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Trieste e i problemi del sistema di accoglienza italiano

Lo scorso 2 ottobre centinaia di persone si sono ritrovate a San Dorligo della Valle, paese nei pressi di Trieste che segna il tratto di arrivo della rotta balcanica, per una marcia di solidarietà promossa dal Comitato 3 Ottobre in occasione della Giornata Nazionale in Memoria delle vittime dell’immigrazione.

La rotta balcanica è una delle vie che le percorse migranti tentano di percorrere per arrivare nel cuore dell’Europa attraversando, solitamente a piedi, diversi Paesi come Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria, Bosnia, Croazia, Slovenia, Italia e Austria. La riuscita, però, non è sempre certa, soprattutto se si conta che dal 2020 sono state intensificate le misure contro chi prova a varcare i confini europei. Secondo Report Covid-19 and border violence along the Balkan route di Border Violence Monitoring Network è stato implementato l’utilizzo delle forze militari presso le frontiere e nei campi profughi da numerosi stati europei, e sono state registrati innumerevoli respingimenti ai confini, pratica illegale secondo le norme internazionali, europee. 

La prima accoglienza a Trieste

La prima città che si incontra passando il confine sloveno-italiano è Trieste. Qui, nel 2021, sono stati registrati nel sistema di accoglienza quasi 5mila migranti, perlopiù di nazionalità pakistana e afghana. Come spiega in un’intervista a The Bottom Up il presidente di Consorzio Italiano di Solidarietà di Trieste Gianfranco Schiavone, la modalità attraverso cui giungono è sempre la medesima: varcano i vari confini a piedi, “attraverso il cosiddetto the game, tentando di evitare i respingimenti illegali. Con la differenza che i respingimenti illegali non sono più registrati alla frontiera italiana già dall’inverno 2021, mentre continuano con lo stesso livello di violenza in Croazia, al confine con il lato bosniaco. La Slovenia invece con il recente ricambio politico sembra orientata verso una minore durezza verso questi temi”. Quando il clima è più mite, in particolare in estate, percorrere la tratta risulta più fattibile, e gli arrivi aumentano. L’organizzazione di volontariato Linea d’Ombra, che nella città di Trieste si occupa di fornire prima assistenza ai migranti che hanno attraversato il confine, conosce bene quali sono i ritmi della rotta. “La situazione a Trieste è la stessa di due anni fa, cioè di una città di frontiera il cui governo locale non vuole riconoscere che è una città di confine e che ancora non si è dotata di un’accoglienza adeguata”, commenta a The Bottom Up Francesco Cibati, volontario. Oggi a Trieste alla prima accoglienza – che si svolge in centri dove le persone vengono identificate e successivamente indirizzate verso i successivi passaggi – per chi arriva dalla rotta balcanica è destinato solo il campo scout di Campo Sacro, luogo che è stato affittato d’urgenza dal Comune nel 2016. Negli anni precedenti era riservata al medesimo scopo anche Casa Malala, che oggi invece è diventata una struttura di alloggio dedicata ai profughi ucraini. Il centro di prima accoglienza di Campo Sacro, però, ha una capacità inferiore rispetto a quelli che sono effettivamente gli arrivi giornalieri, il cui picco è stato registrato questo 11 luglio, con l’arrivo a Trieste di 120 persone. Proprio per questo molti migranti si trovano costretti a vivere in piazza Libertà, di fronte alla stazione centrale, ed è in questa occasione che i volontari di Linea d’Ombra e altri privati cittadini li assistono fornendo loro pasti, vestiti, kit igienici, assistenza legale, cure mediche. La mancanza di strutture adeguate a garantire il diritto all’accoglienza fa sì che a queste persone, in attesa di completare la domanda di asilo, non venga assicurato un posto letto. “Questa è la prima misura che si deve garantire dal momento della manifestazione di volontà di chiedere protezione, dice la legge, quindi non quando la procedura amministrativa ha inizio o quando è addirittura conclusa, ma ben prima della verbalizzazione della domanda”, spiega Gianfranco Schiavone. Non garantire questo diritto, quindi, significa violare la normativa interna ed europea sull’accoglienza. Inoltre, a luglio, il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza ha considerato la possibilità di recintare piazza Libertà per evitare quello che ha definito l’”accattonaggio” a cui si assiste.

