Una separazione, non un divorzio

È uno sporco lavoro commentare l’attualità politica italiana. Si vive nella speranza di non dover indignarsi più di fronte al parlamentare incompetente e/o fannullone, del ministro complice che favoreggia i suoi amici potenti, del governatore che schernisce un innocente giornalista in una telefonata privata e altro ancora. Ma, soprattutto non si vorrebbe più parlare di Berlusconi. Non si vorrebbe più analizzare la sua ultima infelice e disgraziata uscita, la sentenza di uno dei suoi molti processi o la sua nuova tanto sagace quanto miope strategia per rimanere in sella. E invece tocca farlo. Tocca scavare nell’immondizia, ancora una volta. Che poi in tanti provano un sinistro(ide) e perverso godimento nell’imbrattarsi con questa fanghiglia melmosa e putrida.
Perciò questo articolo tratterà di come la Francia, inspiegabilmente e sconsideratamente, abbia fatto fallire, con il suo irrigidimento, i negoziati di Ginevra tra occidente e Iran. Brusio diffuso, vociare nelle retrovie, qualche fischio, disapprovazione collettiva. Vi sento. Mica sono sordo. Dopo il fine settimana di fuoco, che ha visto la rifondazione farsesca e anacronistica di quella sorta di derelitto brand (mi sembra più appropriato della definizione troppo lusinghiera di “partito”) chiamato Forza Italia e il defilamento dell’ex delfino a cui mancava il quid e ora alfiere della stabilità governativa Angelino Alfano, reclamate un’opinione, un punto di vista, una provocazione, eventualmente, un’ennesima indignazione. Davvero? Siete sicuri di volere sentir parlare ancora di Berlusconi? Ok, va bene, aspettate, mi metto dei pantaloni della tuta malconci, un maglione dai colori esageratamente sgargianti che ho comprato chissà perché in qualche grande magazzino sotto effetto di una martellante hit pop-dance anni ’10, stivali di plastica e sono pronto. Pronto ad immergermi nella spazzatura italica.
In realtà, scherzi a parte, qualcosa ci sarebbe da dire. Si è consumato un altro atto del lento ma, tremendamente inesorabile, declino di Silvio. Ormai le sue vicende politiche (e non solo) paiono stazioni di una infinita via crucis. Sintomi di un tracollo psicofisico (mi riferisco al malore durante il comizio), oltre che politico. Di un impero che si dissolve e che si sgretola. La parola chiave oggi è “decadenza”, in gergo politico-giuridico-istituzionale intesa come decadenza da senatore, in ossequio alla legge Severino, a suo tempo votata anche dal defunto PDL; in senso lato decadenza di un’epoca, di una fase, e, perché no, di un modo di concepire ed interpretare il centro-destra italiano.
Mi sono già soffermato qualche mese fa sull’ipotizzare il centrodestra post-berlusconiano e, incredibilmente, vista la mia proverbiale e intrinseca incoerenza, confermo sostanzialmente le mie tesi. Dunque rimango profondamente scettico riguardo la formazione nell’imminente di un partito “moderato” (termine talmente abusato e strapazzato da B. che ormai non ha più un significato se mai ce l’ha avuto) di stampo europeo. Alla motivazione addotta nel precedente articolo, ovvero la vacuità e l’inconsistenza del modello dei Popolari Europei, si aggiunga che, eccetto la fedeltà alle larghe intese, non si intravedono significative differenze programmatiche tra la riesumata Forza Italia e la neonata compagine composta dalle cosiddette “Colombe”. Magari semplicemente non sono ancora state elaborate e la mia è una diffidenza eccessiva.
Tuttavia sospetto che questa inesistenza di alternatività o il tentativo di celare le differenze abbia uno scopo ben preciso. La spiegazione va ricercata nei rapporti di forza tra Alfano, il figlio ribelle, e Berlusconi, il padre tradito. Mi pare che il secondo abbia ancora il coltello dalla parte del manico. Lo dice la storia di chi ha osato sfidarlo dall’interno, come Gianfranco Fini. Lo dicono tutti i fallimentari tentativi di instaurare un nuovo centro. Angelino riserva ancora parole dolci per il suo mentore poiché è ben consapevole che, se domani si andasse alle urne, il suo nuovo centro-destra (la fantasia è al potere) raccoglierebbe le briciole. Questo semplicemente perché gli elettori del PDL sono diventati progressivamente (o sono sempre stati?) elettori di Berlusconi. Attratti magneticamente dal suo carisma e convinti dalle sue alettanti promesse. In un certo senso, il Caimano è riuscito a riconfigurare il concetto politologico di “voto di appartenenza” in un voto di “fede”. Un po’come si tifa una squadra di calcio, tanto per non scomodare culti vari ed eventuali e non essere accusato di blasfemia. Il PDL e prima di lui (ma evidentemente anche dopo di lui) Forza Italia sono state impostate e plasmate come strutture verticistiche, in cui il capo si rivolge direttamente all’elettorato e il resto- i militanti, gli iscritti e persino tutti i dirigenti- non è altro che un megafono, una cassa di risonanza del messaggio. Senza Berlusconi, senza l’ammaliatore di serpenti, il messaggio è troppo fioco, il megafono è inutile e le croci sulle schede si dissolvono.
Perciò, come ha detto, B. si rimarrà inevitabilmente comunque tutti insieme, nella stessa coalizione, alle prossime elezioni. Anche lui non vuole il distacco in fondo. La frattura definitiva lo relegherebbe ad un ruolo marginale in Parlamento (un secondo Grillo, tanto per chiarirci) e lo priverebbe di ogni potere di veto e di ricatto. Inoltre tra le file dei filo-governativi si trovano molti professionisti della politica e mestieranti dell’amministrazione pubblica che Berlusconi non vorrebbe assolutamente abbandonare. Perciò mi aspetto tentativi ulteriori di riconciliazione e di ammansire gli starnazzanti “falchi” e le inviperite “amazzoni”.
Questo, quindi, è una sorta di balletto, di gioco delle parti al momento. Non è un vero e proprio, divorzio ma una separazione temporanea, in attesa di vedere come si evolve la situazione (e di developing stories, come le chiamerebbero gli americani, che si intrecciano ce ne sono molte). In attesa di capire se davvero ad uno dei due partner conviene divorziare. Intanto Enrico Letta, osserva e gongola.
Valerio Vignoli
 
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