Giulio Andreotti : italiano vero (purtroppo)

La morte di Giulio Andreotti ha riacceso d’improvviso un vivace dibattito su una delle figure più enigmatiche della cosiddetta “prima repubblica”. Tale dibattito, a causa del suo carattere divisivo, ha riaperto antiche ferite del recente passato del nostro paese, probabilmente non ancora del tutto rimarginate. Esemplificativa di quanto ancora l’ex primo ministro democristiano continui ad evocare fantasmi di un tempo che fu è stata la, seppur dignitosissima, uscita dall’aula del Consiglio Regionale Lombardo di Umberto Ambrosoli, candidato alla presidenza della regione stessa pochi mesi fa per il PD e figlio di Giorgio Ambrosoli, avvocato assassinato negli “anni di piombo” da un sicario. Andreotti nel 2010 aveva infaustamente commentato quest’omicidio dicendo che Ambrosoli “se l’era cercata”.

Sinceramente, a causa di quelle che ammetto essere mie lacune, non vorrei riproporre in questo articolo l’annosa questione della valutazione del personaggio politico Andreotti, sospesa tra le accuse a suo carico emerse da inchieste in cui è stato coinvolto ma dalle quali è sempre uscito più o meno indenne (si ricorda il reato di associazione per delinquere fino al 1980 – prescritto per decorrenza dei termini – e l’assoluzione piena per i reati successivi)  e una realtà della politica italiana che, secondo alcuni, dovrebbe imporre agli uomini  di stato di sporcarsi le mani, chi più chi meno, per governare l’Italia e gli italiani.

Ciò che ho intenzione di sottolineare, invece, è che, prima di tutto, prima dello statista, prima dell’uomo di potere, prima dell’oscuro burattinaio Giulio Andreotti era un italiano e, oserei dire, purtroppo. Una figura che univa e fondeva in sé un freddo pragmatismo degno di Niccolò Macchiavelli con un contagioso sarcasmo all’altezza del miglior Alberto Sordi. Una figura che possedeva una sfrenata vocazione e un’innata abilità nel lavorare sottotraccia, nel sottobosco, nella segretezza delle stanze dei bottoni e, da lì, tirare le fila; ovvero la strada maestra che per secoli ha contraddistinto il modus operandi e la strategia della Chiesa Cattolica, l’istituzione italiana per eccellenza. Un personaggio criptico, complesso e indecifrabile che, dietro quella struttura fisica fragile e menomata, celava una grande forza di volontà e che, dietro l’austera immagine di uomo devoto alla provvidenza divina e alla ragion di stato, celava una serie di inconfessabili e terribili trame aggrovigliate tra loro, frutto del suo lucidissimo cinismo. Proprio come il nostro beneamato paese dalle mille sfaccettature, in cui realtà e finzione si sovrappongono come in una commedia (genere che infatti appartiene alla nostra identità nazionale) e in cui la verità si rintana dietro mille punti di vista, mille opinioni, mille contraddizioni, in attesa di essere un giorno (forse) svelata.

Tutto ciò mi conduce a pensare che, forse, il popolare rigetto nei confronti del personaggio politico Giulio Andreotti, che non può che intersecarsi indissolubilmente con il rigetto nei confronti dell’Andreotti uomo, sia dovuto anche ad una sorta di tentativo di ripudiare una parte di noi stessi (inteso come italiani), di cui non vorremmo ammettere l’esistenza e che vorremmo disconoscere. Una parte tetra, doppiogiochista, scettica e furbetta. Una parte che però, purtroppo, lega tutta la penisola, da Aosta a Palermo, da Genova a Taranto con un filo sottile ma resistentissimo. Chissà magari se incominciamo a tirare il filo e sbrogliare la matassa scopriamo proprio che all’estremità c’era proprio lui, “il divo” Giulio, come sempre.


Valerio Vignoli
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