SundayUp – Le due facce (della vita) di un concerto di Dargen D’amico

Nella vita spesso accade di pianificare nel dettaglio gli eventi solo per vedere tutti i propri progetti andare in fumo in un istante. Alzi la mano chi non si è trovato almeno una volta a progettare con precisione scientifica eventi futuri – le risposte da dare a un esame, il numero di cocktail da mandare giù per essere euforico ma non ubriaco a una serata, i numeri erotici da fare con quella tipa di Foligno carina e un po’ insicura – per poi scoprire, non appena arriva il momento cruciale, che le cose stanno andando in maniera completamente diversa e tanti saluti alla preparazione mentale. Non ci sono mani alzate? Che sollievo…
Questa inutile premessa per dire che farsi delle aspettative sugli eventi della vita è completamente inutile. Siamo arrivati a questa conclusione non per gestire meglio l’ansia ma unicamente per spiegarci  quello che abbiamo visto a un concerto di Dargen D’Amico.
Si, perché l’artista più dotato di ego e ironia del panorama musicale italiano ha sfoderato al Locomotiv una performance bipolare come i suoi testi, tra il serio e il faceto, tra il rap e il trash, tra genialità e squallore.

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Dargen D’Amico

HO FATTO IN SOLITARIA LA TRANSIBERIANA… – PRIMA PARTE DEL CONCERTO
Arriviamo al Locomotiv Club con largo anticipo: i cancelli aprono alle 21:30, ma noi alle 21:15 siamo già lì davanti come le peggiori groupie assatanate. Aspettando in fila al gelo del novembre bolognese ci chiediamo come agire, dal momento che tecnicamente nessuno ha risposto alla nostra richiesta di intervistare Dargen D’Amico. Decidiamo per una strategia da giornalismo d’assalto, che mettiamo subito in pratica appena entrati: andare a bussare timidamente al camerino, chiuso come la bocca dell’inferno, e rinunciare dopo pochi secondi quando nessuno ci risponde.
Prendiamo qualcosa da bere per schiarirci le idee, e il gin tonic che ci scorre nello stomaco ci fa sentire in colpa. Non possiamo rinunciare così. Troviamo allora un conoscente che (bella botta di culo) è tra i gestori del locale, e gli chiediamo se è possibile accedere a Dargen. Ci viene risposto che sta mangiando, di aspettare un po’.
Nel frattempo sta per cominciare Dutch Nazari, l’opening act. Rampollo della Giada Mesi, l’etichetta di D’Amico, DN convince ma non entusiasma, ma forse è dovuto più che altro al suo presomalismo: analizzando rapidamente i testi sembra un po’ ossessionato dai soldi, e quando non parla di denaro il suo flow un po’ mogio dà l’impressione che il vecchio Dutch sia un po’ depresso.
Noi comunque ne approfittiamo per intrufolarci di nuovo nel camerino, ora aperto, ma veniamo bloccati da quello che probabilmente è il tour manager di Dargen: “Ragazzi, voi siete…?” “Siamo qui per l’intervista, avevamo scritto qualche giorno fa ma nessuno ci ha risposto” “Ah sì, certo. Guardate, adesso però non riusciamo a farla, Jacopo è un attimo collassato sul divanetto, si sta riposando… Magari ci proviamo dopo il concerto, ok?”. Noi pensiamo che ci sta, è appena tornato dal viaggio intorno al mondo per 1giorno vivi, 1giorno scrivi e, in fondo, è il suo compleanno, quindi non abbiamo neanche voglia di rompergli troppo i coglioni.

avatars-000157617813-w756a5-t500x500Ci guardiamo la fine di Dutch Nazari e aspettiamo che salga Jacopo da Milano. Il pubblico nel frattempo sta riempiendo la sala, e pian piano diventa evidente che la fan base di Dargen, pur non essendo particolarmente nutrita, è però molto carica e vuole un gran bene a quello strano rapper in completo e occhiali da sole. Quando Fabio Dalè e Carlo Frigerio, in arte Mamakass ovvero i musicisti che accompagnano Dargen dal vivo, salgono sul palco e iniziano l’intro, la folla esulta, e l’ingresso di D’Amico viene salutato da salve di cori da stadio.
Poi si capisce perché i suoi fan gli sono così affezionati. Il rapper è il mattatore assoluto dell’arena: alterna grandi classici a pezzi dell’ultimo album D’IO, intrattiene il pubblico, parla del suo viaggio e del progetto di farne un libro, la gente continua ad interromperlo e lui finge di prendersela, salvo poi ascoltare tutti quelli che gli urlano qualcosa, che sia il nome di un brano, una battuta o una bestemmia.

“Dargen, suona!” “Perché, hai fretta? Devi andare a casa dalla mammina che ti aspetta? Ah no è vero, perché tua madre sta aspettando me.”
*ovazione dal pubblico*

La tracklist è improvvisata e volutamente randomizzata. Ogni tanto JD guarda i Mamakass, che fanno uno splendido lavoro con sintetizzatori, chitarra e basso, e li sfida a partire con una canzone qualsiasi, “tanto io i miei pezzi li conosco”. Ed è vero. Il milanese dirige la sua piccola orchestra alla perfezione, giostrando con la sua voce e quella del pubblico (che canta tutto con una perizia notevole e una conoscenza approfondita dei testi), ogni tanto fermando la musica e cantando a cappella, o lanciandosi in medley di più brani uniti insieme. Canta Io, quello che credo senza musica, aumentando e diminuendo il pathos della voce e dando vita a un momento estremamente intenso che ricorda una messa, un rito liturgico, o forse lisergico. Alterna brani intimi, di quelli che canti immobile con gli occhi fissi sul palco e ci manca poco che ti metti una mano sul cuore, a momenti disco a cassa dritta: Bocciofili e La cassa spinge come spinge tuo marito trasformano il Locomotiv in un dancefloor popolato da cappellini e Bodyglasses™.
Tutto questo, purtroppo, dura solo per la prima ora.

