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Carceri: è emergenza salute mentale in Italia e Francia

L’estate 2022 è stata particolarmente problematica per gli istituti carcerari italiani e francesi. In Italia si denuncia l’anno con il più alto tasso di suicidi (59 fino ad ora, superando i 57 totali del 2021), mentre in Francia i detenuti nella prigione di Fresnen, nella periferia sud di Parigi, vivono in condizioni malsane, come mostrato dalla tv BFMTV. Alla luce di questi avvenimenti, The Bottom Up ha ha cercato di capire la condizione della salute mentale dei detenuti nelle carceri italiane e francesi, e quanto le attività proposte dagli istituti (prima fra tutte la possibilità di seguire lezioni scolastiche e diplomarsi) possano in parte prevenire l’aggravarsi di fenomeni depressivi.

Emergenza salute mentale 

“In tanti istituti gli operatori ci parlano dell’emergenza salute mentale. Ci sono molti detenuti con malattie mentali importanti, e non sono ben voluti dagli altri detenuti perché sono molesti o violenti. La domanda dei servizi relativi alla cura della salute mentale è aumentata, e gli operatori non sono sufficienti per garantire le cure necessarie”, dichiara Alessio Scandurra, coordinatore dell’osservatorio sulle condizioni di detenzione per Antigone, associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale. Le sue parole sono indice di un’emergenza che sta attraversando tutti i 189 istituti penitenziari italiani, testimoniata da un numero straordinario di suicidi. Il perché di questa emergenza rimane in gran parte sconosciuto. Non sembrano esserci variazioni o fenomeni specifici del 2022 che possano spiegare numeri così alti. L’unica differenza rimarcata dal coordinatore dell’osservatorio è, in realtà, esterna alle carceri stesse: un aumento della depressione anche nella società “libera”, fenomeno dimostrato dall’introduzione del bonus psicologo. È’ un fatto mai avvenuto prima, indice di una popolazione che presenta una fragile salute mentale, fenomeno acutizzato in un universo piccolo e singolare come quello del carcere. 

Patrizia Volpe, dottoressa di scienze politiche all’università di Rennes 1 e autrice del libro Il carcere, un luogo dimenticato. Una ricerca sociologia tra Italia e Francia, conferma che anche in Francia il numero dei suicidi in carcere è alto. L’associazione Oip (Observatoire International des Prisons) riporta che nel 2020 119 persone sono morte suicide in carcere. I dati non sorprendono la dottoressa: “l’emergenza salute mentale è un po’ il fil rouge del carcere”, dice. “In un ambiente molto rigido, violento e ristretto, se è presente una persona malata di mente, il disagio non resta isolato: l’ambiente stesso diventa in qualche modo contagioso”.

grafico suicidi carcere
Grafico sull’incidenza dei suicidi dentro e fuori dal carcere tra 2016 e 2019. Fonte: Antigone

La vita in prigione: il carcere come causa del suicidio?

Il carcere non è la causa diretta dei suicidi dei detenuti al suo interno, ma ne è un’aggravante. A una popolazione (quella carceraria) già molto fragile a livello emotivo e di salute mentale a causa della mancanza di libertà, si aggiungono infatti ambienti sovraffollati, violenza, monotonia e mancanza di igiene. In Italia la vita in carcere si svolge in celle piccole, spesso progettate come singole ma usate già in partenza per due o più persone. In Italia molti istituti si trovano in edifici vecchi, a volte storici, non adatti a fornire una condizione di vita dignitosa a un gran numero di persone. In Francia le condizioni di vita non sono molto diverse, anche se Patrizia Volpe sottolinea che, mentre in Italia si attua una sorveglianza dinamica, grazie alla quale il prigioniero è più libero di muoversi nel carcere, in Francia la vita è molto più statica. 

