Reddito minimo garantito: la vera riforma necessaria

Il welfare italiano va rinnovato e semplificato senza i dogmi del secolo scorso. Il reddito minimo sarebbe un grosso passo verso questa direzione.



Negli ultimi tempi è entrato nel dibattito politico, sebbene sotto svariate e improprie terminologie, il tema del reddito minimo garantito. In ordine di tempo, l’ultimo a nominarlo è stato Enrico Letta nel discorso alla Camera del 30 Aprile scorso, quando parlando di ammortizzatori ha aperto a “qualche forma di reddito minimo”.
Per di più, in questo caso, vale l’ormai celebre motto “ce lo chiede l’Europa”. A ben vedere, l’Europa ce lo chiede da venti anni: il monito risale alla Raccomandazione 92/441/CEE, in cui si legge che “…
il Parlamento europeo, nella sua risoluzione concernente la lotta contro la povertà nella Comunità europea, ha auspicato l’introduzione in tutti gli Stati membri di un reddito minimo garantito, inteso quale fattore d’inserimento nella società dei cittadini più poveri”.
L’Italia, guarda caso insieme alla Grecia, è l’unico paese in Europa a non avere un sistema di supporto alla povertà di questo tipo. Se i paesi nordici si collocano al top di una ipotetica classifica sul reddito minimo, il nostro benchmark ai tempi della crisi, la Germania, prevede un sussidio di 345€ per tutti i disoccupati tra i 16 e 65 anni (si badi bene, anche a chi non ha mai lavorato, non solo ai disoccupati) a cui si aggiungono le spese di affitto e riscaldamento.
In realtà, in Italia un esempio significativo è quello della Provincia di Trento che ha introdotto un Reddito di garanzia pari a 6500 € annui (calcolati come reddito disponibile equivalente), corrispondenti ad un costo di 3€ al mese per residente.

Ma che cos’è il reddito minimo garantito? Come spiegano gli economisti Tito Boeri e Roberto Perazzoli, il RMG va distinto dal reddito di cittadinanza. Se quest’ultimo consiste in un sussidio dato a tutti i cittadini, indipendentemente dal reddito e dallo status lavorativo; il reddito minimo garantito si contraddistingue per un universalismo selettivo, in quanto caratterizzato da regole uguali per tutti (e senza differenza tra categorie di lavoratori) che fanno dipendere la concessione da accertamenti su reddito e patrimonio.
Detto ciò, pare ovvio che, in tempi di suicidi, i populismi sull’Imu e gli arroccamenti sull’art.18 dovrebbero lasciare spazio a discussioni serie su vere innovazioni del welfare come il reddito minimo.

Certo, si parla di un costo che si aggirerebbe tra gli 8 e i 10 miliari per un sussidio di 500€, come suggeriscono di nuovo Boeri e Perazzoli, ma si tratterebbe di andare a sostituire tutto il marasma scoordinato di sussidi del welfare italiano con questo strumento.
È vero, inoltre, che l’attuazione del reddito minimo garantito presenta problematiche relative ad errori di primo tipo (mancata assegnazione del sussidio a chi ne ha diritto) e del secondo tipo (assegnazione a chi non ne ha diritto), ma ciò potrebbe essere bilanciato dalla previsione di incentivi al monitoraggio per le amministrazioni locali, nell’ambito di un vero federalismo.
Infine, una manovra corposa come l’introduzione dell’RMG richiede estrema attenzione nella modulazione della durata e dell’ammontare del sussidio ai bisogni del richiedente, nonché la previsione di interventi per l’inserimento nel mercato del lavoro.

Il reddito minimo ci avvicinerebbe finalmente alle democrazie europee, semplificherebbe gli strani e ingiusti meccanismi dello stato sociale nostrano e se applicato in maniera seria (cioè non all’italiana) ridurrebbe gli sprechi. Se vogliamo ripartire, bisogna farlo dal welfare, superando, da una parte, il rifiuto di uno stato che fornisce servizi e dall’altra, la paura di un mercato del lavoro veramente liberalizzato. Ciò richiede una nuova Italia, libera dai dogmi del ‘900, dagli interessi corporativi, dalle mazzette e dal malcostume generalizzato.
Purtroppo sembra che per ora ci terremo le balle sull’Imu, una riforma della giustizia che aiuta i potenti (e che non riduce la tempistica dei processi come si vuol far credere), le sterili urla contro la casta e un mercato del lavoro che continua a discriminare, con i suoi totem, tra chi è dentro e chi è fuori.

Roberto Tubaldi
@RobertoTubaldi


Fonti:

  • Per un approfondimento sul reddito minimo in Europa si veda lo studio comparatistico di Gianluca Busilacchi, docente di sociologia dell’organizzazione dell’Università di Macerata.
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