James Blake – Overgrown (2013), o di come avrei voluto essere Antony e mi ritrovai ad essere Mengoni
(lo preciso perché a volte, come chi frequenta certi palchi malfamati ben sa, le due cose e tanto per iniziare alla grande mi si chiede, dopo un opportuno test antidoping, di scrivere qualcosa sul nuovo James Blake. , ho deciso che, perdio, dovevo farlo! Io ho molto rispetto di James Blake, credo sia un bravo ragazzo e per niente al mondo direi qualcosa di cattivo su di lui. Tuttavia, devo ammettere che il suo secondo Lp mi ha lasciato due o tre perplessità. Un po’ come quando scopri che Wilt Chamberlain (quello che , che però, a conti fatti, è quello meno audace nella struttura, al quale segue è forse il momento più movimentato e, se ci pensate bene, sembra, mutatis mutandis, una hit fra le tante ( ) di Justin Timberlake con degli inserti del Timbaland di turno, solo con suoni più underground. Niente di male, ma è semplicemente quello che ho pensato. D’altronde, il falsetto è marchio caratteristico pure di quel Justin che ha messo in circolo ormoni vari alle nostre amiche quando avevamo 14 anni (qui, comunque, c’è un video pazzesco che fa un catalogo della sua notevole estensione vocale. un rapper di chiara fama di cui ammetto di non conoscere molto più del nome, ma del quale apprezzo sinceramente lo sforzo. Fa un po’ specie che si parli di controcanta James), ma fa ancora più specie che continui questa misteriosa cosa dei . Mah. Sicuramente non esiste niente di più odioso degli anglofoni che , finalmente. Il pezzo, insieme alla title-track, decisamente migliore quello che raccoglie tutto quello per cui Blake piace, credo, alla gente. Voce dall’alto dei cieli, onde quadre, malinconia soul e drum machine minimale dark. non che ci sia niente di male nell’essere Mengoni, per carità, io ho sempre guardato X-Factor, non sarei qui a raccontare tutto questo (che inzia come almeno metà dei pezzi al piano di Nick Cave) ogni tanto smoccola, interrompendo così il pathos del pezzo, che risulterebbe altrimenti Blake fa un po’ la parodia di se stesso: un mugolio campionato su un paesaggio notturno. Poi, parte, da sola, una rullata in loop che non si sa bene dove arrivi. inizia esattamente col James Blake che vogliamo. Almeno fino a quando non gli cade la mascella sul knob del . E fino a quando fa partire una cowbell fuori contesto quasi quanto (no, seriamente, guardo questo sketch da vent’anni e ogni volta rido come un idiota, sarà che sto invecchiando e invecchiando bene). No, dai, un po’ stiamo scherzando, a dirla tutta dopo questo momento di sbigottimento il pezzo va esattamente dove deve andare. Almeno a 3.18, in cui , entrata di soppiatto nello studio lasciato semiaperto dal Blake riverso sul mixer, si impossessa della sua sessione di Ableton e lancia una coda taratunza di cui non si sentiva necessariamente il bisogno. cose, compresa la bellissima dissonanza nel ritornello, le facevano – e ben diverso – i Radiohead nel 2000, quando la Fortitudo Bologna (che ci piace ricordare non per i successi di governo ma per aggiunge qualcosa come degli archi ai soliti ammirevoli gorgheggi del nostro, senza però dirci niente che, fondamentalmente, non sapessimo già alla traccia 3. Insomma, il disco inizia con queste parole di umiltà, che, se fossimo in un mondo più didascalico di quello che in realtà è (o se ), potremmo interpretare come riferite a se stesso e al suo successo che, dal polso del Paese reale, mi sembra essere discretamente trasversale. Se abitassimo in quel mondo didascalico eccetera eccetera, allora potremmo pure rispondergli: sì, James Blake, non sei una stella, ma neppure una pietrona che si deve prendere gli schizzi di tutti quanti. Insomma, per dirla con gli amici di Al primo ascolto ne rimani ESTASIATO, al secondo ascolto pensi che è figo, al terzo “sì” e di arrivare al quarto/quinto hai paura che ti venga una carie. Però non brutto, no.” ps.: i voti sono roba da sessantottini, non ne darò mai.