 Il sistema di accoglienza italiano

Chi arriva a Trieste può decidere se presentare domanda di asilo e fermarsi in città, o se proseguire il viaggio Questo è il caso più frequente. “Molte persone cercano di arrivare nelle città dove hanno già contatti di amici, conoscenti, o di lavoro”, spiega Schiavone. Normalmente, secondo il sistema di accoglienza italiano, il fatto che un richiedente asilo abbia già dei contatti con qualcuno non è mai un elemento che viene preso in considerazione per decidere dove collocare le persone. “È un sistema dicotomico”, prosegue, “o la persona va dai suoi contatti rinunciando all’accoglienza pubblica, o se chiede l’accoglienza pubblica sarà il ministero dell’Interno a decidere, sulla base della disponibilità di posti delle varie strutture, dove verrà collocato”. 

Nel caso in cui una persone migrante abbia intenzione di presentare domanda d’asilo in Italia è necessario che si presenti in Questura, dove verrà invitato a tornare nuovamente per completare la procedura: nell’attesa, che può durare alcuni giorni, avrebbe il diritto di poter alloggiare in una struttura di prima accoglienza. In Italia i campi di prima accoglienza in funzione, secondo i dati, sono solo nove e sono distribuiti in cinque regioni. 

I richiedenti asilo e i titolari di protezione internazionale accedono successivamente al SAI (Sistema Accoglienza Integrazione): si tratta di progetti che vengono gestiti dagli Enti locali, perlopiù Comuni, che devono presentare domanda per poter accedere ai fondi ministeriali. Ai beneficiari di un progetto SAI vengono perciò garantite attività di inclusione sociale, scolastica, lavorativa e culturale, nonché l’alloggio – perlopiù in piccole strutture ed appartamenti – e altri servizi di base. Secondo gli ultimi dati, sono 847 i progetti SAI in Italia, per un totale di 39mila posti. Una volta esaurita la disponibilità all’interno dei SAI, si accede invece ai CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) gestiti da enti profit e non profit: erano stati concepiti come una misura temporanea per rispondere a migliaia di richieste di asilo tra il 2014 e il 2017, ma si tratta in realtà della modalità di accoglienza prevalente. Le strutture CAS sono più di 5mila in Italia e hanno una capienza di 80mila posti totali. I progetti CAS, che hanno in passato subito un taglio di risorse con il Decreto Salvini, offrono meno servizi rispetto a quelli che garantisce il sistema SAI. 

L’accoglienza in Friuli

Il Friuli, la regione d’entrata dei migranti provenienti dai Balcani, risulta una delle più carenti di progetti SAI. “Sono pochissimi i comuni che hanno aderito. Rimane il sistema CAS, ma negli ultimi anni, per ragioni di carattere politico, c’è stata una volontà di diminuire i posti di accoglienza”. commenta Schiavone. I progetti CAS, in Friuli, utilizzano strutture collettive di medie e grandi dimensioni con bassi standard di assistenza e forte ghettizzazione sociale. 

Esistono sicuramente esperienze locali positive nel sistema di accoglienza italiano, ma il modello non è di per sè virtuoso. Proprio per questo, in occasione delle elezioni politiche del 25 settembre 2022, i membri di ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) hanno lanciato un appello alle forze politiche per sottolineare l’urgenza di una riforma in materia di diritto di immigrazione, asilo e cittadinanza. Una delle richieste è proprio quella di rivedere il sistema di accoglienza in Italia, rendendo obbligatorio da parte di Comuni l’attivazione del SAI, che rispecchia una modalità di “accoglienza integrata” in grado di costruire per il richiedente asilo una vera e propria rete di contatti con la comunità, il territorio e il terzo settore.

Francesca Neri

Fonte foto di copertina: Linea d’Ombra ODV

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