The Bottonomics – Data revolution: ride bene chi ride primo

Lee Evans
Lee Evans è, tra gli attori comici inglesi, uno dei più famosi. Mi è capitato di vedere un suo spettacolo in tv un po’ di tempo fa, appena giunto in UK. I miei coinquilini dell’epoca, Grant e Chris, erano piegati in due dalle risate e avevano seri problemi con la regolare respirazione. Insomma, lo show più divertente della loro vita. Ed io? Serio, quasi impassibile. Accennavo qualche sorriso di tanto in tanto, ma niente di che. Adesso, a parte lo humour inglese che, come universalmente risaputo, a noi italiani trasmette poco, c’era un problema di fondo: io non ridevo perché non capivo nulla di quello che Lee Evans diceva. Per dirla in economichese, Lee Evans trasmetteva con la sua produzione orale e mimica una serie di messaggi che Grant e Chris erano in grado di cogliere ed elaborare in informazioni che permettevano loro di aumentare il proprio benessere. Io, al contrario, non ero in grado di cogliere ed elaborare, quindi non aumentavo il mio benessere se non in modo parziale quando, qualche gesto sconsiderato di Evans, generava un accenno di sorriso sulle mie labbra.

Ecco, analogamente a quanto a me accaduto su quel divano a Leicester, questo è quello che accade oggi nel mondo delle imprese (e non solo): ci sono imprese in grado di raccogliere dati e trasformare questi in informazioni utili per il loro processo produttivo e/o innovativo ed imprese che, invece, non hanno la forza di ridere perché non sono in grado di comprendere quello che i dati raccontano. La potenza delle informazioni nascoste nei dati è straordinaria e dirompente o, per dirla con un termine americano molto in voga, disrupting.

In un recente articolo della MIT Sloan Management Review, Joe Locarno, CIO della Cathay Pacific (“Hong Kong’s premier Airline” – Cit.), racconta di come il business dei voli stia diventando sempre più “data-driven”: comprendere i dati significa avere nuove informazioni e avere nuove informazioni significa essere in grado di elaborare nuovi servizi o servizi più efficienti. Insomma, come aveva predetto Michael E. Porter in tempi non sospetti, l’informazione è in grado di conferire vantaggi (competitivi) alle imprese e la diffusione di strumenti “smart” può solo aumentare la capacità di queste di raccogliere dati. Ecco perché da un lato le imprese cercano di captare informazioni dal loro processo produttivo e dall’altro cercano di capire quali sono i gusti dei loro clienti o potenziali tali. Ad esempio, come si legge nell’intervista fatta a Locarno, monitorare i bagagli e avere una conoscenza precisa di dove essi siano in ogni preciso istante consente alla Cathay Pacific di implementare il servizio di consegna a domicilio che lo stesso cliente può facilmente attivare con un click dal suo smartphone, magari mentre legge il suo giornale online preferito che gli è stato gentilmente offerto dalla compagnia.
Se ci sono i margini di profitto (e a quanto pare ci sono), le imprese saranno incentivate a raccogliere dati e ad elaborarli così da concretizzare un vantaggio nei confronti dei propri competitor. La data revolution, inoltre, apporterà analoghi vantaggi anche nel settore pubblico, settore in cui Governi ed Istituzioni potranno aumentare la loro efficienza e velocità, oppure comprendere nuove esigenze e creare nuovi servizi ai cittadini.

Per concludere dico solo che in un futuro molto prossimo lo stock di dati sarà sicuramente un core asset e la loro elaborazione una core activity per tutte quelle imprese che non vorranno restare in poltrona a guardare gli altri ridere.
 
Niky Venza
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