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La libertà di abortire senza sensi di colpa

Un neo sulla bocca alla Marylin Monroe, l’amore per la scrittura e una naturale spontaneità a parlare di ogni argomento, anche di quello che è considerato un tabù. Justine (cognome omesso per salvaguardarne l’identità) si presenta all’apparenza come una ragazza semplice, un velo di timidezza le incrina la voce. Bastano però pochi minuti per capire che, sotto i lunghi capelli corvini di questa donna francese di trentun anni, si nascondono una grande determinazione e un sistema solido di valori. La fiducia negli ideali femministi e ecologisti e la voglia di condividere le sue esperienze l’hanno portata a gestire a tempo pieno il suo blog, “What what”, uno spazio “écolo, engagé et femministe” (ecologista, militante e femminista) come si legge sul sito dallo sfondo bianco. 

Justine ha abortito a ventotto anni, affacciata sulla parte di mar Mediterraneo che bagna la città di Montpellier, nel sud della Francia. È ancora convinta della scelta che ha fatto e, tornando indietro, la rifarebbe.  «L’aborto è sempre stato per me l’unica soluzione», dice. Ne parla però come di un «trauma» che l’ha portata, negli anni successivi, a sottoporsi a un percorso psicologico. In Francia nel 2021, più di 220mila donne sono ricorse all’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), di queste non sappiamo quante abbiano avuto lo stesso problema di Justine. 

La naturalezza con cui si apre all’altro è la caratteristica principale dei suoi articoli e la motivazione che l’ha spinta a condividere, l’aborto a cui ha deciso di sottoporsi due anni fa. «La mia interruzione volontaria di gravidanza è andata molto bene», dice. Prima di prendere la decisione di interrompere la gravidanza, Justine aveva cercato confessioni di donne che avessero fatto la stessa scelta. Delusa dalle testimonianze brevi e tutte simili l’una all’altra, ha poi deciso di pubblicare sul blog la sua esperienza. «Ho avuto la fortuna di incontrare persone attente e rispettose, quindi volevo condividere anche questo: la testimonianza che non sempre gli aborti vanno male». 

Il peso dell’attesa

Precisa e dettagliata, Justine stringe tra le mani i fogli della testimonianza del suo aborto, già pubblica da anni sul suo blog. Come davanti a un copione, ripercorre le tappe di quell’esperienza. Nel 2020 si è resa conto di essere incinta. La sua situazione non era per nulla complicata, spiega: stabilità economica e sentimentale. Da ormai quasi dieci anni è in coppia. Eppure Justine, appena ha visto il test di gravidanza positivo,  ha chiamato il consultorio per prendere un appuntamento. Al telefono le hanno spiegato che c’erano dei tempi da rispettare e che avrebbe dovuto aspettare undici giorni prima di poter avere una visita . «Mi è sembrato un tempo molto lungo se sei già sicura di quello che vuoi», dice. È la prima di molte volte in cui la donna si sofferma sui tempi di attesa prestabiliti che ha dovuto rispettare. 

La visita è il primo passo per sottoporsi a un’Ivg. Il ginecologo Geoffroy Robin, assistente professore e medico ospedaliero presso il centro ospedaliero universitario (CHU) di Lille, sottolinea l’importanza di questo primo momento. Si fanno una serie di esami medici per attestare la salute della paziente e per datare la gravidanza. In seguito, avuti i risultati, il medico procede a spiegare la procedura. Salvo in casi di gravidanze già in stato avanzato, spiega, in cui si consiglia l’intervento chirurgico, solitamente si lascia che sia la paziente a decidere se sottoporsi al metodo farmacologico o a quello chirurgico. A quel punto, in Francia, la donna può procedere subito a prendere le prime pillole, in caso di aborto farmacologico, o può prenotare  l’intervento. «In questa consultazione è fondamentale chiedere alle donne se sono ancora d’accordo ad abortire e se hanno bisogno di tempo per riflettere», dice il ginecologo. Dal 2016, in effetti, oltralpe è stato annullato il délai de réflexion, ossia l’obbligo di attendere qualche giorno tra la visita e la pratica dell’aborto vera e propria (in Italia l’attesa è ancora fissata a una settimana). Le donne possono quindi scegliere di sottoporsi subito all’Ivg o possono decidere di aspettare e, in tal caso, sono sempre loro a scegliere la durata del tempo di riflessione. Nel caso di Justine, i tempi di attesa non erano dettati dalla legge ma dall’epidemia di Covid-19, che aveva rallentato tutte le procedure mediche. 

