Jonah Lomu, la Leggenda

Mike Catt nel 1995 ha 24 anni. Gioca come estremo, ha già una discreta esperienza in Nazionale inglese ed ha da qualche mese vinto il Cinque Nazioni con un grande slam, vincendo dunque tutte le gare. Gioca nel Bath, ed è titolare al Mondiale sudafricano del 1995. Sta giocando la semifinale, e di fronte ha la Nuova Zelanda. Ed ancora non sa che sta per subire uno shock psicofisico tale da mandare in pensione giocatori ben più esperti. Fortunatamente poi Mike avrà la sua più che onesta carriera, totalizzando 75 presenze con la Nazionale, vincendo la coppa del mondo del 2003 e diventando il giocatore più anziano a giocarne una finale nel 2007. Ma quel giorno del giugno 1995, Mike Catt viene investito da un treno. Ma non dovete immaginarvi un treno classico. Ha due gambe, due braccia, una maglia nera e quasi centoventi chili distribuiti su 195 centimetri di altezza. Ha un numero 11 bianco dipinto sull’enorme schiena, e viaggia ad una velocità difficilmente concepibile per chiunque altro. Ha solamente 20 anni, ed ha un nome: Jonah Lomu.

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“Il diretto per la meta è in partenza da qualsiasi punto del campo!” Fonte: telegraph.co.uk

Jonah, all’anagrafe Siona Tali Lomu, è alla sua prima Coppa del Mondo, e da qualche mese veste la maglia della Nazionale neozelandese, gli All Blacks. E’ il più giovane di sempre ad averla indossata. Dopo un inizio estremamente difficile, grazie anche all’aiuto dei senatori e di John Kirwan, suo compagno di stanza, diventa perno della Nazionale e conduce da solo la squadra a quella semifinale. Ed in quella semifinale segna quella che è probabilmente la meta più importante di tutti i tempi, quella che segna il passaggio dal passato al futuro del rugby, il passaggio dal dilettantismo al professionismo dell’intero movimento, il passaggio dallo sport praticato nel dopo lavoro al grande business. E’ passato un minuto e mezzo dall’inizio della partita, e Lomu riceve un passaggio un po’ troppo lungo. Il 14 Underwood gli si fa sotto, ma l’ala lo evita con un frontino e comincia a correre. Immaginate di vedervi correre incontro una montagna di muscoli capace di fare i 100 metri in meno di 11 secondi. Sulla linea dei 22 metri Carling, capitano inglese, cerca di placcarlo, riuscendo solo a toccargli la caviglia. Lomu barcolla, rischia di cadere, ma riesce a mantenere l’equilibrio. Proprio in quel momento gli si para davanti Mike Catt. Lomu lo abbatte e lo calpesta, quasi senza rallentare, e deposita il pallone in meta.

Lomu (dailymail.co.uk)
Non sentite anche voi il triste rumore dei tacchetti sulla carne? Fonte: dailymail.co.uk

La sua vita non è cominciata nel migliore dei modi. Il padre è un alcolista, che picchia lui e la madre. Lo zio viene ucciso quando lui è ancora ragazzo a colpi di machete. Vive alla periferia di Auckland, e passa la maggior parte del suo tempo fuori casa. Furti, risse ed accoltellamenti sono il pane quotidiano, finchè la madre non decide di mandarlo al Wesley College. I risultati scolastici non sono entusiasmanti, ma tutti si accorgono di Jonah per i risultati sportivi. Alle olimpiadi scolastiche del 1989, il quattordicenne Lomu vince tutto. Oro nei 100, 200, 400, 100 ostacoli, lancio del disco, del giavellotto e del peso, salto in alto, in lungo e triplo. Comincia a giocare come 8 nella squadra di rugby della scuola, e viene chiamato per un torneo di rugby a sette con il Counties Manukau. E’ la partita dell’inizio della leggenda di Jonah Lomu. Si racconta che arrivi al campo dieci minuti prima dell’inizio della partita, dopo aver perso l’autobus ed aver percorso a piedi i circa 20 chilometri di strada. Abbastanza provato, parte dalla panchina, ed entra quando i suoi sono sotto per 16 a 0. La partita i suoi la perdono ugualmente, ma di soli due punti, e Lomu mette a segno tre mete. Entra in Nazionale a sette, e vince il torneo di Hong Kong nel 1994. Molti giocatori di quella squadra erano già titolari in nazionale a quindici, e chiedono a coach Mains di convocarlo.

