficiale, poiché andò a evidenziare quell’aspetto astratto del “mito Pasolini” più che dell’intellettuale in carne e ossa, trascurando, oltretutto, l’attenzione a quel momento storico, agli imprescindibili aspetti politici legati all’evento, determinanti per conoscere appieno la vicenda. La morte di Pasolini non fu soltanto una “morte per omosessualità”, ma una morte da ascrivere anche a quel contesto socio-politico e al giornalismo praticato allora, che ne costituiva una delle tante facce. Proprio per quei fatti della vita del poeta noti all’opinione pubblica (fatti in realtà deformati da una parte della stampa) «si pensò che fosse bene uccidere Pasolini, o almeno – ha dichiarato recentemente Lucarelli – che lo si fosse potuto fare. Ed ecco che molti furono portati a pensare: era prevedibile che Pasolini avrebbe fatto una fine così». Come non ricordare, d’altra parte, anche l’intervista ad Andreotti, il quale dichiarò che in realtà lo scrittore «andava cercandosi dei guai…». Un intervento interessante è stato anche quello di Walter Siti, che ha scritto riguardo al “mito Pasolini” (distinguendolo dal Pasolini uomo): «È un eroe, d’accordo, ma un eroe che ha una magagna, e a cui possiamo sentirci superiori. Da perfetto capro espiatorio, ha peccato ed è stato punito per tutti. Questo segmento del mito dà la soddisfazione di sentirsi tolleranti, e superiori in qualcosa a un mito». Una vera e propria deformazione che creò un’immagine dello scrittore completamente differente dalla verità; quella verità tanto amata e praticata dallo stesso Pasolini.

Daniele Barresi

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