La prudenza di Renzi contro lo Stato Islamico

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Matteo Renzi ion visita il contingente italiano in Afghanistan lo scorso Giugno –  Fonte: larepubblica.it

Da quando Matteo Renzi è diventato Presidente del Consiglio, il 22 febbraio dello scorso anno, sulla scena internazionale si sono susseguiti avvenimenti che hanno visto l’Italia ricoprire sia un ruolo da protagonista che uno da semplice spettatore.
Ricordiamo, ad esempio, il tanto discusso “semestre europeo”, durante il quale, da giugno a dicembre 2014, il nostro Governo è stato alla Presidenza del Consiglio dell’UE, oppure la passività, l’incompetenza ma anche l’impotenza nel pesare sulle decisioni relative alla crisi greca, alle sanzioni economiche nei confronti della Russia e soprattutto riguardo alla politica “spartitoria” dei migranti dello scorso aprile.

Gli errori commessi da Renzi in fatto di politica estera sono stati molti e alle volte anche gravi, ma sembra che nell’ultimo periodo abbia deciso di imprimere ad essa una decisa svolta rispetto agli ultimi 20 anni quando, con Berlusconi, l’Italia ha adottato una linea di criticità nei confronti dell’asse franco-tedesco privilegiando un rapporto diretto con la Gran Bretagna di Tony Blair, e di conseguenza issandosi a fidato partner degli Stati Uniti d’America di George W. Bush.
Oggi, sebbene il partner sia ancora lo stesso, il modo in cui l’Italia si pone come interlocutore ai grandi tavoli decisionali è cambiato.
La scelta di imprimere un certo tipo di politica estera ad un Paese non è dato da una mera e semplice volontà personale-ideologica-partitica, ma anche e soprattutto da una serie di concatenazioni e conseguenze di fatti che portano i leader di Governo a decidere quale sia la linea più logica e più conveniente da seguire.
Dopo gli attentati dello scorso 13 novembre a Parigi, ma non solo da allora, sono presenti nella cartina internazionale delle nuove forme di terrorismo islamico che tentano di assumere e attribuirsi una sorta di connotazione proto-statuale e che stanno avendo sia le capacità sia le competenze di stravolgere i parametri politici del passato dal momento che presentano una vocazione universalista ed intransigente che esercita un grandissimo fascino sulle nuove generazioni nate e vissute lontano dai luoghi di origine di queste organizzazioni stesse.

L’ISIS, Islamic State of Iraq and Siria, o Daesh presenta le stesse caratteristiche di fondo della “madre” Al-Quaeda, ma porta con sé una duplicità che Al-Quaeda non ha, e cioè un network terroristico con una continuità ideologica assolutamente rilevante e un’impensabile capacità di trasformazione in qualcosa di concreto e visibile, come gli attentati a Parigi, Beirut e Palmira, solo per fare alcuni esempi, dimostrano.
Al cambiare del contesto internazionale i Paesi hanno l’obbligo, o perlomeno la necessità, di modificare la propria politica estera, così come sta facendo, in maniera più o meno netta, l’Italia, con un conseguente aggiornamento degli strumenti necessari al mantenimento degli interessi internazionali e alla protezione di quelli nazionali.
Dopo gli attentati di Parigi Renzi ha subito chiarito che, al momento, non è disposto a far parte di alcun intervento militare senza che prima non venga studiata un’adeguata strategia condivisa con gli altri Stati della “coalizione anti-Daesh”, la quale strategia, sempre secondo il Premier, non dovrà assolutamente fermarsi al semplice intervento armato, ma dovrà prevedere una ponderata e robusta operazione di peace-building in quei territori ora occupati e influenzati dall’ISIS.
Dal suo punto di vista è necessaria una risposta che porti certamente ad un obiettivo comune – la distruzione di Daesh e di tutto quanto esso concerne e rappresenta – ma con una soluzione che passi necessariamente da una strategia globale che tenga conto di una pianificazione politica, militare, culturale e di intelligence.
Nella visione di Renzi contro lo Stato islamico serve uno sforzo più inclusivo, una coalizione sempre più ampia che veda anche i Paesi musulmani attivamente impegnati, e chiede con fermezza di evitare la ripetizione di errori commessi in passato in Afghanistan, Iraq e Libia.
Il ragionamento del Premier è condivisibile, non perché l’ha detto lui, ma perché lo dice la storia: la lotta al terrorismo e l’esportazione della democrazia in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003, ma anche in Libia nel 2008 non si sono rivelate solo come operazioni del tutto fallimentari, ma sono state le stesse concause di quello che stiamo vivendo oggi, e cioè di un Islam radicale che non solo è sopravvissuto ma si è anche rigenerato, rivitalizzato e rinforzato come mai avremmo pensato.
Un approccio sbagliato al problema dell’ISIS rischierebbe di rinnovare ancora una volta lo stesso problema, che però si ripresenterebbe tra qualche anno ancora più forte, ancora più organizzato e ancora più difficile da sconfiggere.

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Renzi e Hollande insieme all’Eliseo

Se nell’ultimo anno e mezzo l’Italia ha avuto il mero ruolo di spettatore delle decisioni sulla politica internazionale – basti pensare alla gestione della crisi greca ma anche alle sanzioni contro la Russia e la politica di spartizione dei migranti – oggi Renzi ha dimostrato di avere almeno il coraggio di sottrarsi dalle logiche di potere e di proporre un’alternativa ad un intervento militare in Siria e Iraq, scegliendo una linea meno univoca rispetto agli alleati ma al tempo stesso giusta, equilibrata e sensata.

 

In un contesto internazionale totalmente diverso rispetto al passato, dove l’ascesa di molteplici attori regionali hanno fatto venire meno la supremazia americana, all’Italia è richiesta una nuova capacità di salvaguardia degli interessi nazionali attraverso l’intervento di una diplomazia abbinata all’utilizzo ragionato dello strumento militare, e il rilancio del suo ruolo come leader dell’area mediterranea, negli ultimi anni affievolitosi sempre più.
La posizione italiana è stata ribadita un’ultima volta lo scorso 27 novembre, quando Renzi ha incontrato Hollande all’Eliseo.
Il premier ha portato solidarietà al collega francese ribadendo la vicinanza, non solo geografica, dei due Paesi, e ha promesso il massimo impegno per la collaborazione in termini di intelligence nella lotta all’ISIS. Si è al tempo stesso impegnato ad aumentare il contingente militare italiano in Libano e in altre zone dell’Africa dove la Francia ridurrà il proprio, e si è dichiarato disposto a non procedere oltre.
Ha chiesto, invece, di “allargare la coalizione” anti-Daesh, di cui l’Italia fa già parte anche se non con operazioni militari.
Continua dunque la linea di prudenza dettata da Renzi che, forte dell’amicizia con Barack Obama, da lui stesso definito come la “stella polare” italiana in fatto di politica estera, sta cercando di ritagliarsi un ruolo sempre più importante all’interno dello scacchiere internazionale, e lo sta facendo senza slogan pirotecnici, come ha sempre fatto fin d’ora, ma dimostrando sobrietà, rigore, diplomazia ed equilibrio di fronte a terribili fatti.
Renzi sa che in questa fase di politica estera si sta giocando gran parte della sua credibilità in termini elettorali, soprattutto dopo le ultime azioni di politica interna, ma ha la fortuna di avere anche l’appoggio di tanti a cui non piace ma che pensano di lui ciò che Winston Churchill pensava della democrazia: la peggior soluzione, escluse tutte le altre.

Giacomo Bianchi

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