La lunga attesa dei richiedenti asilo

Fonte: ibstimes.co.uk/Reuters
Sui giornali italiani si susseguono fotografie mano e mano più drammatiche di uomini, donne e bambini che tentano di raggiungere l’Europa camminando lungo le rotaie in Macedonia, o viaggiando sui barconi nel Mediterraneo. C’è tanta attenzione per il momento del dramma, per lo sbarco, per le fughe. Meno frequenti sono le foto di quello che succede dopo, quando i migranti scendono dai pullman che li portano dalla Sicilia a Roma, a Bologna, a Trento. Sono nigeriani, maliani, bengalesi, pakistani. Se prima c’erano tanti uomini giovani, adesso arrivano anche famiglie e donne sole.
Quando arrivano nei progetti di accoglienza, sparsi su tutto il territorio italiano, i migranti fanno domanda di asilo. Un richiedente asilo ha il diritto di rimanere in Italia fino a che l’organo preposto non abbia analizzato la sua richiesta di protezione. Un richiedente asilo ha anche diritto ad essere ospitato in un progetto di accoglienza, che si tratti di un campo, di un CARA, o di un appartamento semi autogestito. Quello che un richiedente asilo non ha il diritto di fare, però, è di lavorare, per lo meno nei primi 6 mesi dal suo arrivo. Nè ha diritto di spostarsi, come sanno bene i migranti fermi a Ventimiglia o al Brennero.
 
In altre parole, un richiedente asilo ha il diritto di aspettare, mentre lo stato valuta perché sia qui: se è perché scappa da guerre e persecuzioni, oppure solo da una povertà disperante e da un’aspettativa di vita di cinquant’anni scarsi. Nel primo caso, ha una speranza di essere riconosciuto come rifugiato e ottenere l’agognato permesso di soggiorno. Nel secondo caso, lo aspettano un diniego e un provvedimento di espulsione. Dopo il diniego non resta che la scelta, per molti praticamente obbligata, tra il rientro in patria e la dura vita della clandestinità.
 
Questa è una delle prime cose che un operatore spiega ad un migrante appena arrivato: in Italia non si può stare senza documenti e avere una vita normale, come in Libia. Per avere i documenti ci vuole tempo, e non è detto che arrivino. E i richiedenti asilo aspettano. Parole come “la Commissione” e il “permesso di soggiorno” diventano parole quotidiane, familiari, come prima lo erano i nomi degli attrezzi per lavorare i campi.
 
L’attesa è lunga. Lo stato italiano sta cercando di sveltire la procedura, e alla fine del 2014 ha raddoppiato, portandole a 20, il numero delle Commissioni Territoriali che hanno il compito di vagliare le domande di asilo e di intervistare i richiedenti. Ciononostante, spesso passa più di un anno dal momento dell’arrivo al momento della convocazione.
Durante questo anno, i richiedenti asilo aspettano. La gestione delle loro giornate è lasciata al progetto in cui sono inseriti: alla creatività e all’ingegno delle organizzazioni che li accolgono, ma anche alle risorse economiche a disposizione. Chi è fortunato si trova in un progetto che funziona, e allora impara l’italiano, fa volontariato, aiuta a pulire le città, si integra. In alcune province, dopo i primi 6 mesi, vengono attivati tirocini non retribuiti per insegnare ai richiedenti un lavoro. Chi è sfortunato si trova alla mercé di bande di cooperative criminali che cercano di fare più guadagno possibile sulla pelle dei migranti, come quelle coinvolte nello scandalo di Mafia Capitale.
 
Ma per tutti, i fortunati come gli sfortunati, resta il peso di quel tempo morto, nel quale non possono lavorare, fare progetti, mandare soldi alle loro famiglie a casa. Questa è la lunga attesa dei richiedenti asilo: un limbo disorientante, con un esito incerto. I migranti aspettano, senza sapere se potranno restare oppure se saranno rifiutati. Senza sapere se qualcuno dirà loro, un giorno, che devono tornare a quella patria che erano pronti a morire pur di abbandonare.
Angela Tognolini
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