Immigrazione, Sicilia, giornalismo: a tu per tu con Salvo Catalano

Incontriamo Salvo Catalano in una delle sale dell’Hotel Biancaneve di Nicolosi, piccolo paese arroccato alle pendici dell’Etna nel catanese, arriva trafelato, si sa che quando piove nella zona cominciano i problemi. Ospite del corso “Reporting diversity – An ethical perspective on migration”, Salvo Catalano collabora con Il Fatto Quotidiano, La7 ed è vice direttore di MeridioNews, una testata locale siciliana che si è affermata anche lontano dall’isola: tanto da attirare l’attenzione di RaiTre o ARTE. La ragione di questo successo? La decisione di occuparsi di immigrazione come tema principale, una scelta dettata da una semplice ragione geografica, ma anche dal bisogno di fare chiarezza sulla transizione di persone che, ormai da anni, coinvolge la Sicilia e l’Italia intera. 
Alcuni migranti fuori dal CARA di Mineo (CT) | Fonte: palermo.repubblica.it

Salvo si racconta con la spontaneità e la naturalezza dei suoi 28 anni, andando dritto al punto perché la priorità è raccontare, spiegare, svelare l’umanità che troppo spesso si nasconde dietro alla parola “immigrazione”.

Lavorando nell’ambito dell’immigrazione, qual è un modo efficace per creare una relazione con il migrante? E come fare a scrivere una buona storia senza tradire la fiducia e l’identità individuale del migrante?
Credo che non tradire l’identità del migrante significhi non incontrarlo avendo già in testa una storia per lui, dei paletti dentro i quali inserirlo, delle macrocategorie in cui inquadrarlo. Lui ha la sua storia, piena di sfaccettature, di dolori e di esperienze anche positive. Vanno tirate fuori con grande sensibilità. Non tradire la sua fiducia significa rispettare i patti: io scrivo quello che tu mi racconti, anche se non sta bene ai miei valori, alla linea editoriale del mio giornale, ecc. Instaurare una relazione nel poco tempo che si ha a disposizione è difficile: un ascolto sincero è la base, venire prima incontro alle sue esigenze materiale, per quanto possibile, può sicuramente aiutare. Se il migrante da quando è sbarcato non ha ancora sentito telefonicamente i famigliari, allora allungare il tuo cellulare e permettergli di chiamare casa è un gesto che rompe la freddezza. 
Cosa significa fare il giornalista che si occupa di migrazioni in Sicilia in questi anni? Quali sono le principali sfide e i problemi più comuni?
Fare il mestiere di giornalista in Sicilia è un privilegio. Occuparsi di immigrazione qui in questi anni ancora di più. Dalla Sicilia sta passando il mondo e la Sicilia è diventata laboratorio per le politiche italiane ed europee sull’immigrazione. La stampa internazionale ci guarda e viene qui per raccogliere le storie. E spesso siamo noi, cronisti locali, a fare da apripista. E’ una bella responsabilità. Che va affrontata con un occhio e un orecchio alle decisioni politiche prese a migliaia di chilometri di distanza da qua, e con l’altro occhio e l’altro orecchio sulle nostre strade. I problemi più comuni da affrontare sono la poca trasparenza delle istituzioni coinvolte e il rischio di far diventare routine le tragedia e le storie dei migranti. 
Proprio per quanto riguarda la poca trasparenza istituzionale e non solo, è molto complesso ottenere l’autorizzazione a visitare i CARA e le altre strutture di accoglienza, ma non solo: le cooperative e le associazioni che li gestiscono spesso mostrano il “lato buono” della struttura a politici e giornalisti. Lei è uno dei pochi che è riuscito ad osservare e testimoniare quello che succede davvero oltre i cancelli, la differenza è così determinante? Perché, a Suo avviso, i gestori si oppongono a tal punto alle “visite”?
I gestori si oppongono a visite davvero libere perché hanno qualcosa da nascondere. Che può andare dalla cattiva organizzazione a veri e propri abusi. Riuscire a parlare con i migranti, vedere i luoghi dell’accoglienza anche nelle parti più nascoste senza avere il fiato sul collo di uffici stampa o gestori è determinate nel fare un racconto quanto più veritiero della realtà. 
La sovrapposizione tra associazioni di stampo mafioso e la gestione dei CARA come influenza la professione del reporter?
Personalmente la gestione del Cara da parte di soggetti su cui sono in corso le indagini non hanno mai influenzato il mio lavoro. Ma solo spinto ad approfondire sempre di più tutto quello che ruota attorno a questo luogo. 