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Locandina del concerto di Dargen D’Amico al Locomotiv Club di Bologna

…E MI SONO FATTO UNA SOLITARIA TRANS SIBERIANA – SECONDA PARTE DEL CONCERTO
Fino a questo punto Dargen è stato mattatore assoluto del palco, ne siamo perfettamente convinti dopo un monologo su “l’altra faccia dell’individualismo”, la smania per l’originalità imposta dalla società e lo stare bene con gli altri. Il pubblico apprezza, noi pensiamo a un altro genere di comizio. Subito dopo parte un’intro di Bocciofili che ricorda Unplugged in New York che rappresenta chiaramente la vetta del concerto.
Se la serata si fosse conclusa qui saremmo andati a casa piuttosto soddisfatti – avremmo solo cercato di spiegarci la mancanza di qualche pezzo fondamentale come Essere non è da mema il concerto continua, ed è un grave errore.
Dargen smette di interagire con il pubblico, chiede ai Mamakass di fare qualche pezzo dai vecchi album, si aspetta che il pubblico canti al suo posto, ma la conoscenza del pubblico viene messa a dura prova. Le cose iniziano a farsi poco chiare e JD comincia a perdere il polso della situazione, affida tutto ai Mamakass e smette di guidarli, la scaletta inizia a farsi confusa, il rapper inizia a sbagliare qualche rima, quei momenti in cui cantava a cappella non riescono a nascondere il fatto che Dargen sta mandando in confusione un po’ tutti.
I musicisti escono dal palco un po’ appannati, ma il pubblico non è ancora sazio, chiama Dargen e inizia a cantare alcuni pezzi, sembra quasi una veglia di preghiera, si percepisce che il concerto potrebbe non continuare. Dargen sembra tornare carico sul palco ma presto riprendono i momenti di confusione, il cantante lascia terminare un pezzo al suo epigono Dutch Nazari, i due poi improvvisano un duetto a strumenti spenti che sembra quasi un pezzo teatrale, DN è più vicino al pubblico, Dargen sta seduto davanti agli amplificatori e sembra leggere dal cellulare, le nostre facce si fanno perplesse.
C’è ancora tempo per un’ultima stranezza situazionista: riparte per la seconda volta La cassa spinge come spinge tuo marito (i Mamakass vogliono chiudere il concerto in fretta con un bis?), Dargen inizia a cantare ma poi arriva il segno del tracollo: qualcuno ha portato dei palloncini con su scritto “Ti amo”, il cantante cerca di prenderli, li fa volare sul tetto, chiede al bassista di prenderli per il nastro, se li fa consegnare e scende dal palco mentre gli altri suonano, Dargen non si vede ma lo si sente ancora parlare, accenna ancora a Stir it up che è diventato un più prosaico Stirala, cogliamo una nota di misoginia e la apprezziamo.
Si chiude il sipario, la musica finisce, Dargen parlotta al microfono poi viene portato a firmare autografi, rinunciamo all’intervista. In fondo, era pure il suo compleanno.

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Dargen emerge messianico dalle nebbie primordiali, come il primo anfibio a mettere pinna sulla terraferma.

Usciti dal Locomotiv ci guardiamo interdetti. L’esperienza situazionista e destrutturata alla quale abbiamo appena assistito ci ha lasciati decisamente perplessi, e buona parte del pubblico sembra condividere questa nostra sensazione, a parte pochi irriducibili a cui invece a quanto pare è piaciuto. Non so, saremo vintage, ma ci piace ancora che un concerto abbia un andamento a climax che culmini in un gran finale da lasciarti ancora a cantare l’ultimo pezzo mentre torni alla macchina.
Il concerto di Dargen, invece, è finito in un caos generalizzato, senza una conclusione o una trama, con il sipario che si è chiuso su quello che sembrava più un salotto di amici sbronzi che un palco, mentre oltretutto i microfoni erano ancora accesi e Jacopo ancora improvvisava sul tema di Stir it up di Bob Marley. È stato come quando, dopo aver fatto dell’ottimo sesso per un’ora, appena prima del gran finale senti che il tuo Willy perde le forze e non puoi farci niente, se non constatare mestamente la situazione, alzarti, rivestirti e andare via con l’insoddisfazione addosso. Un senso di incompiutezza reso ancora più pungente dall’alto livello di quello che avevamo visto durante la prima parte del concerto.
Non possiamo dire di aver assistito a un brutto live (non tutto, perlomeno), né di essere rimasti scottati da quello a cui abbiamo assistito: Dargen lo ascoltiamo ancora, D’IO resta un gran disco e in futuro forse torneremo a vederlo. Però, parafrasando Alberto Di Stasio in Boris: “Un grande locale, un grande artista, e un concerto in cui ce se capisce e nun ce se capisce. Io ‘n c’ho capito un cazzo”.

Scritto con perplessità e devozione da:

Matteo Cutrì & Giovanni Ruggeri

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