Divo o Belzebù: il lascito di Andreotti

Divo Giulio, Belzebù, zio Giulio, il Gobbo, Molok, la Sfinge, il Papa nero: Andreotti è stato tutto questo e qualunque sia il giudizio, il 6 maggio 2013 si è spento il maggior emblema della Prima Repubblica. 



Uomo colto, fervente cattolico, dotato di un’ironia particolarmente cinica, Andreotti diviene Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel governo De Gasperi IV (1947-1948) all’età di 28 anni, sarà 7 volte Primo Ministro e 22 volte Ministro.
Di certo pesano su di lui le ombre della mafia (reato di associazione per delinquere – Cosa Nostra – commesso fino alla primavera deI 1980, ma estinto per prescrizione; ed assolto per i fatti successivi), della stagione delle stragi, dei rapporti con la P2 e lo Ior.
Di certo il Matusalemme della politica rappresenta il Compromesso storico, la Solidarietà nazionale e le radici della crisi istituzionale ed economica dell’Italia.
La lunga permanenza alla Farnesina mostra i connotati di un personaggio “talmente capace in tutto che può diventare capace di tutto”, come lo definì De Gasperi agli albori della parabola andreottiana. Come Ministro degli Esteri Andreotti sposò la “calda neutralità” nel conflitto arabo-israeliano, nonchè posizioni simili nel contesto della Guerra Fredda – atlantista, ma per la mediazione, sulla riunificazione tedesca dirà nel 1984: “Amo talmente la Germania che ne preferivo due”. Inoltre, da Presidente del Consiglio firmerà il trattato di Maastricht.

Del Divo si ricordano anche tre sconfitte: il Quirinale, la segreteria della DC e la Presidenza del Senato. Non sarà mai Presidente del Senato, né segretario della balena bianca, ma lo smacco più grosso è stata la mancata elezione a Presidente della Repubblica. L’occasione per il Quirinale vi fu nel 1992, quando stava nascendo Tangentopoli e a Capaci moriva Falcone. Il pentito Giovanni Brusca rivelerà che la strage di Capaci servì a fermare i giochi politici di Andreotti e la sua corsa al Quirinale. Ciò che è certo, è che nacque uno scontro tra Andreotti e Forlani per la corsa al Colle più alto: dopo l’iniziale pretattica, in cui entrambi si dichiaravano reciprocamente candidati ideali, ad un certo punto sembrò tutto fatto per Andreotti. Mentre Pomicino tesseva le fila per la sua elezione, Andreotti fu vittima dei giochi di corrente della DC, che aveva scelto “l’amico Arnaldo”. La vendetta del Divo non si fece attendere: fece mancare i voti necessari all’elezione di Forlani e alla fine la Presidenza andò a Scalfaro.


Andreotti dunque, si è sempre saputo destreggiare tra i grandi del mondo e soprattutto tra i vizi dell’Italietta dedita allo scambio, al basso compromesso, alla spesa pubblica incontenibile. Ma nel contesto di un Paese con troppi difetti, Andreotti è stato uno statista. Certo, uno statista di una politica becera, ma pur sempre uno statista davanti al quale i giochini di questi giorni fanno sorridere. E c’è da rabbrividire se l’attuale classe politica diventa piccola anche davanti all’antesignano dell’inciucio e del complotto in toga.
La storia dirà se Andreotti è stato Divo o Belzebù. Intanto riecheggia l’eco delle parole di Servillo ne “Il Divo”: “Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del paese”. La speranza è che la futura generazione politica, nello scansare il confronto con quella della Seconda Repubblica, non trovi ispirazione nelle figure opache della Prima.



Roberto Tubaldi
@RobertoTubaldi

                     
      Monologo di Servillo/Andreotti ne il Divo (2008) di Paolo Sorrentino
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