Non chiamatelo storytelling, è semplice conservazione del potere

Anche il cronico Medioevo culturale nel quale non ci stanchiamo mai di sguazzare è stato investito dalla comunicazione 2.0, una categoria che non significa sostanzialmente nulla ma nella quale facciamo rientrare per comodità tutto quello che comprende comunicazione politica, social network, spin doctor, mass media nuovi e vecchi. Molti ad esempio si saranno accorti che la parola del momento è “storytelling”, un termine inglese che tradotto significa letteralmente “narrazione di storie”, cioè tutto e (soprattutto) niente.
Da quando viveva nelle caverne l’uomo che grazie alla forza, all’anzianità, alla ricchezza o quant’altro deteneva una qualsiasi forma di autorità sull’altro non si è mai limitato ad esercitarla, ma ha cercato di giustificarla, di far credere agli altri che questa autorità fosse giusta, naturale. Ovviamente in certi casi lo è, in altri no, ma in entrambi questa autorità non deriva solo da una superiorità reale, ma dall’abilità nel dimostrare agli interlocutori che questa superiorità, vera o fittizia, esiste e ha presupposti condivisibili. Questo essenzialmente è lo storytelling, con un raggio di azione che oscilla tra la leadership più empatica e la supercazzola. Il grosso equivoco del 2015 è la convinzione diffusa e condivisa da un po’ tutto l’apparato mediatico italico che lo storytelling e tutto quello che concerne la comunicazione politica moderna che va oltre l’essere proprietario di tre canali televisivi e diversi gruppi editoriali (ciao Silvio, mi manchi davvero) sia stato inventato da Matteo Renzi e Nomfup.
“Instagrammami di profilo mentre guardo l’orizzonte che viene una bomba”
Fonte: Panorama.it
Stando a quotidiani e telegiornali, la rivoluzione tecnologica e modernista renziana consiste nel comunicare tramite i suoi account Twitter e Facebook, adottare il più spesso possibile un registro informale e usare le slides per presentare le novità di governo. Sempre in riferimento al Medioevo culturale di cui sopra, è palese che nel 2015 questi elementi non possono considerarsi particolarmente rivoluzionari e innovativi. In tutto il mondo più o meno tutte le personalità politiche e non hanno un account ufficiale sui social e se ne servono per comunicare, persino Benedetto XVI, uno dei papi più conservatori della storia recente, aveva un account Twitter. Reagan strappava consensi già negli anni 80′ parlando come l’uomo comune (anche perché non avrebbe saputo fare altrimenti) e nemmeno le slides sono un’idea così nuova. Bisogna sfatare un mito: Renzi ha nella comunicazione uno dei suoi principali punti di forza, è circondato da collaboratori capaci e usa tecniche tutto sommato moderne ma non ha inventato nulla, non ha rivoluzionato il mondo della comunicazione e non usa niente che non si sia già visto in Europa o negli USA negli ultimi 15/20 anni.
Inoltre, la fascia d’età degli under 30, quella più digitalizzata e sensibile alle dinamiche moderne per ovvie questioni anagrafiche è anche quella meno attratta da Renzi e quella che lo ha votato di meno nelle seppur trionfali elezioni europee del 2014. Com’è quindi possibile che il premier più giovane della storia, il rottamatore di tutta la vecchia politica, il comunicatore moderno e modernista riscuota più successo tra gli over 50 piuttosto che tra gli under 30?
Sicuramente ci sono ragioni strettamente politiche che esulano dalla comunicazione, la quale può anche averlo sovrastato, ma non ha (ancora) annullato l’importanza del contenuto. Interpretare questa dinamica solo da un punto di vista comunicativo sarebbe riduttivo, il senso di appartenenza degli elettori più anziani e ideologizzati al partito erede del PCI (fa ridere un sacco, lo so, ma è così) o un Jobs Act che non sembra in grado di sconfiggere la piaga della disoccupazione giovanile sono fattori determinanti, ma non bastano a spiegare la diffidenza dei giovani nei confronti del premier giovane. Sorprendentemente, sui social  Matteo Renzi perde il confronto con gli altri leader: su Facebook ha circa 830000 likes, 300000 meno di Salvini e addirittura un milione in meno di Beppe Grillo; su Twitter va meglio, ha circa due milioni di follower ma solo poche decine di migliaia in più del leader del M5S.
