Turchia femminismo illustrazione

Femminismo in Turchia dopo l’uscita dalla Convenzione di Istanbul: la storia di un’attivista

Poco meno di un anno fa, il 1 luglio 2021 la Turchia di Erdogan è uscita definitivamente dalla Convenzione di Istanbul, il trattato internazionale che rappresenta il principale strumento giuridico in Europa per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne. La decisione ha spiazzato la comunità internazionale e le associazioni pro-diritti umani che in Turchia si occupano della promozione dell’uguaglianza di genere e della tutela delle donne dalla violenza (domestica e non).

Abbiamo intervistato Irem, un’attivista di 29 anni, ricercatrice e giornalista turca che da anni lotta contro gli abusi che le donne subiscono ogni giorno in Turchia. Irem è stata vittima di molestie sessuali, violenza e abusi, ha vissuto in prima persona il pericolo di essere donna in Turchia, e così ha iniziato a dedicarsi all’attivismo. «Se lo Stato in cui vivi riconosce una certa legge, allora ti è riconosciuto il diritto di agire in giudizio quando tale legge viene violata» spiega Irem «ma in Turchia la Convenzione di Istanbul non ha più alcun valore legale, e questo rende la vita di molte donne residenti qui molto più difficile e pericolosa». Casi come quello di Pinar Gultekin, strangolata dal fidanzato, gettata in un bidone della spazzatura, bruciata e successivamente sotterrata, quello di Özge Binnur Oruç o quello di Gülbahar Kaya sono solo esempi che testimoniano una situazione di grande oppressione del genere femminile che era in peggioramento già con lo scoppio della pandemia. Infatti, la diffusione del Covid ha costretto molte donne a passare più tempo in casa con i loro compagni, e i dati di Fermeremo il Femminicidio riportano che tra marzo 2019 e marzo 2020 c’è stato un aumento del 38% delle denunce per violenze domestiche, e un “drastico incremento dei femminicidi nel Paese”.

Persone scandiscono slogan contro i femminicidi durante una manifestazione per la Giornata internazionale della donna l’8 marzo 2021 a Istanbul, in Turchia. – Burak Kara/Getty Images via Al-Monitor

L’uscita della Turchia dalla Convenzione ha quindi rappresentato un duro colpo per la comunità femminista turca in quanto unico appiglio legale internazionalmente riconosciuto al quale era possibile aggrapparsi in caso di soprusi. La Convenzione legittimava l’operato delle ONG impegnate nella lotta contro la violenza sulle donne e obbligava le parti ad adottare un sistema di protezione su più livelli (linee telefoniche di sostegno, case rifugio, ecc.). Sicuramente non era sufficiente ad evitare del tutto gli episodi di violenza, ma si trattava di uno strumento concreto in grado di tutelare i diritti delle donne. Oggi il movimento femminista non si arrende, ma si muove in modo diverso, dovendosi adattare alle nuove minacce derivanti dalla mossa del presidente in carica.

I social network come nuova arena del femminismo turco

La scelta di Erdoğan di ritirare il Paese dal trattato ha notevolmente influenzato l’attività della società civile, in particolare il modo in cui queste realtà riescono a comunicare a livello nazionale e internazionale. Irem riporta che è molto più difficile scendere in piazza a manifestare, le marce femministe sono state ufficialmente bandite e quando si decide di andare contro le regole e manifestare ugualmente, è molto probabile venire arrestati e anche aggrediti fisicamente. La libertà di parola e di opinione ha smesso di essere riconosciuta ed è sempre più difficile fare attivismo. In questo contesto, molto spesso ci si rifugia nei social, l’unico strumento che può sfuggire più di frequente alle forze dell’ordine,  anche se fare attivismo su internet è diventato altrettanto pericoloso, soprattutto dopo la stretta sui media del 2016. «Non ci sono leggi a proteggerci. Le vittime di abusi sono abbandonate a loro stesse perché oggi fare denuncia significa accusare qualcuno di aver fatto qualcosa che non è vietato dalla legge, perciò  non si viene ascoltati» specifica Irem. «Uno dei pochi modi che ci sono rimasti per far sentire la nostra voce sono i social media. Ormai le istituzioni non difendono i nostri diritti, quindi dobbiamo cercare aiuto altrove».

