Nessun controllo delle mascherine sui mezzi di trasporto, il timore delle persone con fragilità e immunodepressione

In Italia, l’obbligo di indossare la mascherina è rimasto in vigore sui mezzi di trasporto pubblico, nelle strutture sanitarie e nelle residenze sanitarie assistenziali (RSA). Sui mezzi pubblici l’obbligo non viene rispettato, sia perché non ci sono controlli, sia perché molte persone hanno meno timore del contagio per la copertura vaccinale. Come riporta uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità, dopo i 35 giorni dalla vaccinazione, la riduzione del rischio di contagio è di circa l’80%.

Mentre per la maggior parte delle persone che hanno contratto il Covid negli ultimi mesi i danni sono stati di lieve entità, come tosse e febbre, le persone con fragilità o immunodepressione possono sviluppare forme gravi di Covid, come afferma la circolare del Ministero della Salute. Parliamo di persone che hanno una diminuzione delle difese immunitarie, dovuta a patologie o all’utilizzo di farmaci immunosoppressivi. Sono implicitamente obbligate a ripiegare su alternative ai mezzi di trasporto, perché se le persone non indossano la mascherina, il rischio di contagio aumenta. *Il contagio è alto anche se le persone con immunodepressione portano la mascherina: se le altre non la mettono, il rischio di contagio è del 20%; se la indossano entrambe le persone, il rischio crolla allo 0.4% (Bagheri et al., 2021, PNAS)*.
Le alternative, come spostarsi sempre in automobile o svolgere attività da remoto, non sono accessibili a tutti.

Fonte: Vanity Fair

Le conseguenze pratiche: classismo e lavoro da remoto

«Io vengo dalla periferia di Roma, ma per me la metro è fuori questione: è un rischio, quindi sono vincolata all’automobile, che però ha tutta una serie di costi e c’è chi se li può permettere e chi no. È una questione di classismo, perché chi non ha alternative o non ha l’auto deve per forza utilizzare i mezzi pubblici», racconta a The Bottom Up Francesca, giornalista di 28 anni con immunodepressione. Non tutte le professioni possono essere eseguite in smartworking e non tutte le aziende sono propense a concedere il permesso di lavorare da casa. Ne abbiamo parlato con Alessandro Segato, Presidente dell’Associazione Immunodeficienze Primitive O.d.V, ha dichiarato che «ci sono aziende “più illuminate”, che hanno concesso alle persone con fragilità di stare a casa lavorando in smartworking, e ci sono aziende a cui non importa di questa problematica e che vanno avanti con la loro attività. Ovviamente l’Associazione appoggia l’estendere il più possibile la modalità da remoto ai pazienti con fragilità: è necessario, tuttavia, trovare una soluzione, ma sicuramente non è compito dell’Associazione, bensì del Ministero o dell’INPS».

Le conseguenze psicologiche

Ma le persone fragili come vivono questa situazione? «Tanti di noi non hanno mai smesso di fare lockdown: ci siamo auto-rinchiusi in casa quando ne avevamo la necessità», risponde Francesca. L’assenza di controlli sui mezzi pubblici rende inevitabile un lockdown per chi deve fare una terapia o una cura a livello sanitario. Francesca sostiene che «il fatto che fuori siano tutti allegramente liberi è un problema, perché costringe chi è a ridosso di un appuntamento importante a rinchiudersi dentro casa». 

Le ripercussioni psicologiche riguardano anche il lavoro da casa: questo aspetto vale non solo per chi esercita una professione, ma anche per chi studia. Gabriella, studentessa di medicina con immunodepressione, in un’intervista con The Bottom Up ha affermato: «seguire le lezioni da remoto da un lato ti fa stare più tranquillo, però dall’altro ti fa vivere in una condizione alienante. Si fa molta più fatica, perché stare chiusi in casa è frustrante» e aggiunge: «sui mezzi pubblici non c’è mai stato un contingentamento, le metro sono sempre state colme di persone addossate: da un punto di vista psicologico crea molto disagio, perché anche se si indossa una mascherina, si ha comunque timore quando la gente ti sta addosso». È quindi una conseguenza relativa al senso di rischio percepito.

Un’altra conseguenza è la consapevolezza di non essere tutelati. Come sostiene Francesca, «è giusto che si sia ricominciato a fare tutto, però bisognava attuare delle accortezze che avrebbero garantito una vita sociale per tutti». A tutto ciò giunge la preoccupazione per i prossimi mesi, perché come dice Francesca: «finché è estate, si riesce a trovare un modo per stare in compagnia a distanza e all’aperto, ma in inverno che facciamo? Il lockdown dei fragili?».

Mancano empatia e politiche inclusive

Il mancato rispetto dell’obbligo di indossare la mascherina sui mezzi di trasporto è indicatore del livello basso di comprensione di un privilegio, e di mancanza di empatia rispetto a chi vive una situazione minoritaria. Già all’inizio della pandemia, Gabriella afferma di aver sentito discorsi a suo dire sconcertanti, come ad esempio «si tratta solo degli anziani e dei più fragili», oppure «è la legge della natura, sopravvive chi è più forte». Francesca condivide lo stesso pensiero e ribadisce: «già nel pre-Covid la società non era attenta alle esigenze diverse da quelle delle persone sane e ora è tardi per sensibilizzare il cittadino». La mancanza di empatia nei confronti delle persone con immunodepressione, dunque, sembra essersi protratta anche nella gestione delle restrizioni post Covid, come nel caso del mancato utilizzo, da parte degli utenti, dei dispositivi di protezione sui mezzi di trasporto pubblici.

Una delle cause della mancata empatia è l’assenza di una comunicazione politica che faccia capire chiaramente i rischi che intercorrono le persone con fragilità e con immunodepressione, oltre alla mancanza di politiche concrete che proteggano tutte le categorie della popolazione, facendo riferimento alla loro vulnerabilità.

La responsabilità, tuttavia, non può ricadere esclusivamente sui cittadini. Il fatto che le persone con immunodepressione vivano ancora con l’ansia e il timore di contagiarsi è dovuto alla revoca della gran parte delle restrizioni e dalla carenza di controlli sui mezzi di trasporto pubblico. Come asserisce Francesca, «dal momento in cui si è normalizzato che ovunque, anche al chiuso, tutto può essere fatto senza mascherina, la gente nemmeno si porta dietro la mascherina».

Sono state attuate delle politiche che non hanno tenuto conto delle esigenze di tutti e delle specificità dei più fragili. I sistemi di controllo delle poche regole anti-Covid rimaste, inoltre, sono risultate insufficienti. Rimane aperto il quesito se questa situazione è dovuta a una mancanza di risorse o a una mancanza di volontà politica di tutelare le persone con fragilità.

Francesca Tosi

*edit 3/10/2022

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