Migrazioni: la sinistra insegue la destra? Dati, ricerca, diritto alla vita

“Meglio morire in mare una volta sola che morire in Libia tutti i giorni”: è il racconto delle persone migranti che, scappando dall’inferno rappresentato dai centri di detenzione libici, e attraversando l’incognita del Mediterraneo, sognano l’Europa. Morti di cui la politica è responsabile: il rinnovo del Memorandum Italia-Libia da parte del governo Draghi perpetua il conflitto tra pratica di governo e istanze delle ONG. Si fatica a capire come governi a presenza PD e Movimento 5 Stelle, che sulla carta dichiarano di voler tutelare i diritti delle persone migranti, si contraddicano nella pratica. Più in generale: quale partito ha più interesse ad affrontare la questione migratoria? Cerchiamo una risposta a questa domanda tramite lo studio di Cecilia Testa e Giovanni Facchini, docenti dell’Università di Nottingham, e attraverso l’intervista a Francesco Creazzo, addetto stampa di SOS Mediterranee.

Il centrosinistra come il centrodestra?

Partiamo dai dati raccolti dal ricercatore di ISPI Matteo Villa, che forniscono un esempio concreto dello scollamento tra parole e fatti: la Ministra Lamorgese ha bloccato più navi Ong di Salvini.

Dati gentilmente forniti da Matteo Villa

Come si può spiegare questa contraddizione? La ricerca dei prof. Testa e Facchini si basa su una relazione di causa-effetto: più è basso il numero di permessi di soggiorno rilasciati, maggiore sarà il tasso di stranieri irregolari. L’immigrazione irregolare può quindi esistere solo se i governi bloccano l’accesso ai confini, non è una condizione “naturale”. Perché allora questa forte attenzione sul “bloccare le migrazioni alla frontiera”, anche se inefficiente? Secondo la ricerca di Testa e Facchini, i governi trovano congeniale non risolvere la questione migratoria: meglio tenere vivo il dibattito, in una continua campagna elettorale, cercando di aggiudicarsi sempre più voti. Come funziona questo meccanismo?  

La destra parla senza fare, la sinistra si sposta a destra

L’ipotesi base dello studio è: chi è al potere vuole rimanerci, a qualsiasi costo. Il modello delinea due  schieramenti: una parte della popolazione, più ricca, trae beneficio dall’arrivo di immigrati (che possono lavorare nelle imprese, con salari più bassi). Gli altri preferiscono meno immigrazione. I primi vengono chiamati utilitaristi, i secondi populisti, facile immaginare quali partiti in Italia possano corrispondere alla descrizione. Se il partito populista propone una quota di persone migranti regolari molto bassa, trovando il consenso dell’elettore mediano (la metà, quella che fa vincere le elezioni), allora, l’esecutivo utilitarista in carica rischia di perdere la propria poltrona sotto le pressioni populiste. Per mantenere l’egemonia politica, il partito al governo è pronto a contraddire le sue radici ideologiche: sceglierà un numero massimo di permessi di soggiorno ancor più basso di quello proposto dal suo sfidante, per vincere le elezioni. Ma si guarda bene dall’applicare queste quote restrittive: la manodopera a basso costo serve allo zoccolo duro dei suoi elettori (ricchi). L’immigrazione illegale, commentano le autrici, è largamente una storia di un fallimento politico.

La ricerca accademica fornisce un’importante chiave di lettura della strategia politica del PD, della Lega, dei 5Stelle, ma qual è la pratica? Come vengono vissuti i vari governi da chi è in prima linea? Abbiamo intervistato Francesco Creazzo, addetto stampa di SOS Mediterranee da marzo 2020, il quale ci aiuta a capire se e come la gestione dell’immigrazione è cambiata alla luce dei diversi governi italiani.

Lamorgese contro le ONG?

Qual è la posizione di SOS Mediterranee rispetto ai dati di ISPI? “Commentiamo le politiche, non i politici.”  esordisce Creazzo, il quale ricorda che, dal 2017, Europa e Italia smettono di interessarsi alle tratte del Mediterraneo. Di conseguenza, con il ruolo principale assunto dalla società civile nelle operazioni di salvataggio, si accusano le organizzazioni non governative di criminalizzazione del soccorso in mare.