Irem testimonia che online le donne turche sentono di potersi esporre di più, infatti anche alcune denunce di molestie provenienti da personaggi pubblici  sono emerse proprio grazie ai social. Queste denunce mantengono il movimento femminista sempre in allerta e  lo fanno agire attraverso varie forme: «Riusciamo a raccogliere migliaia di firme per le nostre petizioni, quando casi come quello di Pinar Gultekin escono alla luce, molte donne cambiano le loro immagini profilo in segno di protesta. L’attivismo, online, esplode». Hashtag come #ChallengeAccepted o #IstanbulConventionSavesLives hanno preso piede a livello globale. «Anche celebrità come Madonna hanno messo come immagine profilo una foto in bianco e nero» la quale rappresenta un richiamo alle foto monocolore pubblicate delle donne che perdono la vita a seguito di abusi e violenze. Il bianco e nero è segno di solidarietà sia in Turchia che a livello internazionale.

La solidarietà non è, però, l’unico strumento per protestare  online. Irem, infatti, informa della presenza di un sito creato per denunciare la situazione di pericolo nella quale le donne turche si trovano. Ciò che cattura l’attenzione è il grande numero pubblicato al centro della pagina principale, che rappresenta il numero di donne che hanno perso la vita a causa di violenza a partire dal 1 gennaio 2022. Sotto al numero c’è un elenco di nomi femminili e le informazioni che si è riusciti a raccogliere sulle vittime. Il numero sale ogni giorno, pur non rappresentando il numero esatto di violenze, omicidi e abusi in quanto ci sono aree del Paese da cui le notizie non arrivano. «Ci sono tantissimi assassini di cui noi non sappiamo nulla, e il fatto di non conoscere l’entità di questo numero è preoccupante». La creazione di questo sito, come altre iniziative di protesta online, sono la prova che in Turchia la preoccupazione a riguardo è sempre alta. Dal momento del ritiro, l’attivismo si trova in una posizione più difficile dalla quale operare, ma i valori sui quali si basa sono talmente radicati nei suoi sostenitori che l’assenza della Convenzione non basta per rinunciare alla causa.

Ed è per questo che «“Istanbul Convention saves life” è l’urlo che continua a riecheggiare nelle strade quando una donna denuncia di aver subito degli abusi. E’ l’urlo del femminismo quando una donna “cade dalla finestra e precipita al suolo”. Ci sono graffiti e cartelloni sparsi per tutta Istanbul. Stiamo cercando in tutti i modi di mantenere vivo l’animo di questo movimento», spiega Irem. Un altro slogan che racchiude la forza del movimento femminista turco è: «Statement is authentic»: un’ondata di denunce avvenuta lo scorso dicembre, e in particolare una, ha causato un’escalation sull’uso di questa frase. «Murad Pakyard è uno psichiatra accusato di aver violato una sua paziente, che ha deciso di lasciare gli Stati Uniti a causa delle persecuzioni. Trovare le prove adatte per accusare un uomo di tali soprusi non è facile, e per questo Murad non è mai stato condannato. Lo slogan ribadisce l’importanza di credere a ciò che viene sostenuto dalla vittima. Quando una donna fa una dichiarazione, anche se non le credete, essa è comunque autentica. Capita spesso, in Turchia, che gli aggressori non ricevano le giuste pene, e dopo qualche mese ne escono con delle semplici scuse. Siamo stanchi di questa situazione».

