Non suonarla, Donnie

Viste dall’altra sponda dell’Oceano, le elezioni presidenziali americane sono proprio uno spettacolo, non c’è che dire. Gli ingredienti ci sono tutti: massima personalizzazione della battaglia politica, big money, staff elettorali interminabili, spin doctors e frontiere della comunicazione politica spostate ogni quattro anni più in là. E ancora: feroce pubblicità negativa, intrighi e finanziatori oscuri, stelle hollywoodiane a sostegno dell’uno o dell’altro candidato. Il tutto con la Casa Bianca a fungere da scenografia e, come in ogni varietà che si rispetti, musica, tanta musica.
Una raffigurazione esageratamente caricaturale?

Probabilmente sì, ma questa foto lascia aperto qualche dubbio.

Steven Tyler e Donald Trump

C’è Steven Tyler, 67 anni, un trascorso da eccentrico frontman degli Aerosmith – quelli di “Walk this way”, “Sweet emotion”, per intenderci. E c’è Donald Trump, 69 anni, altrettanto eccentrico miliardario nonché variabile impazzita e per ora vincente (da destra) alle primarie repubblicane.

Ebbene, recentemente il primo ha diffidato per vie legali il secondo dall’utilizzare l’innocuo (banale?) brano “Dream on” nei propri eventi elettorali.
Nonostante Tyler sia da tempo registrato al Great Old Party e abbia partecipato in prima persona al più recente dibattito tra i candidati repubblicani, attraverso i propri avvocati egli ha tenuto ad allontanare ogni sospetto di endorsement nei confronti del miliardario, ricordando peraltro che quest’ultimo non detiene i diritti di riproduzione del classico della band di Boston.
D’altronde, caro Donnie, c’era da attendersi un simile colpo basso da una misera rockstar milionaria che nel 1993 cantava “Eat the Rich: there’s only one thing they’re good for / Eat the Rich: take one bite now – come back for more “.
Sfortunatamente per Trump, Steven Tyler non era la prima rockstar settuagenaria a sabotare la sua playlist. 
Nel giugno scorso, infatti, all’indomani dell’annuncio della discesa in campo del miliardario, Elliot Roberts, manager della leggenda del folk-rock americano Neil Young, si è affrettato a dichiarare che l’assistito, peraltro cittadino canadese, sostiene Bernie Sanders – cioè quanto di più antitetico a Trump proponga la scena politica americana ad oggi.
L’oggetto del contendere? L’inno “Rockin’ in the free world”.
Paradossalmente, tuttavia, l’immediata presa di distanze del cantautore potrebbe aver risparmiato al candidato gli imbarazzi di una scelta improvvida. Non serve infatti molta attenzione per notare che, al di là del riff divenuto ormai un classico e dell’incipit “There’s colors on the street / Red white and blue”, l’America cantata da Neil Young è tutt’altro che “great again”, citando lo slogan di Trump.
Questa, ad esempio, la seconda strofa: “I see a woman in the night / with a baby in her hand / under an old street light / near a garbage can / now she puts the kid away / and she’s gone to get a hit / she hates her life / and what she’s done to it / there’s one more kid / that will never go to school / never get to fall in love /never get to be cool”.
Qui, detto tra parentesi, siamo ai livelli del Bersani 2009: ricordate i manifesti “Un senso a questa storia”? La canzone “Un senso” di Vasco Rossi, appositamente scelta dal leader del PD, proseguiva “… anche se questa storia, un senso non ce l’ha”.
Un altra disdetta, caro Donnie, il cappellaccio da cowboy di Neil Young non basta a farne un repubblicano fervente.
Quantomeno, caro Donnie, né Steven Tyler né Neil Young sembrano essersela presa male tanto quanto Micheal Stipe, frontman dei REM, il quale, lo scorso 10 settembre, aveva reagito via twitter all’utilizzo di “It’s the end of the world (as we know it)” in un raduno del Tea Party.
“Go fuck yourselves, the lot of you – you sad, attention grabbing, power-hungry little men. Do not use our music or my voice for your moronic charade of campaigning”. Un signore.
Più laconico il bassista dei REM Mills, che di Trump disse: “Personally I think the Orange Clown will do anything for attention. I hate giving it to him”.
Ma consolati, caro Donnie: non sei il primo repubblicano a faticare nella ricerca di endorsement musicali di rilievo.
Nel 2012, ad esempio, Mitt Romney fu doppiamente beffato: il rapper K’naan gli impedì l’utilizzo del brano “Wavin’ flag”, inno dei mondiali di calcio in Sudafrica dello stesso anno: poco tempo dopo la medesima canzone venne inclusa nella playlist della campagna di Obama (un raffinato esempio di targeting dell’elettorato su base musicale).
Fattene una ragione, caro Donnie: il panorama musicale americano è da sempre un terreno minato per i repubblicani, sia che si ambisca alle leggende viventi, sia che si miri all’endorsement dei contemporanei. E, d’altronde, dove andare a cercare? Tra i miti del soul e della black music? Tra i reduci del folk-rock degli anni Sessanta e Settanta? O forse a Seattle, nella tana del grunge? Cosa fare, allora, se il mondo hip-hop pare inaccessibile e persino l’establishment del pop più commerciale sembra più incline a prestarsi al fianco dei candidati democratici?
Non a tutti può andar bene come a Ronald Reagan, che a sorpresa fu definito da James Brown “the most intelligent, most well-coordinated president we’ve ever had”.
Rassegnati, caro Donnie: ti resta solo il country, i soliti riff di chitarra, le solite praterie dell’America centrale, le solite Harley Davidson sulle solite lunghe highway. Insomma, ti resta soltanto Kid Rock.
Kid Rock

Peccato che Romney lo abbia già ampiamente saccheggiato quattro anni fa.

Ma ora, caro lettore, è bene tornare seri per un’ultima avvertenza.
Benché la commistione tra musica e politica sia spesso relegata alle note di colore dei giornali, essa è sempre più frequentemente frutto di precise strategie marketing elettorale, specie in America, nonché specchio del contesto politico, mediatico e sociale del paese in cui si cala.
La campagna elettorale del 2012 di Obama insegna – e se ne parlerà magari un’altra volta.
Insegna, si è detto. Caro Donnie, se ce la fai, impara.
Andrea Zoboli
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