Pangea Afghanistan donne

“Cosa resta dell’Afghanistan?” Dialogo con il presidente di Pangea Onlus

Dopo vent’anni, circa un mese prima della ricorrenza dell’11 settembre, gli Stati Uniti hanno deciso di lasciare l’Afghanistan, compiendo un gesto che ha contribuito ad accelerare l’attuale presa di potere da parte dei talebani. Il 15 agosto 2021 i talebani hanno preso il potere nella capitale Kabul e questo è diventato il simbolo del ritorno dell’Afghanistan nella morsa dei talebani stessi. Il ritiro delle forze statunitensi non rappresenta solo la fine di un conflitto dispendioso e prolungato, ma anche una sconfitta nei confronti della protezione dei diritti umani.

Gran parte degli episodi che si sono verificati in Afghanistan, nel corso di questi anni, sono stati spesso interpretati attraverso un’ottica di Oriente contro Occidente, con il rischio di banalizzare e semplificare la realtà del Paese. Ciò che sta succedendo ora non può essere minimizzato o sminuito, ma deve essere osservato attraverso uno sguardo consapevole.

La drammatica situazione attuale

Abbiamo parlato con Luca Lo Presti, presidente e fondatore di Pangea Onlus, che ha fatto chiarezza sui recenti avvenimenti oltre a precisare quali siano le condizioni attuali dei cittadini e delle cittadine, a seguito del ritiro delle forze statunitensi poco prima del 15 agosto 2021. Pangea è una realtà e un punto di riferimento per migliaia di donne, bambini e bambine in varie parti del mondo, fin dall’anno della sua fondazione nel 2002. L’Afghanistan è stato il primo territorio in cui l’associazione ha sviluppato progetti e campagne a sostegno di coloro che erano più in difficoltà, tra cui progetti di microcredito, formazione professionale e alfabetizzazione. Il significato del loro impegno sociale è dare autonomia e sostegno a chi ne necessita, salvaguardando e tutelando i diritti delle persone. Infatti, perdendosi nella spiegazione delle ragioni geopolitiche, che sicuramente hanno una loro importanza nella questione, ci si dimentica della quotidianità e degli orrori che afghani e afghane stanno vivendo proprio adesso. Sono circa 38.000 i civili morti in questi vent’anni (il numero potrebbe essere anche più alto), per una guerra che non hanno scelto di combattere.

Lo Presti racconta: “Noi preferiamo avere dei programmi piuttosto che progetti, perché un progetto può durare fino a 3 anni ma un programma è un aiuto costante che cerchiamo di dare alla vita delle persone.” Pangea si descrive infatti come una grande famiglia di una grande comunità, nella quale chiunque abbia bisogno può entrare a far parte. La stessa associazione ricorda che dal 2001 al 2021 sono state coinvolte 7.000 donne e 7.000 famiglie insieme a 40.000 bambini e bambine.

Attività di cucito con donne afgane. Fonte foto: Pangea Onlus

La presenza degli Stati Uniti in questi anni ha permesso alle nuove generazioni di nascere, crescere e vivere in un clima di libertà che le generazioni precedenti non avevano mai conosciuto. Le ragazze del nuovo millennio hanno avuto accesso ad alti livelli di istruzione, hanno rifiutato matrimoni forzati, hanno scelto di essere libere perché hanno avuto una scelta. “Le ragazze che abbiamo conosciuto noi – racconta Lo Presti – persone nate dieci o quindici anni fa, erano solite pitturare con le bombolette gli shelter militari. Questo per dire che si respirava un’aria intellettuale in cui le donne avevano una loro libertà di pensiero e non erano sottomesse a nessuno.”

