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Iraq’s lost generation: che fine hanno fatto i bambini dell’ISIS?

A Mosul, 3 anni dopo la fine della guerra contro l’ISIS, dovunque ci sono migliaia di ragazzini, bambini e bambine rimasti orfani o i cui genitori sono in carcere, accusati di aver fatto parte dello Stato Islamico. Bambini stigmatizzati in questo nuovo Iraq, in cui l’ISIS ha lasciato pesanti cicatrici.

Iraq’s lost generation, in proiezione al Terra di Tutti Film Festival il 10 ottobre, è un film di Anne Poiret che descrive la vita dei cosiddetti “bambini dell’Isis”, nati da genitori che avevano promesso fedeltà allo Stato Islamico e che oggi vivono senza diritti, emarginati dalla società e senza un’esistenza legale. Il lungometraggio descrive una serie di situazioni apparentemente differenti tra loro, ma che hanno come punto in comune l’esclusione di questi ragazzi e ragazze dalla comunità d’appartenenza. Attraverso le storie di alcuni giovani è possibile immergersi in questa drammatica situazione di abbandono ed emarginazione sociale tra Siria e Iraq.

Locandina del film “Iraq’s lost generation”, un documentario di Anne Poiret

Il 10 giugno 2014 circa 1.500 combattenti appartenenti all’ISIS conquistarono la città irachena di Mosul, detenendone il comando fino al 2017, anno in cui la città venne liberata. Venne istituito un califfato con una burocrazia repressiva per gestire la città e per controllare la vita dei suoi cittadini; si stima infatti che la popolazione rimasta a Mosul sotto il controllo dell’ISIS era di circa 1.5 milioni. Da quando la città è stata liberata la vita di chi è sopravvissuto e chi è tornato è difficile, i costi della ricostruzione di Mosul e della sua economia sono molto alti, così come i costi sociali. Riparare le vite danneggiate e distrutte dall’ISIS e recuperare le opportunità perdute non sarà mai possibile.

In questo contesto si inserisce la situazione di migliaia di ragazzini che sopravvivono nelle periferie povere della città, su cui il documentario si focalizza. Figli di ex miliziani dello Stato Islamico che sono morti o si trovano attualmente in prigione, che vivono in condizioni precarie e al di fuori di ogni rete sociale. Le forze di sicurezza irachene si rifiutano di dare a questi ragazzi nuovi documenti, senza i quali non esistono legalmente e di conseguenza non hanno accesso a una serie di servizi fondamentali come le cure mediche e l’educazione. “Vedo gli altri bambini andare a scuola, e vorrei andarci anch’io”, racconta Yaser, bambino nato nel 2014, anno in cui è stato proclamato lo Stato Islamico. “Alcune volte i bambini del vicinato mi tirano le pietre gridandomi che sono figlio di uno dell’ISIS, ma io non me lo ricordo nemmeno”.

Una scena del film “Iraq’s lost generation”.

I “cuccioli del califfato”

Oltre ai figli di ex miliziani, tra i ragazzi dimenticati ci sono anche coloro che venivano chiamati “i cuccioli del califfato”. Ragazzi adolescenti o pre-adolescenti che venivano convinti o costretti dai combattenti a entrare a far parte dell’organizzazione Stato Islamico. La formazione di questi “cuccioli” iniziava con un training teorico che per molti rappresentava l’unica speranza di sopravvivenza. “A Mosul si moriva di fame” spiega Tarek, 17 anni, che aveva 11 anni quando l’ISIS prese Mosul, “io e i miei coetanei siamo stati obbligati a fare il training religioso di 20 giorni. Ai giovani venivano date una macchina o una moto e 100 dollari al mese. Ci hanno adescati con i soldi”.

Molti dei ragazzi che hanno partecipato alla formazione militare e religiosa dell’ISIS e che sono stati costretti a imbracciare le armi, si trovano oggi in quelli che vengono chiamati “centri di rieducazione per giovani soldati”, ma che in realtà sono prigioni sovraffollate in cui ragazzi minorenni aspettano di ricevere una sentenza. In questi centri non ci sono letti, non ci sono sedie e soprattutto non sono previste attività educative, anche se la legge irachena vieta la detenzione di minori, a meno che questa non preveda misure di rieducazione. Come dichiarato da un giudice intervistato dalla regista del documentario i minori reclutati dallo Stato Islamico sono stati circa 4 mila, i quali “sono vittime dell’ISIS, ma anche della società che li ha rifiutati”.

I campi di detenzione in Siria

Circa a metà, nel documentario c’è uno spostamento verso la Siria, e in particolare nel campo di al-Hol, un campo di detenzione in cui, nel 2019 dopo la caduta di Baghouz, l’ultima roccaforte dello Stato Islamico, si sono rifugiati molti membri delle famiglie dei miliziani morti o incarcerati. Nel campo ci sono circa 62mila persone, tra sfollati interni e mogli e figli dei jihadisti e tra questi si possono trovare 21mila bambini iracheni. All’interno del campo solamente l’ONG Save the Children è in grado di offrire ai minori un programma di educazione che prevede l’insegnamento di alcune materie come la matematica, l’arabo e l’inglese. Il problema, però, è che all’interno di al-Hol non esistono programmi di deradicalizzazione e l’Iraq, come molti altri paesi, rifiuta di rimpatriare questi bambini.

Gli yazidi

Un altro gruppo di bambini e ragazzi appartenenti a quella “generazione perduta” a cui fa riferimento il documentario è quello degli yazidi, uno dei gruppi religiosi più antichi della Mesopotamia, che sono stati vittime di un’enorme violenza da parte dello Stato Islamico. L’ISIS infatti da un lato ha rapito e ridotto in schiavitù le donne, dall’altro ha obbligato molti ragazzi ad arruolarsi e combattere contro la propria gente, forzandoli a uccidere in nome della religione. “Iraq’s lost generation” mostra il difficile reinserimento di questi ragazzi nella propria comunità di appartenenza, mettendo in luce i traumi e le violenze che questa esperienza ha lasciato in loro. Ulteriori vittime di questa violenza sono anche i figli delle donne yazide che sono state rapite e violentate dai miliziani dello Stato Islamico e che hanno avuto dei figli da queste aggressioni. Queste, infatti, una volta liberate sono costrette a liberarsi dei propri figli, i quali vengono messi in degli orfanotrofi a causa della mancata accettazione da parte della comunità yazida stessa.

L’educazione sembrerebbe essere l’unica via per il cambiamento rispetto alla situazione di emarginazione sociale di tutti questi minori , ma cosa possono fare le scuole? Tutto il sistema deve essere ricostruito, mancano le strutture, mancano gli insegnanti e la pandemia da Covid-19 ha reso tutto ancora più difficile e il fatto che questi ragazzi non abbiano i documenti rende il loro reinserimento nella società pressoché impossibile. “Iraq’s lost generation” è un documentario duro e reale, che lascia chi lo guarda con una domanda ostinata e pesante: “chi investirà in questa generazione per farla crescere nella pace?”.

Anna Toniolo

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