L’opzione più rapida

Al consultorio, Justine ha scelto di sottoporsi all’aborto farmacologico: le sembrava l’opzione meno invasiva e, soprattutto, la più rapida. «Per l’aborto chirurgico avrei dovuto aspettare qualche giorno in più per avere un appuntamento. Questo avrebbe significato continuare ancora la gravidanza, mentre io avevo voglia che tutto finisse al più presto». 

Interessati al tema dell’Ivg, alcuni studiosi a partire dagli anni ‘80 hanno cercato di dimostrare l’esistenza di una sindrome traumatica post abortiva. Tra questi, c’è Sarah Blustain, di cui parla Chiara Lalli, studiosa di bioetica, nel suo libro “La verità, vi prego, sull’aborto”. Blustain ricollega la sindrome post abortiva (Spa) alla sindrome post-traumatica da stress (Spts), riconosciuta  ufficialmente come una patologia nel 1980. Questa teoria è stata analizzata e criticata da Lalli. Secondo la studiosa, la sindrome post-abortiva non è stata dimostrata da un punto di vista scientifico, ma,  al contrario, è stata molto usata politicamente: «Non importa che la sindrome non sia solida scientificamente, ciò che importa è che possa essere usata come strumento politico». 

Il desiderio di terminare il prima possibile la gravidanza di Justine è stato lo stesso di Giulia Bracci, giovane donna italiana di ventisei anni. Anche lei ha riportato un trauma in seguito al suo Ivg. 

Giulia è raggiante come i suoi capelli biondi e parla in modo concitato con un’inflessione fortemente toscana. «Volevo solo che questa situazione si chiudesse al più presto», dice. Le parole si mescolano alla nuvola di fumo che si alza dalla sua sigaretta. L’aborto di Bracci risale a febbraio 2022 e, come quello di Justine, si è svolto senza complicanze mediche. Nel caso di Giulia i problemi sono stati precedenti all’intervento: di quattordici settimane, è dovuta andare ad abortire a Barcellona, in Spagna, a pagamento. Giulia aveva infatti oltrepassato il limite legale per abortire in Italia, posto a novanta giorni. Eppure, nonostante sia riuscita a sottoporsi a Ivg, anche la ragazza originaria di Massa Carrara parla di un trauma, così forte che l’ha spinta a condividere la sua esperienza e a entrare nell’associazione italiana Pro-choice, in sostegno delle donne che vogliono ricorrere all’aborto legale. In Italia, nel 2020, si sono registrate più di 66mila interruzioni volontarie di gravidanza. 

Sollievo e libertà

Le scelte che hanno portato le due donne ad abortire sono diverse. Giulia Bracci si sentiva troppo giovane, voleva continuare la sua vita così com’era, e non desiderava quel figlio. «Quel bambino non me lo sentivo mio», dice. Justine è spinta, invece, da motivazioni ideologiche e personali, che s’intrecciano tra di loro. Si definisce infatti childfree, termine inglese che indica chi sceglie volontariamente di non avere figli. Quando si è avvicinata alla militanza, soprattutto ecologica, per lei è diventata anche una questione etica: «Non voglio mettere al mondo un bambino che non ha chiesto nulla e che quasi sicuramente sarà messo davanti a diversi problemi e dovrà affrontare molte difficoltà». Nonostante le motivazioni di Giulia e Justine siano molto diverse, la loro determinazione è estremamente simile. La voce di entrambe rallenta mentre ricordano il loro desiderio di abortire.  «Sono stati i mille e cinquecento euro meglio spesi della mia vita», dice la ragazza italiana, continuando a fumare. 

