Prevenzione dei disturbi del comportamento alimentare in Italia: a che punto siamo?

Questo articolo fa parte di un progetto dedicato ai disturbi del comportamento alimentare. Potete leggere il primo articolo della serie qui e il secondo qui.

Il generalizzato aumento dell’incidenza dei disturbi del comportamento alimentare pone al centro del dibattito pubblico e scientifico la questione della prevenzione. Tuttavia, data la natura multifattoriale dei DCA – la cui insorgenza è connessa a fattori genetici, biologici, psicologici e sociali – le attività preventive non sono un processo semplice. I DCA sono patologie estremamente complesse e le attività che mirano ad una riduzione dei fattori di rischio lo sono altrettanto. 

Per capire cosa si può fare a livello concreto, The Bottom Up ha intervistato Viviana Valtucci che, facendo le veci anche del collega Mario Russo, ha spiegato la fondamentale importanza della prevenzione nei confronti del tema. Entrambi sono dietisti specializzati nel trattamento dei DCA e dottori in psicologia, oltre che fondatori della pagina Instagram oltreladieta e di ADEPO, associazione nata nel 2012 con lo scopo di promuovere strategie educative, preventive e terapeutiche rispetto ai disturbi del comportamento alimentare. Una volta iniziata l’attività lavorativa, Valtucci e Russo raccontano di essersi resi conto che qualcosa non andava nel tipo di approccio prescrittivo insegnato all’università. «Abbiamo messo totalmente in discussione il nostro modo di approcciarsi al paziente e di essere dietisti. Ci siamo trasformati da dietisti che prescrivono diete a dietisti che non prescrivono diete. Questo ci ha portato ad avvicinarci ancora di più ai DCA, frequentando un master specifico e poi lavorando in equipe nel settore».

Cosa significa “fare prevenzione” nel campo dei disturbi del comportamento alimentare? 

«La prevenzione prevede che ci sia una diminuzione dei fattori di rischio che, in maniera scientificamente provata, hanno dimostrato essere contribuenti allo sviluppo della patologia. I DCA sono però patologie ad eziologia multifattoriale e quindi, oltre a mettere in campo un lavoro di riduzione o eliminazione dei fattori di rischio, è necessario concentrarsi anche sugli aspetti protettivi, cioè quegli aspetti che possono proteggere la persona già a rischio di sviluppare un DCA. La prevenzione è un processo e può essere efficace solo tenendo conto di tutti i livelli in cui è necessario agire. Deve perciò essere fatta a livello individuale, familiare, sociale, istituzionale e formativo, dove per quest’ultimo intendiamo sia la formazione di professionisti che potrebbero venire a contatto con persone che hanno un DCA, sia la formazione dei non-professionisti, principalmente in quelle persone che sono maggiormente a contatto con fasce d’età più sensibili (infanzia, preadolescenza e adolescenza). Sono anche necessari interventi preventivi negli ambienti dove si presentano i maggiori fattori di rischio, ad esempio dove vi è un’esaltazione dell’ideale di magrezza».

Che ruolo ha l’educazione nutrizionale nella prevenzione dei DCA?

«L’educazione alimentare ha un ruolo centrale per la prevenzione dei DCA e di moltissime altre patologie. Ma il modo in cui si fa attualmente, dati alla mano, non ci ha portati lontano. Lo scenario non è roseo perché i professionisti dell’area nutrizionale, seppur con le migliori intenzioni del caso, sono più concentrati sul produrre informazioni piuttosto che sull’educazione alimentare. L’informazione è solo una minima parte dell’educazione e da sola non porta alla modifica dello stile di vita, del modo di approcciarsi al cibo e inevitabilmente al peso e al corpo. L’educazione alimentare dovrebbe passare da un progetto informativo ad un progetto educativo, capace di promuovere nelle persone un senso critico che permetta un rapporto sereno con il cibo e di prendere le distanze dalla diet culture, che non tiene conto dell’unicità dei propri bisogni e fabbisogni. L’educazione alimentare non è trasmettere alle persone le linee guida generali, ma permettere loro di comprenderle e tradurle nella quotidianità, in modo da prendersi cura di sé e costruire un personale rapporto di benessere con il cibo».

Quanto è importante che i professionisti sanitari siano adeguatamente formati rispetto ai disturbi della condotta alimentare? 

La formazione è uno dei modi più potenti con cui fare prevenzione. Attraverso le attività formative non solo si insegna al professionista a riconoscere il DCA, ma gli si danno anche gli strumenti per accogliere eventuali richieste di aiuto e accompagnare la persona presso la struttura, l’equipe o il professionista adatto. I professionisti sanitari non devono incappare nell’errore di credere che poiché non si occupano di DCA, non incontreranno mai persone che soffrono di un disturbo del comportamento alimentare. Nella ricerca di cui ci siamo occupati emerge che il 59% delle persone, in ambito clinico, non ammette di sua volontà di aver sofferto o di soffrire di un DCA per paura di essere sottoposto a stigma o di non essere creduto. Quindi, il professionista deve, anche se non vuole occuparsi di DCA, avere le basi per poter riconoscere eventuali campanelli d’allarme. Come ADEPO, noi ci occupiamo di formazione perché essa fa rima con moltiplicazione: attraverso i futuri colleghi che si occuperanno di DCA abbiamo la possibilità di aiutare indirettamente molte più persone. 

Fate attività di divulgazione anche sui social. Li ritenete uno strumento importante? 

