Ho fatto il classico e questa è l’occasione per non pentirmene – il mito di Orfeo ed Euridice

Lo dico subito, per me Reflektor è un album della madonna, o comunque molto bello, o comunque gli Arcade Fire sono bravissimi, cioè voialtri non capite un cazzo, è un po’ come nel calcio, non si capisce perché Pezzali sia diventato tale oggetto di studio per i laureati nei loro venticinque-trentacinque anni – o meglio – perché lo sia diventato più del dovuto, né perché la gente non si rassegna al fatto che Mario Balotelli è un tamarro bresciano e bona lé.

Ciò detto, non vi parlerò del disco, ma del suo presunto concept, il mito di Orfeo ed Euridice
Prima di tutto, si dice Òrfeo e non Orféo (un po’ come quella ragazzina a cui do ripetizioni di latino che si è fissata, nonostante le mie proteste, che si dica Rodàno e non Ròdano, ma sticaz). 

Il mito di Orfeo ed Euridice è stato, come tutti i miti, scritto e riscritto innumerevoli volte e, ovviamente, non è la prima volta che è stato messo in musica, anche restringendo il campo alla musica popolare. I miti e, quindi par excellence i miti greci, sono una cosa figa perché, se ascoltiamo certi filosofi, quando furono creati servivano ad ammonire e ad educare la gente (ciò che avviene oggi con un sacco di arte o musica popolare: ti fa riflettere che dopotutto era meglio morire bambini), ma, proprio per come sono strutturati, hanno portata universale e perciò indifferente al tempo: sia in se stessi, sia come materiale da rielaborazione.
Orfeo Negro Arcade Fire
Una versione del mito originale è questa: Orfeo è un master of ceremonies, sa suonare, verseggiare e farti venire come un dio, tanto che è figlio di una Musa. Va in giro a provocare, secondo Aristotile, pietà e paura tramite la sua arte: la gente si sfoga, gli uccelli si commuovono, i torrenti, alla faccia di Eraclìto (essì, anche questo si pronuncia in questa maniera, dando così voce al dubbio dell’adolescente alle prime armi*) perdono il loro impeto, uomini e donne jizz in their pants e via discorrendo.

Chiaramente, finisce per sposarsi con la ninfa Euridice che però, sfuggendo da quello che oggi grazie a lei  lei chiameremmo uno stalker, si fa mordere da una bestia beccandosi l’hangover della vita, cioè, intendo proprio che muore. Il nostro bomber a quel punto scende nell’Ade per vedere che si può fare: con due o tre sleghi si aprire le porte che si deve far aprire, baci e abbracci, è standing ovation. La parte tragica consiste nella solita curiosità scimmiesca degli uomini, che fa sgarrare a Orfeo il patto di non voltarsi indietro verso Euridice nella risalita dagli inferi: tutto da rifare, la tipa viene risucchiata giù nell’Ade senza il tempo di dire ‘cràpula’ e death is pretty final.

L’unica, eretica e piena di umorismo adult-oriented (NON in quel senso, nel senso dei Dire Straits) rilettura di cui ero preventivamente a conoscenza, era quella di Nick Cave (di cui abbiamo delle orride diapositive): 


//www.youtube-nocookie.com/embed/1bPSU5WMrdw

E’ la prima traccia di un doppio album dei Bad Seeds Abattoir Blues/The Lyre of Orpheus (2004), un cd che posso vantarmi di avere comprato, in modo totalmente banale e antieconomico, in un centro commerciale, a Berlino, però, in completo sfregio al periodo berlinese della band. La seconda parte di questo doppio dovrebbe contenere i pezzi più pallosi elegiaci e soft dell’insieme, a partire da questo. La riscrittura, nel pieno rispetto dei canoni di Cave alla luce della sua svolta manieristica (cit.) degli anni 2000, è ben orchestrata e ilare, non mi dilungherò oltre linkandovi il testo con traduzione e permettendomi di porre attenzione a un paio di passi notevoli, quali:

-la rappresentazione di Orfeo come un proto-bluesman rurale;
-quando dice “G minor 7” viene effettivamente suonato un sol-7, in palese ossequio al principio di isomorfismo fra linguaggio e realtà del Tractatus

-tutta la questione sembra più un cheat-code di GTA che un mito riscritto;
-la più grande rima interna nella storia della musica pop: “Eurydice […] orifice”. **


//www.youtube-nocookie.com/embed/Rp_fHC8JJRE

(il video originale è stato rimosso, questa è una cosa apocrifa)
Il video che spero abbiate visto tutti invece è quello dell’Orfeo Nero che gli Arcade Fire hanno saggiamente deciso di mandare fuori come visual per lo streaming dell’intero album. Una accoppiata secondo me perfetta, quasi meglio di quella di Toblerone e pompini.
Il film, vincitore a Cannes nel ’59, con le sole immagini e la sola lettura della trama, pare bellissimo: stavolta la leggenda narra che un Orfeo brasiliano faccia sorgere e tramontare il sole grazie alle proprie abilità canore e musicali (tipo la buonanima di Pavarotti con quell‘aria orrenda che irradiano insieme ai biscotti) e la morte è impersonata da un uomo in calzamaglia invero molto inquietante che rapisce Euridice, che morirà tragicamente folgorata; Orfeo stesso perirà, un po’ all’italiana, per una questione di corna. 

E infine, l’album degli AF, oltre alla copertina self-explanatory, butta qui e là qualche riferimento alla vicenda, ma non sembra esserci una effettiva narrazione dall’inizio alla fine del mito originale, fatta esclusione per la coppia Awful sound (Hey Eurydice) e It’s never over (Hey Orpheus), che non aggiunge niente alla trama di base, e un paio di canzoni sulla separazione da aldilà che però possono essere benissimo intese come stand-alone rispetto alla sostanza del mito. Un altro tema dominante è quello del conformismo imposto e di come lo si possa superare (Jean of Arc, Reflektor, Normal Person etc.). Come nella migliore tradizione della banda, i testi non sono epocali, ma non ce ne sono di brutti (applicate questa valutazione statistica a cose che vi interessano nella vita come lo sport, il sesso o gli esami e vedrete come sia una valutazione più che lusinghiera).


Concludendo, avrei fatto meglio a non fare il classico e a fare l’amore come suggerisce una famosa scritta-sul-muro che circola sui social che tanto per spiegarti il mito di Orfeo bastavano gli Arcade Fire o persino Nick Cave dopo i primi segni di arterio? Indubitabilmente, sì.


Filippo Batisti

*non sarò così volgare e didascalico (no, ormai volgare lo sono stato, amen) da spiegarla. Tip: aggiungete un ‘?’ in fondo. 
** L’Italiano offrirebbe un’occasione senza pari per un “Fabrizio/orifizio”, che mi risulta non essere stata sfruttata neppure da Immanuel Casto.

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