Criminalizzazione: la retorica politica uccide? Creazzo afferma “Il discorso del soccorso in mare è stato legato comunicativamente, mediaticamente e propagandisticamente alla questione migrazioni. Però gestione dei flussi migratori e salvataggio di vite umane sono due mondi completamente diversi. Dibattere sul diritto alla vita è un non tema che è stato trasformato in un tema dalla campagna politica. A nessuno non può essere negato l’aiuto in mare”. Creazzo è lapidario: “Di fronte ad una persona in pericolo non si può rimanere fermi a guardare, il diritto alla vita è assoluto e inalienabile. L’emergenza migratoria non è un tema elettorale, ma un grido d’aiuto all’umanità”.

C’è dialogo, in teoria: in seguito a un incontro tra ONG e la Ministra dell’Interno Lamorgese, per il quale Creazzo spera in un nuovo “percorso di collaborazione”, ci tiene a ribadire un concetto: “SOS Mediterranee non è contro lo Stato. L’importante è la costruzione di una solidarietà europea per risolvere quest’emergenza transfrontaliera. Garantendo un punto assiomatico di umanità: chi corre il rischio di annegare va salvato.”

Solidarietà europea: la proposta di Minniti può funzionare? L’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, che ora si occupa di Mediterraneo, Africa e Medio Oriente per la Leonardo S.p.a. (decima più grande impresa militare del mondo), sostiene la necessità di finanziamenti UE per le rotte migratorie. Abbiamo chiesto a Creazzo se questa potesse consistere in una soluzione che andrebbe a complementare o sostituire il ruolo delle ONG nelle operazioni di salvataggio. “L’UE deve trovare soluzioni. Un dato di fatto è l’esistenza di un orizzonte di medio-lungo termine e uno di breve-brevissimo termine, quest’ultimo si chiama soccorso in mare ed è di fondamentale importanza. Bruxelles ha deciso di negarlo e l’Italia ha fatto altrettanto. Se le istituzioni governative ripristinassero un’azione comune ed efficace volte a garantire il salvataggio delle vite in mare, faremo un passo indietro. Ma fino ad allora, noi saremo in mare ad aiutare chiunque ne avesse bisogno.”

La pratica sembra confermare la teoria della ricerca accademica

In passato esisteva una collaborazione Stato-ONG: Creazzo testimonia come SOS Mediterranee fosse in mare assieme alla marina italiana. “Nel 2015 la guardia costiera definiva le navi delle organizzazioni non governative un costrutto di fondamentale importanza per l’aiuto nel soccorso in mare”. La cooperazione avveniva anche nel quadro di operazioni militari, ormai concluse, programmate dall’Italia e dall’UE: Mare Nostrum, Triton e Themis. Poi il disimpegno, e le morti: “gli effetti del dietrofront dello Stato italiano e dell’immobilismo europeo si sono subito fatti sentire: il tasso di mortalità riferito alle partenze, dal 2016, e in particolare dal 2018, è costantemente aumentato e si è riscontrato un rapido precipitarsi della situazione migratoria in aree critiche come la zona SAR (Search and Rescue) libica.”

In questo clima, l’ennesimo rinnovo del Memorandum Italia-Libia sembra quindi confermare l’ipotesi iniziale: la narrazione migratoria porta i governi a fare propaganda sul blocco delle frontiere, per ottenere il consenso, chiudendo entrambi gli occhi di fronte allo sfruttamento economico delle persone migranti. La cui più grande paura è essere riportati in Libia, respinti dalla guardia costiera libica.Un rischio – specifica – “che non sussiste [con noi] perché SOS Mediterranee non considera Tripoli un porto sicuro”, in rispetto dell’art.33 della Convenzione di Ginevra. Alla possibilità di denunciare la situazione in Libia, Creazzo risponde: “Non è così semplice. Abbiamo documentato, certo, ma basti pensare che la guardia costiera libica è finanziata da diversi paesi europei, fra cui anche l’Italia”. Alla nostra provocazione “Sono questi i famosi aiuti che dicono di dare a casa loro?”, Creazzo ha dichiarato, sorridendo, di non poter rispondere a questa polemica.

Enrico Franzin

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