Dopo la decisione di abortire, Justine si è sottoposta ad aborto farmacologico, a differenza di Giulia Bracci, che invece ne ha vissuto uno chirurgico. Al consultorio, Justine ha preso le prime tre compresse. Quarantotto ore dopo si è recata in ospedale, dove, dopo aver salutato il suo compagno, le è stata data l’ultima compressa che avrebbe effettivamente innescato l’interruzione di gravidanza. Justine vive il suo aborto da sola, in una stanza spoglia dell’ospedale di Montpellier. L’infermiera le spiega come si svolgerà la pratica. Lei prende la pillola e aspetta. «C’è stato molto dolore e molto sangue», dice. «Non è stato piacevole». Quasi ridendo racconta di come, per alleviare il dolore, si sia messa a camminare nella stanza, sotto consiglio dell’infermiera: un metodo tanto controintuitivo quanto efficace. «Dopo quindici minuti ho davvero sentito l’espulsione», dice. «Sono andata in bagno a controllare ed effettivamente ho visto che non c’era solo sangue come mi aspettavo, ma anche una piccola sacchetta. All’inizio sono rimasta sorpresa perché mi avevano detto che l’embrione era di due millimetri, ma in effetti c’era anche tutto il sacco intorno che non avevo considerato. Sono rimasta sorpresa ma non mi ha disgustata o infastidita», sottolinea. «In realtà quando l’ho visto ho provato una sensazione di sollievo». Anche Giulia Bracci parla di sollievo dopo il suo aborto. Parla della libertà che ha provato sull’aereo, rientrando in Italia, senza quello che definisce un «peso». 

Una sindrome inesistente 

Nonostante gli interventi di Justine e Giulia si siano svolti senza complicanze, entrambe parlano di «trauma». In Italia, l’ipotesi di una sindrome post-abortiva è arrivata con anni di ritardo rispetto agli Stati Uniti. Risale al 2015 l’opuscolo 50 Domande e Risposte sul Post Aborto, appoggiato dall’Associazione Pro Vita E Famiglia, associazione italiana contro l’aborto. L’opuscolo elenca una serie di ripercussioni che influenzerebbero la donna dopo Ivg, tra queste angoscia, tristezza, risentimento fino a ostilità e odio, forme di autopunizione e dipendenza da alcool e droghe. L’ipotesi è stata scientificamente smentita. Non esiste in senso stretto una sindrome post Ivg per la gran parte delle donne, dice il ginecologo Geoffroy Robin. Nell’ampio studio Is There an Abortion Trauma Syndrome? Critiquing the Evidence pubblicato sulla Harvard Review of Psychiatry nel 2009 si dimostra la stessa cosa. Il dottor Geoffroy Robin semplifica i dati raccolti dagli studi sulla Spa, traducendoli in un francese colloquiale e cordiale. Le donne che decidono di abortire sono abbastanza determinate e non si pentono a posteriori della loro scelta. Al contrario ci possono essere delle sindromi ansioso-depressive post-aborto quando la pratica è stata subita e non pienamente voluta. Magari nel caso di minorenni spinte dai genitori. Sono casi in cui la scelta è quasi obbligata ma, così facendo, le donne devono interrompere una gravidanza che in realtà desiderano. «Restano comunque casi molto rari e facilmente identificabili», spiega Robin.

Un altro studio più recente ha confermato che non c’è alcuna prova del fatto che l’aborto causi traumi, quali sindromi depressive, sulle donne. Pubblicato sul Journal of the American Medical Association’s JAMA Psychiatry nel 2018, questo studio si è appoggiato sul grande database nazionale danese, che comprende quasi 400mila donne nate dopo il 1980. L’équipe, guidata da Julia Steinberg, ha confrontato le donne che hanno compilato le ricette per gli antidepressivi con quelle che non lo hanno fatto. Si è registrato che, rispetto alle donne che non hanno abortito, quelle che hanno avuto un aborto avevano un tasso più alto di uso di antidepressivi, ma un’attenta analisi dei dati ha dimostrato che i tassi fossero in realtà indipendenti dall’Ivg. Per dirlo diversamente, l’aumento del rischio di depressione sulle donne non era cambiato dall’anno precedente a quello successivo all’aborto.