 

salvo catalano
Salvo Catalano in uno scatto di Elisenda Torrente Ribé
La società civile ha dimostrato di saper rispondere alle sfide sociali dell’immigrazione in maniera più umana rispetto ai politici. Sono molte le associazioni non governative attive su tutto il territorio italiano per supportare migranti e richiedenti asilo. Esiste una rete di collaborazione attiva dei giornalisti italiani con queste realtà?
No, non esiste una rete ufficiale di giornalisti che tiene i rapporti con le associazioni. Sono alcuni singoli cronisti, o in alcuni casi come MeridioNews per cui scrivo, alcuni giornali a tenere rapporti costanti con le associazioni che si occupano dei migranti. Senza le quali il nostro lavoro sarebbe quasi impossibile. Associazioni che in molti casi non sono ben viste dalle istituzioni, a cominciare dai comuni e dai centri di accoglienza perché per loro sono una spina nel fianco. 
Dopo anni di passività l’Unione Europea ha approvato un importante provvedimento, stabilendo un sistema di redistribuzione e ri-allocamento dei rifugiati a livello comunitario. Inoltra ha previsto la creazione di centri d’identificazione e registrazione co-gestiti da autorità nazionali ed europee, i cosiddetti hot-spot. In che modo questo cambiamento influirà sulla tutela dei diritti dei migranti? C’è il rischio che si formalizzi una divisione tra migranti di “serie A” e di “serie B”?
Il nuovo sistema di gestione dell’immigrazione dell’Europa, fatto dell’accoppiata quote di ricollocamento + hotspot, contiene un duplice rischio: limitare ancora di più la libertà dei migranti di scegliere il loro futuro e creare in Italia una nuova emergenza sociale. Il ricollocamento riguarda solo due nazionalità: siriani ed eritrei. In questi anni sono pochissimi i siriani e gli eritrei che sono rimasti in Sicilia. Piuttosto hanno approfittato delle maglie larghe delle strutture di prima accoglienza per scappare senza essere identificati e continuare il loro viaggio verso il Nord Europa. Ora si impone l’identificazione e una parte di questi verrà accolta in altri Paesi europei. La restante parte dovrà chiedere domanda di asilo in Italia, perché paese di primo approdo, visto che non è stata superata la convenzione di Dublino. Ma ad avere la peggio saranno i cosiddetti migranti economici.Negli hotspot (Lampedusa, Pozzallo, Augusta, Trapani, Porto Empedocle) in 48-72 ore si dovrà decidere chi ha diritto a fare domanda di asilo e chi no. Come si fa a valutare le storie personali dei singoli migranti in così breve tempo? Già nelle ultime settimane, anche se gli hotspot non sono formalmente partiti, si sta applicando questo criterio. Secondo le prime testimonianze, i migranti vengono sottoposto a un’intervista (a volte in un inglese incomprensibile) o devono rispondere a questionari a risposta multipla. La semplice ammissione di essere venuti in Italia “per lavorare” fa scattare l’etichetta di migrante economico, a prescindere dalla storia personale che ognuno si porta dietro. E qui scatta il rischio emergenza sociale: respingimento non significa rimpatrio. Ai migranti a cui non viene permesso di presentare domanda di asilo viene consegnato un foglio di via: entro sette giorni dovrebbero lasciare l’Italia a loro spese. Cosa che non avviene mai. Queste persone entrano nel limbo della clandestinità, tagliati fuori dai tradizionali canali di accoglienza, spesso alla mercé della criminalità. 
 
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