«Nell’epoca storica in cui ci troviamo, non c’è comunicazione se non passa anche attraverso i social network, quindi sono un elemento indispensabile per fare informazione. L’informazione crea sensibilizzazione e la sensibilizzazione è il ponte tra l’utente che legge e il primo passo per chiedere aiuto. Grazie ai social si arriva a persone che hanno difficoltà a chiedere aiuto o che non sanno come cercarlo, a persone che magari l’hanno fatto ma non hanno avuto la fortuna di trovare la giusta competenza. Per cui, i social permettono anche di darsi una seconda possibilità, di riconoscersi nelle storie di altre persone».

Secondo voi, i social possono anche rappresentare un pericolo per chi soffre di DCA?

«Ci sono a nostro avviso due pericoli principali: la superficialità e la generalizzazione. Il primo riguarda chi fa informazione o divulgazione, sia esso un’associazione, un attivista, un professionista o una persona che ha avuto un DCA e decide di parlarne e condividerne degli aspetti. In tutti i casi uno dei pericoli è quello di trattare l’argomento in maniera superficiale, anche perché a seconda del tipo di social che si utilizza ci sono tutta una serie di modalità di comunicazione. Punto secondo, la generalizzazione: i social spesso portano a non tenere conto dell’individualità ma a fare discorsi molto generici, fornendo delle informazioni che possono avere un impatto negativo su chi sta soffrendo di un DCA». 

I disturbi del comportamento alimentare sono tradizionalmente associati al genere femminile. Il gender gap è ancora presente? 

«Intanto è sempre necessario dire che si possono ammalare di DCA persone di tutte età, identità di genere, orientamento sessuale e status socio-culturale, con qualsiasi forma corporea e peso. Il problema è che nell’ambito dei DCA si risente ancora del peso dei tanti stereotipi e di tanti anni di divulgazione, a questo punto possiamo dirlo, fatta male. Nei volumi universitari meno aggiornati si parla ancora di “anoressiche” e “bulimiche”, che è già stigmatizzante di per sé perché non si tratta di comunicazione “people first”, ma anche in una declinazione sempre al femminile. Questo ha portato a fare in modo che gli uomini, non riconoscendosi in queste descrizioni, sviluppassero la tendenza a non chiedere aiuto. Sicuramente i dati di incidenza e prevalenza ci dicono che si ammalano di DCA in maggior numero le donne, ma questo è vero per quanto riguarda l’anoressia e la bulimia. Se parliamo di binge eating disorder non è così, poiché al momento la percentuale è 50% donne e 50% uomini. Inoltre, quando parliamo di DCA, le richieste di aiuto implicite possono essere di vario tipo. Dalle donne spesso riceviamo richieste come “mi sento grassa”, “voglio perdere peso”, “non mi piaccio”. Negli uomini troviamo un diverso linguaggio, più improntato alla volontà di essere muscolosi o di asciugarsi l’addome. Sono queste ultime che passano in sordina, anche perché culturalmente accettate».

In Italia si sta facendo abbastanza a livello di educazione professionale e prevenzione?

«Sicuramente a livello di educazione si sta facendo di più negli ultimi 5 anni: esistono università, singoli professionisti e associazioni del settore che si stanno interessando e stanno ponendo in essere progetti formativi, master e corsi molto promettenti. Quello che però ci viene riportato dai colleghi è che spesso si tratta di formazione molto teorica o che ha un taglio più adatto a psicologi e psicoterapeuti piuttosto che ai professionisti dell’area nutrizionale, talvolta considerate figure di secondaria importanza. La formazione dovrebbe invece dare molto più spazio agli aspetti pratici attraverso tirocini, testimonianze e laboratori esperienziali. Inoltre, bisogna far sì che sia riconosciuta l’importanza dei nutrizionisti in equipe, dalla formazione alla pratica. Per quanto riguarda la prevenzione, esistono dei centri in alcuni paesi del nord Europa che a livello politico e socio-sanitario si occupano solo di prevenzione. In Italia queste realtà non esistono. Si dovrebbe partire dall’istituzione di questi organi, perché “fare prevenzione” vuol dire porre in essere dei progetti validati a breve e lungo termine, che hanno degli scopi ben precisi e di cui è possibile valutare gli effetti».

Si tratta quindi di istituire progetti educativi dedicati? 

«Secondo noi sì, ma rivolti non solo ai professionisti. Attualmente una buona fetta di professori e docenti propone agli studenti argomenti obsoleti, che possono rivelarsi un’arma a doppio taglio perché piuttosto che disincentivare i DCA vanno nella direzione opposta. Ad esempio, nella nostra pratica clinica non è raro trovare persone a cui a scuola, durante le ore di educazione alimentare, sia stato insegnato il calcolo delle calorie. Ciò non è affatto educazione alimentare. Si tratta soltanto di andare a mettere l’attenzione su aspetti che, in soggetti predisposti allo sviluppo di un DCA, potrebbero accentuare la situazione. Già all’interno delle linee guida regionali dell’Umbria – uno dei primi documenti regionali in Italia a dare un orientamento per i professionisti e le aziende sanitarie rispetto alle azioni di prevenzione e cura per i DCA – era ribadita la necessità di fare molta attenzione ai progetti dedicati alla promozione di un corretto stile di vita, perché potevano avere l’effetto opposto. Servono progetti formativi volti ad avere un rapporto pacifico e spontaneo, non giudicante nei confronti del cibo, che insegnino alle persone l’accettazione della diversità e dell’unicità dei corpi. Questa è la vera educazione alimentare di cui abbiamo bisogno e che permetterà, a lungo termine, di non incappare in problemi di qualsiasi genere, non solo DCA». 

Alex Villani

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