La risposta è quell’inglesismo vago che va tanto di moda in questi giorni, storytelling. La vittoria della comunicazione renziana consiste nell’essere riusciti a “raccontare la storia”del leader moderno che si è imposto sulla vecchia politica battendola in campi per loro impraticabili quando in realtà l’ex sindaco di Firenze ha conquistato il potere e soprattutto lo mantiene grazie a giornali e televisione, che saranno anche vecchi e superati, ma estremamente efficaci.
La sensazione di eccezionalità attorno a Renzi che twitta o Renzi che spiega la nuova finanziaria su Facebook è trasmessa dai telegiornali e scritta sui quotidiani, non è autoelaborata. Ho 25 anni, non ci vedo nulla di eccezionale nel fatto che un premier comunichi tramite la sua pagina Twitter, lo fanno praticamente tutti. Questo smodato e disinibito uso della tecnologia (sarcasmo) nel 2015  fa colpo più che altro su chi non la conosce o comunque non la usa: le fasce d’età più mature, che tuttavia siccome non la usano apprendono le doti del leader moderno e modernista da televisioni e giornali sempre pronti a creare culti della personalità nel tentativo di rendersi un po’ più interessanti.
Ricordiamoci sempre che siamo un paese mediamente vecchio, scarsamente digitalizzato e culturalmente arretrato rispetto ai partner europei. Il consenso non lo mantieni a colpi di #lavoltabuona e tweet che sembrano fatti col generatore automatico dove fai vedere quanto ce l’hai grosso ricordi tutte le cose che sei riuscito a fare anche se tutti dicevano che non ce l’avresti fatta ma con televisioni e giornali che si sperticano nelle tue lodi, riducono le voci critiche a macchiette (gufi e rosiconi) e gonfiano a dismisura candidati con pochissima credibilità ma grande impatto mediatico (“l’altro Matteo”). Il consenso lo mantieni grazie al tuo portavoce Filippo Sensi, esperto di comunicazione politica, ex vice-direttore di Europa e twitstar con l’account Nomfup, ma non solo grazie a #cosedilavoro, l’idea neanche troppo originale di farti le foto non dalla prospettiva ufficiale ma da quella del fan che è riuscito a intrufolarsi dietro le quinte o perché lancia la foto di te e Orfini che giocate a FIFA per distogliere l’attenzione dalle regionali che non sono andate proprio benissimo ma soprattutto perché ha grande influenza, se non vero e proprio potere, su gran parte della stampa, che pare non esiti a foraggiare con indiscrezioni/notizie che vuol far uscire, magari sotto la formula “Renzi avrebbe confidato ai suoi” che salta fuori su ogni tema e, siccome non credo ci siano spioni nel giglio magico, sa tanto di notizia calata dall’alto. Il consenso lo mantieni parlando di rivoluzionare la Rai, rimodernarla sul modello della BBC o della CNN ma votando il nuovo Cda con la legge Gasparri per lottizzarlo coi tuoi uomini di fiducia e riformarla in modo da aumentare il potere nelle mani delle persone che tu hai messo lì.
Chi è il premier più giovane e fico della storia?
Fonte: Giornalettismo.com
Che i media mainstream siano servili e conservatori (metafora del paese?) è quasi un dato storico, non stupisce neanche troppo il modo in cui questo Presidente venga coccolato, protetto, riempito di attenzioni quando si parla di superficialità e affettuosamente messo al riparo quando sbaglia o viene criticato. Esperti e addetti ai lavori fanno a gara a chi lo applaude più forte, d’altronde tengono famiglia anche loro, d’altronde sarebbe irresponsabile e da catastrofisti andare contro l’uomo che piace a tutti in un momento cruciale come questo. L’opposizione cronica e sterile lasciamola fare ai soliti, innocui, noti.
Per conservare ed esercitare il potere nel 2015 serve anche il moderno storytelling fondato su modernismo, ottimismo, fiducia, progresso, giovinezza, rinnovamenti, luci in fondo al tunnel e volte buone, ma soprattutto servono trucchi antichi ma che nessuno ha mai pensato di rottamare come appunto il controllo dei media, l’eliminazione politica degli avversari, la capacità di consolidare e implementare la maggioranza con nuovi acquisti, l’abilità di mettere uomini di fiducia al posto giusto e le promesse di diminuire le tasse.
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