Una grande differenza si trova sicuramente anche nella garanzia della salute. Se l’Italia garantisce un medico presente in prigione 24 ore su 24, in Francia questo servizio è garantito fino alle ore 17. È inevitabile, quindi, che ogni problema medico insorto dopo quell’ora (autoinflitto o di causa naturale) comporti un rischio di mortalità molto più elevato.

In entrambi i Paesi sono inoltre garantite attività diverse all’interno dell’istituto stesso: lavoro, formazione professionale, istruzione. Queste sono fondamentali per spezzare quella che Volpe ha definito come “la più grande malattia” del carcere, che porta a fenomeni distruttivi quali il suicidio ed l’autolesionismo: l’apatia. In Francia i detenuti vivono molto più separati e affrontano in questo modo anche gran parte delle formazioni. In Italia la vita è più comunitaria: corsi, di formazione o scolastici, sono seguiti in gruppo e le lezioni sono garantite in presenza. Una debolezza del sistema italiano è costituita dalla sua forte disparità. Alessio Scandurra di Antigone spiega che tutte le attività del carcere sono garantite dal territorio e, in quanto tali, dipendenti da esso. Scontare la pena nel carcere di una grande città permette di avere accesso a più formazioni e corsi più vari rispetto alle attività fruibili in un carcere di un piccolo centro o di un territorio meno attivo. Diversamente, in tutta la Francia, le attività di formazione sono state fortemente potenziate. La formazione professionale propone tanti corsi diversi ed è presente un centro dedicato (pole emploi) che si occupa del reinserimento professionale post carcere. Questo va a scapito dell’istruzione, che è messa in secondo piano rispetto al lavoro. “Mancano tutti i corsi straordinari che ci sono in Italia, per esempio l’università”, dice Patrizia. “In Francia ho incontrato solo il caso dell’Université Paris Diderot, mentre in Italia in questo momento c’è un coordinamento nazionale con 32 poli che operano dentro le prigioni con lezioni in presenza”.

Le soluzioni

È difficile parlare di soluzioni valide sempre e per tutti. Un primo passo importante, secondo il coordinatore dell’osservatorio di Antigone, è sicuramente quello di “cercare di dirottare nei limiti del possibile questi casi al di fuori del carcere, in istituti appositi”. Questo può avvenire nei casi in cui è prevalente la dimensione della patologia psichiatrica rispetto a quella della pena, e  permetterebbe di fornire ai detenuti che ne hanno bisogno le cure necessarie e creerebbe un ambiente più disteso e positivo. 

Le due principali soluzioni preventive sono i legami familiari e affettivi, e le attività proposte. Il mantenimento del rapporto con la famiglia è in gran parte ostacolato nelle prigioni italiane. Prima dell’emergenza Covid-19 i detenuti godevano di soli dieci minuti di telefonate alla settimana, secondo una legge che risaliva al 1975, e tuttora non godono della possibilità di avere colloqui intimi non supervisionati con il/la proprio partner (come è invece possibile in tanti altri stati europei, tra cui la Francia). “ È un grande tema”, spiega Alessio, “perché il risultato di tutti questi ostacoli è che la persona quando esce può ritrovarsi solo, senza una famiglia. Uscire dal carcere senza una rete di persone che ti sostengono porta facilmente al ritorno alla criminalità”. Anche Patrizia Volpe concorda su questo punto. Per lei il rapporto con la famiglia è da tutelare perché capace di abbassare il tasso di recidiva: “Se uno ha degli affetti che lo aiutano e lo sostengono, se il detenuto è comunque stato parte della casa e della famiglia e non ritorna come un estraneo dopo anni, il tasso automaticamente si abbassa e il ritorno in società è più facile”.

