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Francia, il Senato tenta di vietare l’uso del velo nello sport

A metà gennaio 2022, in Francia, un gruppo di senatori ha tentato di vietare l’uso ostentato di segni religiosi” durante gli eventi e le competizioni sportive, presentando un emendamento alla legge per democratizzare lo sport. La proposta è stata portata avanti dal gruppo politico di centro-destra Les Républicains, detentore della maggioranza in Senato dal 2014 e principale partito di opposizione. Il 2 marzo, dopo un complesso processo legislativo, la legge è stata promulgata. Tre sono i principali obiettivi connessi alla democratizzazione nello sport: incentivare e sostenere l’attività sportiva, rinnovare la gestione delle federazioni sportive in un’ottica di trasparenza e parità, e modificare il modello economico sportivo, lottando anche contro streaming e scommesse illegali.

L’emendamento è stato invece bocciato. Volta esplicitamente a proibire l’utilizzo del velo islamico durante le competizioni, questa proposta ha incontrato una forte opposizione nella società, portando numerose organizzazioni a manifestare il proprio dissenso. Tra queste, Les Dégommeuses.“Siamo una squadra di calcio che esiste da dieci anni, composta per la maggior parte da donne lesbiche e qualche ragazzo trans, con la missione di combattere ogni forma di discriminazione nello sport e con lo sport”. Così Veronica Noseda descrive l’associazione di cui fa parte, impegnata da anni nella difesa delle minoranze sul campo da gioco attraverso azioni pedagogiche e comunicazione sui social. Negli ultimi mesi la loro attenzione si è concentrata principalmente su due battaglie fondamentali: una contro l’emendamento del Senato e l’altra contro le politiche della Fédération Française de Football (FFF).

La FFF e le associazioni

Noseda descrive la FFF come “una delle [federazioni sportive] più reazionare, maschilista e sessista”, riferendosi al divieto di utilizzare o indossare segni che manifestino un’appartenenza, politica o religiosa che sia. Questa disposizione, presente nell’art.1 dello statuto della Federcalcio francese, a sostegno di una proclamata neutralità sul campo da gioco, è in aperto contrasto con quella della Federazione Internazionale di calcio (FIFA), che dal 2014 autorizza i giocatori e le giocatrici a indossare il velo nelle competizioni sportive. Da quel momento, la Francia è rimasta l’unico paese al mondo a mantenere questo divieto nel contesto calcistico. L’emendamento proposto in Senato mirava a espandere queste regole a tutti gli sport, richiamando anch’esso i concetti di “liberté, neutralité e sécurité”. Questa scelta della Francia di discostarsi dalle regole internazionali non è passata in silenzio. Accanto a Les Dégommeuses, si sono schierate varie associazioni; fra queste, la principale è Les Hijabeuses, un collettivo formato da un centinaio di donne nel maggio 2020, che ha guidato le proteste. Per opporsi all’emendamento parlamentare, hanno organizzato manifestazioni, improvvisato un match davanti al palazzo del Senato, promosso una campagna di informazione sui social e una petizione online che ha raggiunto più di 75 000 firme. È anche grazie a questa azione congiunta di varie associazioni che l’emendamento è stato bocciato. Il potere di regolamentare l’utilizzo del velo rimane quindi in mano alle singole federazioni sportive.

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Foto di: Les Dégommeuses

La battaglia legale

Una seconda questione rimane però aperta: la politica della FFF non solo contrasta le disposizioni internazionali, ma, come sottolinea Noseda, “il regolamento interno [della FFF] contraddice la legge”. Per eliminare queste contraddizioni, Les Dégommeuses sono venute ancora una volta in appoggio a Les Hijabeuses.
Attraverso un intervento volontario, l’associazione le ha accompagnate nella battaglia legale contro la FFF. Una battaglia iniziata il 2 novembre 2021 con un ricorso al Conseil d’État, la più alta istanza della giurisdizione amministrativa francese; il regolamento interno della Federazione, sostengono le associazioni, è in contrasto in particolare con la legge del 1905 sulla separazione tra Stato e Chiesa. Noseda la definisce una norma “mal conosciuta”. Assicurando la libertà di coscienza e il libero esercizio dei culti, la legislazione francese vieta di esprimere convinzioni politico-religiose particolari unicamente allo Stato in quanto tale, e di conseguenza anche alle associazioni di utilità pubblica come la FFF. “La legge non dice affatto che i cittadini debbano censurarsi. Questa legge è fatta per proteggerli; quelli che devono rimanere neutri sono gli agenti dello stato”. Sul campo da gioco questo significa che solamente i funzionari pubblici, ad esempio gli arbitri, sono interdetti dall’indossare segni religiosi, non i giocatori o le giocatrici.