Nel corso degli anni la minaccia talebana però è stata tutt’altro che eliminata, in effetti si può dire che è stata tamponata per un lungo periodo, e ha trovato la forza necessaria per riversarsi sul popolo proprio nel mese di agosto. “Ce lo aspettavamo e già il 14 agosto abbiamo deciso di far sparire il nostro schedario e tutti gli archivi che testimoniavano quali e quante donne nel corso degli anni erano state più o meno coinvolte nel lavoro dell’associazione”, questo perché operatori e operatrici di Pangea erano al corrente che se i talebani avessero trovato tali archivi avrebbero messo in pericolo di vita le donne e le ragazze che avevano avuto a che fare con un’organizzazione occidentale. Inoltre, continua, “in un primo momento abbiamo interrotto tutte le attività per concentrarci sulle donne e bambini che dovevano fuggire dal Paese e da allora il nostro lavoro è stato cercare di salvare più persone possibile.”

Quale futuro per i cittadini e le cittadine?

Purtroppo, non tutti coloro che volevano fuggire sono riusciti a farlo. Quello che non tutti sanno è che tanti attivisti e attiviste sono rimasti là a combattere pur sapendo di mettere a rischio la loro stessa vita. Non sono militari né combattenti ma persone con un ideale e principi di libertà che li guidano in una battaglia di pensiero. Pangea ha costruito un nascondiglio segreto per tutte queste persone. “Contiamo di aprire almeno tre case temporanee a Kabul e in altri punti strategici per proteggere tutti coloro che sono a rischio.” Le donne che per vari motivi sono rimaste a Kabul e nelle province circostanti, dove la situazione sembra essere ancora più tragica, rischiano di essere pestate e bastonate per strada se non portano il burqa e vivono con l’ansia di essere rintracciate e fatte sparire nel nulla.

La P di Pangea disegnata sul palmo delle mani per poter uscire dal paese. Fonte foto: Pangea Onlus

I governi europei così come gli Stati Uniti stanno osservando in modo passivo quello che accade alle persone bloccate in Afghanistan, ma non vogliono guardare la sofferenza dei corpi femminili torturati e seviziati, la paura negli occhi delle madri e dei padri che assistono inermi al prelievo delle proprie figlie dalle loro case, la confusione nei volti di tutti quei bambini che sembrano avere un destino già deciso. Mentre l’Occidente cerca di capire come rapportarsi con i talebani, una parte della popolazione, le nuove generazioni e soprattutto le donne, stanno scendendo in piazza contro il nuovo potere.

La maggior parte della classe politica occidentale e molta della stampa mainstream sostengono che al giorno d’oggi trattare e comunicare con i talebani potrebbe essere più facile, ribadendo che questi non sono gli stessi di vent’anni fa. Lo Presti spiega che “non esistono talebani buoni o cattivi, esiste il loro regime e una certa visione del Paese che stanno cercando di far permeare all’esterno per ottenere consensi internazionali. Ma la realtà non è quello che fanno vedere.” Il fatto che siano inclini al dialogo non giustifica le violenze commesse né nel passato né nel presente. A maggior ragione sarebbe necessario non fidarsi delle parole di quelle stesse persone che hanno commesso crimini così atroci. Anche Pangea sta cercando un dialogo con i talebani per poter proseguire le varie attività interrotte. “Abbiamo riaperto la scuola per bambini sordi ma i talebani impediscono alle bambine sopra i 12 anni di accedervi. Stiamo cercando di trovare compromessi assurdi per aiutare quante più persone possibili, proponendo per esempio classi separate e accessi diversificati.”

Ma il futuro è incerto e non fa ben sperare. “Le persone che conosciamo rimaste là continuano a ripetere bad moment bad time e percepiamo che una luce si è spenta e che la speranza per molte donne di essere libere sembra un miraggio al momento.” È difficile pianificare o supporre che cosa succederà nel prossimo futuro e nei mesi a seguire ma una cosa è certa: il lavoro portato avanti da Pangea così come da altre organizzazioni e associazioni è un perno fondamentale sul quale ruota la vita di tanti civili ed è altrettanto fondamentale che possa continuare ad essere svolto in sicurezza e nel rispetto dei diritti umani.

Lucrezia Quadri

La foto di copertina è di Pangea Onlus

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