Per quanto riguarda i rapporti affettivi, la Francia dona più possibilità di contatto tra detenuti e famiglie. Esiste infatti il diritto a passare tempo non supervisionato con la propria famiglia in appositi appartamenti chiamati unità parentali. Altro punto importante: le visite sono meglio organizzate e gestite. Se in Italia queste comportano lunghe attesa in sale spoglie, in Francia l’attesa è attrezzata per ospitare famiglie con bambini e cerca di sveltire al massimo le procedure. Questo influenza direttamente il colloquio con il detenuto. “Immaginiamoci un bambino che è stato un’ora e mezza in fila”, dice Patrizia Volpe. “Arriverà di malumore e non sarà contento di vedere suo padre in prigione. La volta successiva non vorrà andare, perché avrà serbato un cattivo ricordo del carcere”. 

mappa carceri Francia
Carta degli istituti penitenziari e maisons d’arret in Francia. Fonte: sito del Ministero della giustizia.

Un secondo punto fondamentale nella lotta alla malattia mentale è costituito anche dall’insieme delle attività proposte. In un micro-universo in cui le giornate si assomigliano l’una all’altra, in cui la speranza di un futuro viene a mancare e l’inattività è un problema, le attività proposte dal carcere stesso (lavori, formazioni, scuola) hanno la possibilità di movimentare la vita dei carcerati e donare loro speranza. L’educazione soprattutto ha un ruolo di rilievo. “Il mio mantra”, dice Patrizia Volpe, “è che bisogna potenziare l’educazione. La differenza tra l’educazione in carcere e la formazione professionale è che lo studio cambia la testa, è proprio una questione di forma mentis.  È un fenomeno graduale ma arriva molto più in profondità. Serve a sviluppare una mente critica: lo studio garantisce un lavoro introspettivo che un corso di formazione fino a se stesso non può garantire”.

Voci dal carcere: l’insegnante 

“Insegnare in carcere?  È impossibile”. Queste le parole di una professoressa di italiano, greco, latino e storia di liceo, insegnante al carcere di massima sicurezza di Parma tra il 2016 e il 2017. La professoressa spiega le complessità dell’insegnamento in prigione, che rendono molto difficile il normale svolgimento di una lezione. Già dall’ingresso nell’edificio le limitazioni sono tante. L’accesso è consentito solo tramite previo riconoscimento e metal detector e si è sempre scortati da una guardia carceraria. “Il passaggio è nettissimo”, spiega. “Tutti quegli step necessari per entrare in classe per un anno per me sono stati psicologicamente pesanti”. Ogni supporto digitale, tra cui il computer, è proibito e il materiale si basa sulle sole (poche) fotocopie fornite dall’insegnante e controllate dalle guardie. 

Le lezioni, svolte in un’aula con lavagna di ardesia nera, si svolgono davanti a piccoli gruppi di circa 15 persone. “Il gruppo era estremamente eterogeneo. La fascia di età andava dai 25 anni fino ai 60 o 65 anni”. L’eterogeneità della classe è data da due fattori. Il primo: i detenuti che vanno a scuola ricevono una piccola sovvenzione, così come quelli che lavorano, spendibile dentro al carcere stesso. Il secondo: la rottura della routine, trovare una fonte di interesse. “Mi ascoltavano sempre tutti”, ricorda. “Pochi alunni mi hanno mai seguita così quando parlavo di Angelica e Medoro, de La Gerusalemme Liberata o di Machiavelli”.

In parte al mattino, in parte al pomeriggio, le lezioni trattano raramente di argomenti di attualità, mentre si concentrano sulla storia e sulla letteratura. “Erano molto interessati dalle lezioni di Storia, curiosi e attenti. Nelle lezioni di italiano abbiamo spesso affrontato, così come si fa in tutte le scuole superiori, argomenti importanti: il suicidio, la libertà, l’autolesionismo”, dice l’ex professoressa carceraria. Parlando dell’importanza della comunicazione all’interno della prigione, della riflessione e dell’ascolto, dice: “la scuola è molto utile, serve a restituire quell’umanità che, in carcere, manca”. Nonostante le difficoltà di quel lavoro, l’insegnante è convinta dell’utilità dell’istruzione per i detenuti, che siano essi da reinserire in società o che siano condannati all’ergastolo, “dà loro speranza”. 

Veronica Gennari

Fonte foto di copertina: Antigone

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