Il senso di colpa e l’obiezione di coscienza

È difficile dare una sola lettura ai traumi di Justine e Giulia. La giovane donna francese, nel racconto della sua esperienza, parla all’improvviso di una «rivelazione». Per lei, la difficoltà dell’aborto non è stata causata dal rimorso per la decisione presa, né da una procedura andata male. La difficoltà è stata causata soprattutto da due fattori. Da una parte il senso  di colpa. Justine racconta infatti che la sua vita si è fermata quando ha scoperto di essere incinta: era costretta a vivere i sintomi (nausea, stanchezza, debolezza) di una gravidanza che non desiderava. Questo ha reso la gravidanza ancora più difficile da sopportare. In secondo luogo la donna era certa del desiderio del suo compagno di avere un bambino, perché ne avevano  già parlato in passato. Nonostante l’uomo non abbia mai cercato di forzare una scelta diversa, Justine aveva paura che potesse illudersi. «Il click per me non è avvenuto. Mi dicevo di non volere figli, mentre mi chiedevo se lui si aspettasse che cambiassi d’idea. Avevo paura che ci sperasse fino alla fine». L’Ivg di Justine, dice lei, è stato davvero la soluzione. Per lei il trauma è stato causato dal protrarsi di una gravidanza che non voleva e che non sentiva sua, dall’attesa, che aveva la potenzialità di far aumentare le speranze del compagno di avere un figlio. 

Giulia Bracci, come Justine, ha abortito affacciata sul Mediterraneo, nella clinica privata Aragon di Barcellona. Anche nel suo caso, il trauma di cui parla non è stato causato da una pratica andata male o dal pentimento. Il trauma di Giulia è stato dovuto all’incontro con un ginecologo obiettore di coscienza. Sul tema dell’obiezione di coscienza è stata presentata il 17 maggio 2022 alla Camera dei Deputati l’inchiesta Mai Dati!, di Chiara Lalli e Sonia Montegiove, informatica e giornalista, con l’Associazione Luca Coscioni. L’inchiesta, nata per protestare contro la mancanza di dati aperti forniti dal Ministero della Salute, ha mostrato che trentuno strutture sanitarie (ventiquattro ospedali e 7 consultori) sul territorio nazionale presentano il 100% di obiettori di coscienza tra ginecologi, anestesisti, infermieri e operatori socio-sanitari. Quasi cinquanta sono quelle con una percentuale superiore al 90%, mentre più di ottanta presentano una percentuale superiore all’80%. 

È davanti a uno di questi ginecologi che si è ritrovata Giulia Bracci. Dopo un test positivo, la ragazza, energica e amante dei viaggi, ha deciso di farsi visitare a Pontremoli. Il dottore che le ha fatto le analisi si è congratulato per la gravidanza. Alle parole della giovane, che aveva espresso il desiderio di abortire, la risposta del ginecologo è stata inaspettata. «Mi ha detto che ero grande e che potevo tenerlo. Mi ha detto di non fare l’assassina», dice Giulia. La rabbia è percepibile dall’aggressività della sua voce e dagli scatti delle sue mani. Parla di uno shock che ha subito: non si aspettava una reazione così giudicante da parte di un medico. Il momento più difficile però, racconta, è stato quando il ginecologo l’ha obbligata ad ascoltare il battito del feto e a guardare l’ecografia. «Io urlavo e piangevo», dice. Quello che più l’ha colpita è stata l’impossibilità di sentirsi libera di scegliere come voleva e di prendere la miglior decisione per se stessa. Per Giulia, come sottolinea lei stessa, la soluzione giusta era l’aborto. Se tornasse indietro, dice, l’unica cosa che cambierebbe sarebbe il ginecologo. 

Veronica Gennari

Fonte foto di copertina: Francesca Capoccia/The Bottom Up