Anche in questo caso, le richieste delle associazioni hanno ricevuto un ampio sostegno da parte della società. La campagna #LetUsPlay, lanciata sui social da Les Hijabeuses, ha dato eco alle proteste delle associazioni contro la FFF e contro l’emendamento, raggiungendo il pubblico internazionale. Ciò che queste ragazze e queste donne chiedono attraverso il proprio impegno è la libertà di poter esercitare la propria religione. “Sono costretta a scegliere tra le mie convinzioni religiose e il mio desiderio di essere un atleta, di essere accettata e accettabile?” scrive Founé nella petizione de Les Hijabeuses, dopo aver definito “personale la scelta di indossare il velo. La questione dell’obbligo del velo nelle scritture islamiche è infatti ampiamente dibattuta, date le diverse interpretazioni possibili del Corano, e varie sono le motivazioni delle donne riguardo alla scelta di indossarlo. Se quindi le donne francesi musulmane sono libere di scegliere se portare o meno questo indumento dal punto di vista religioso, non lo sono dal punto di vista legale. Tutto ciò ovviamente impatta fortemente sulle vite delle ragazze coinvolte. Noseda sostiene infatti che per quest’ultime “l’esclusione dalle competizioni sportive è un marchio estremamente doloroso nel loro percorso sportivo e personale”.

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Foto di: Les Dégommeuses

La politica francese

Un ulteriore elemento complica lo scontro: fra meno di due mesi, infatti, i cittadini si recheranno alle urne per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, che resterà in carica cinque anni. La corsa elettorale ha estremizzato e distorto molte questioni, tra cui il dibattito sul velo e la laicità nello sport. Basti pensare agli argomenti portati avanti dalla Prefettura di Parigi lo scorso 9 febbraio, per vietare una manifestazione de Les Hijabeuses. Nel documento si parla di un dibattito acceso tra sostenitori dell’islam politico e sostenitori dei valori repubblicani di uguaglianza ed emancipazione femminile, e si definisce la discussione “esacerbata” dalla lotta contro l’obbligo del velo in certi paesi musulmani. Davanti a questi tentativi palesi di strumentalizzare la questione per estenderla ad altri piani, ad esempio la situazione internazionale, le parole di Noseda mettono a fuoco il vero argomento: “Stiamo parlando di giocare a calcio, non di proselitismo religioso”. Persino Amnesty International ha criticato la scelta e le motivazioni della Prefettura come azioni “abusive e discriminatorie, non necessarie e non proporzionate”. Il divieto della Prefettura è stato infatti sospeso dal Tribunale Amministrativo di Parigi, in seguito a un reclamo presentato dall’associazione Alliance citoyenne (di cui fanno parte Les Hijabeuses) e dalla Ligue des droits de l’homme. I giudici stessi hanno fatto definito il divieto “non proporzionato”, ricordando come il diritto di manifestare sia una delle libertà fondamentali, e hanno previsto per la Prefettura il pagamento di 1000 euro di ammenda verso le due associazioni. Meno di un’ora dopo la decisione del Tribunale, Les Hijabeuses giocavano e protestavano sull’Esplanade des Invalides.

La logica del campo

Questo impegno delle associazioni, questa voglia di cambiare le cose, non sta passando inosservata. “Viviamo un punto fondamentale con questa questione” sostiene Noseda. “Ci sono persone non tanto politicizzate, ma che oggi, vedendo delle ragazze che vogliono solamente giocare a calcio e che sono impedite in questa pratica, sono abbastanza schioccate”. La popolarità di questo sport e il livello di discriminazione portato avanti hanno infatti spinto molte persone ad affiancare Les Dégommeuses e Les Hijabeuses, così come le altre associazioni coinvolte.

D’altro canto, Noseda sottolinea come la logica contemporaneamente islamofoba e patriarcale “attraversi tutti gli strati sociali” e descrive la presenza di “un grande populismo, una grande strumentalizzazione” diffusi in Francia.  Ma tutto ciò contribuisce a rendere la lotta di queste ragazze ancora più fondamentale: “in parlamento c’è un altro tipo di logica, quella della retorica. Sul campo di campo non può esserci solo quella, perché non ti fa giocare a calcio. La retorica c’è, ma c’è anche altro: la pratica”, conclude Noseda.

Lia Foschi

Fonte foto immagine di copertina: Les Dégommeuses

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