Donne che manifestano contro i femminicidi in Turchia. Foto del movimento Kadın Cinayetlerini Durduracağız – We will stop feminicide platform

Un possibile ritorno nella Convenzione è fuori discussione, dice Irem, almeno con questo governo. «Abbiamo bisogno di nuove elezioni se vogliamo sperare di rientrare nella Convenzione di Istanbul, ma sappiamo bene quanto Erdoğan sia legato al proprio potere». Irem sa che il suo futuro non è in Turchia. Avendo ricevuto un’offerta per un dottorato di ricerca negli Stati Uniti ha in programma di lasciare il suo paese, e come lei, molte altre, a causa delle restrizioni e della corruzione. Ma andarsene non vuol dire mollare. «Non prevedo niente di buono per il prossimo futuro. Ci sarà comunque la resistenza di chi resterà in Turchia, ma io sento che all’estero posso fare di più. Ci sono più piattaforme dove fare testimonianza e portare avanti progetti. All’estero si può parlare di più. All’estero potrò dedicare più tempo ed energie all’attivismo. Qui è come se tutti i miei sforzi fossero sprecati».

“Convenzione sì, Convenzione no”: la decisione di Erdoğan ha suscitato sentimenti contrastanti

Tuttavia, all’interno dello stesso movimento femminista  ci sono delle spaccature. Irem riferisce che ci sono addirittura femministe che supportano Erdoğan nella sua decisione. Queste persone sostengono che la Convenzione sia irrispettosa nei confronti delle donne e dell’unità della famiglia. Per giustificare la mossa del governatore viene spesso usato il pretesto per cui  la Convenzione promuova principi contrari alla religione del paese. «Parte della popolazione sostiene che il potere e la popolarità di Erdoğan siano in declino. L’economia turca è in difficoltà, e questo è un segno premonitore che ci sarà un cambio all’interno della classe politica. Personalmente non mi fido nemmeno dell’opposizione, tuttavia, l’unica via per il cambiamento è quella che vede Erdoğan fuori dal governo». Risulta quindi chiaro che la rabbia nei confronti di un governo così conservatore sia cresciuta dopo la scelta di uscire dalla convenzione. 

Il vero problema è che le donne turche non hanno nessuno  a cui fare affidamento dal punto di vista legale. Quando accade un episodio di sopruso, spesso ci si trova nella condizione di non sapere nemmeno a chi rivolgersi. Irem ha raccontato  di un’esperienza vissuta in prima persona da lei: «qualche mese fa fui aggredita verbalmente da un uomo in un supermercato, in pieno giorno, e in un secondo momento ha alzato il braccio come per  volermi picchiare. Quando ho alzato la voce  lui mi ha chiesto:  ‘chi ti difenderà?’. Aveva ragione. Io sono veramente sola. Mi è capitato due volte di andare in polizia a denunciare violenze subite, ma in assenza di un avvocato rifiutano di accettare il ricorso o semplicemente non rispondono, nemmeno alle istanze online». Quindi, la presenza delle forze dell’ordine e dei giudici in tale situazione  non rappresenta una speranza per le donne che subiscono violenze. Le autorità che stanno veramente dalla parte delle vittime di violenza, in sostanza, non esistono, se non all’interno della stessa società civile. 

In un contesto tanto ostile Irem dichiara che l’unico modo in cui riesce a portare avanti le sue battaglie è attraverso un percorso con uno psicologo e l’assunzione di medicinali. «Questo ambiente è veramente nocivo, quindi è necessario prendersi cura della propria stabilità mentale. Per le strade ormai è difficile farsi sentire, però il mondo digitale aiuta. Con internet sappiamo che non siamo sole, e che il femminismo è una questione universale. Conduco regolarmente un podcast, e ricevo parecchi messaggi di hating. Non so mai se e quando verrò attaccata, quindi devo essere molto più prudente di tempo fa, se voglio salvaguardare la mia salute. Con l’uscita dalla Convenzione ho capito che stavo osando un po’ troppo, quindi ho fatto un passo indietro. Ma questo non significa che io abbia mollato. Ho solo scelto il mio benessere. Per il futuro credo che mi concentrerò sull’attivismo virtuale, conducendo podcast e scrivendo articoli. In una società oppressa come la nostra, devo trovare altri modi per lottare per questa causa».

Samantha Wright

Foto di copertina: illustrazione di ebrulillustrates

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...