Dopo che anche gli osservatori ne avvallano e suggeriscono la convocazione, Mains lo chiama. E’ ancora il 1994, Lomu a 19 anni diventa l’All Black più giovane di sempre. Si gioca contro la Francia, ma alla fine della partita i galletti esultano ed il tabellone mostra un impietoso 22 a 8. Anche al ritorno vince la Francia, e Lomu in entrambi i casi è protagonista in negativo. Mains lo difende, ma decide di lasciarlo a casa per il resto del tour. I media si accaniscono contro il tecnico, reo di aver convocato un giovane inesperto ed inadatto, e contro Jonah, reo di essere inesperto ed inadatto. Nonostante questo, Mains lo convoca per i trial per partecipare al Mondiale. Al termine degli allenamenti, sono gli stessi senatori, John Kirwan in testa, a chiedere al ct di chiamare Lomu alla coppa del mondo. Decisione giusta. Jonah segna sette mete, dividendo il record di mete con il compagno Ellis. Alla fine quel mondiale lo vincerà il Sudafrica, alla prima partecipazione post apartheid, con Mandela e capitan Pienaar esultanti insieme sul campo.

Lomu (thesundaytimes.co.uk)
Jonah Lomu, vent’anni, alla sua prima partita del suo primo Mondiale. Segna due mete. Fonte: thesundaytimes.co.uk

E’ il punto più alto della carriera di Siona Tali. Poco dopo quella finale, gli viene diagnosticato una sindrome nefrosica renale, una malattia rara e degenerativa. Sempre più la vita stessa di Jonah Lomu sarà legata, non solo metaforicamente, al macchinario per le dialisi. Le prestazioni, soprattutto nel club, peggiorano a vista d’occhio. In Nazionale Lomu continua a mietere mete su mete. Nel 1999, a 24 anni, vince il Tre Nazioni ed arriva in semifinale di Coppa del Mondo, risultando al termine della competizione il miglior marcatore. Una sera, nell’albergo del ritiro della felce argentata, arriva un fax, che recita: “Il rugby è uno sport di squadra. Perciò, tutti e 14, passate la palla a Lomu.” Ma in realtà è la fine dell’idillio. Nel nuovo millennio, Lomu comincia ad uscire dalle convocazioni dei kiwi, finchè nel 2003 è costretto ad abbandonare una prima volta l’attività sportiva. Per cercare di risolvere il problema, che lo costringe a letto per la dialisi tre volte a settimana, Jonah decide di sottoporsi al trapianto. Il rene gli fu donato dall’amico e telecronista Grant Kereama. Non si sa ancora se Lomu potrà mai tornare a giocare.

Intanto però Lomu ha segnato il passaggio dal dilettantismo precedente al professionismo. Non basta più essere bravi tecnicamente ed avere tempo nel dopolavoro per giocare a rugby, anche ad alti livelli. Ora serve il fisico. Lomu nel 1995 era il più alto ed il più grosso della squadra, oggi, per fisico, si mescolerebbe nella massa. Dopo di lui è arrivato il business del rugby, con i diritti tv, il mercato, gli sponsor, i contratti. E la differenza rispetto al passato è netta.

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Immaginate di essere il povero Sandro Ceppolino, il 12 italiano. E’ il Mondiale del 1999, e per la cronaca, Nuova Zelanda – Italia 101-3. Fonte: huffingtonpost.it

Due anni dopo, Jonah torna sul campo. Non con la maglia degli All Blacks, né su un polveroso terreno neozelandese. Indossa la maglia gallese dei Blues, e la partita d’esordio è in Italia, in Heineken Cup, al San Michele di Calvisano. L’intera esperienza non va come sperato, con dieci caps e una meta. Dopo esser tornato in patria e non aver ricevuto nessuna nuova offerta, nel 2007 Lomu appende le scarpette al chiodo, a trentadue anni. In realtà due anni dopo questa decisione Jonah si rimette sul campo, ma l’esperienza a Marsiglia, in terza divisione, dura solo tre partite. Nel 2011 rischia la vita per un blocco renale, dopo aver scoperto che il rene trapiantato era collassato.

Lomu (myjoyonline.com)
Jonah Lomu durante l’Haka. Fonte: myjoyonline.com

Era ancora in attesa di quel nuovo rene il 18 novembre, quando Jonah Lomu muore. La causa è arresto cardiaco, dovuto all’aggravarsi della malattia unito al viaggio interoceanico tra Dubai e Auckland di un paio di giorni prima. Il mondo intero ha reso omaggio a chi ha realmente cambiato il rugby, a chi ha segnato la cesura con il passato. Prima di lui, appassionati. Dopo, atleti. E lui ha inciso questa demarcazione nel campo, arando avversari su avversari, travolgendo chi non conosceva o non accoglieva il cambiamento. “In quel momento mi sono messo a ridere.” Mike Catt vent’anni dopo è allenatore, ma sicuramente nell’animo porta ancora il segno di quei tacchetti. “La cosa incredibile è che, mentre ero a terra, si è avvicinato Robin Brooke (seconda linea neozelandese), che mi disse “il meglio deve ancora venire”. Ed aveva ragione. Non credo che Lomu si sia mai reso conto dell’impatto che ha avuto su quella partita, e sul rugby.” E probabilmente, ha ragione anche lui.

Marco Pasquariello

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