Diritti LGBT+ e scuola: come educare alle differenze?

Nell’articolo 7 del Ddl Zan, approvato dalla Camera dei Deputati lo scorso 4 novembre 2020, si fa riferimento all’istituzione della giornata nazionale contro l’ omolesbobitransfobia. In quest’occasione, dovranno essere organizzate cerimonie e iniziative utili per la realizzazione di tale finalità. Nel testo vengono chiamate in causa le scuole, riconosciute come strumento fondamentale per veicolare questo messaggio, senza però, come specificato, nuovi oneri per la finanza pubblica.
Anche se con piccoli accenni, con questa legge si sta iniziando a costruire il presupposto di base per garantire la libera espressione delle proprie identità e la creazione di una comunità inclusiva e rispettosa della dignità umana.

Quali sono i progetti attivi?

In diverse scuole italiane, in realtà, sono anni che si promuovono progetti relativi all’educazione alle differenze, alla promozione delle identità sessuali e al contrasto del bullismo omotransfobico.
In particolare, la regione Emilia-Romagna e la città di Bologna si distinguono per l’attenzione alle tematiche rivolte all’inclusione sociale, grazie anche alla presenza e al lavoro del Cassero LGBTI center, comitato provinciale Arcigay di Bologna, un circolo politico impegnato nel riconoscimento dei diritti delle persone trans*, lesbiche, gay, bisessuali e intersex, e uno spazio culturale che realizza rassegne artistiche e attività di aggregazione sociale e di intrattenimento. 

Alice Biagi, coordinatrice di Scuola e Formazione Cassero, racconta a The Bottom Up che “il progetto nasce nel 2002 dall’esigenza di entrare nel mondo della scuola con la volontà di accompagnare ragazzi e ragazze nella crescita, aprendo lo sguardo sull’identità sessuale e dare un approccio non eteronormativo all’educazione. Il nostro obiettivo è di organizzare progetti di educazione alle differenze: si tratta di un approccio formativo ai diritti umani, volto a far crescere cittadine e cittadini che rispettino e valorizzino le differenze di genere, di orientamento sessuale, di provenienza culturale, di diversa abilità, di religione”.
Scuola e Formazione è nato con un laboratorio pomeridiano nel liceo classico Minghetti di Bologna grazie a un professore attento a queste tematiche e da lì si sono aperte nuove progettualità: oggi incontra circa 1000 persone all’anno in 20 scuole diverse.

Il Cassero negli anni ha sviluppato ulteriori progetti; nel 2012, per esempio, ha lanciato “Tante storie, tutte bellissime: letture e laboratori”, rivolto principalmente all’infanzia, nella fascia di età 2-10 anni. Come ci racconta la referente Sara De Giovanni “offriamo alle famiglie e alle biblioteche la possibilità di fare attività a partire dalla lettura senza nessun costo a carico. Il progetto è partito dalla proposta del Centro di documentazione Cassero, insieme alla partecipazione di associazione Famiglie Arcobaleno e associazione Frame, con l’intento di valorizzare il contenuto della biblioteca attraverso attività di formazione e educazione. Inizialmente c’era la preoccupazione che questi progetti non sarebbero mai stati accolti, perché accostare l’idea dell’infanzia e dell’adolescenza all’omosessualità potrebbe risultare difficile. In realtà, grazie al terreno fertile bolognese e alla nostra collaborazione con le istituzioni di lunga data, il progetto è ben riuscito”.

Tutte le iniziative e progetti del Cassero agiscono generalmente in territorio bolognese e vengono portati avanti in rete con le maggiori realtà del territorio che si occupano di educazione alle differenze e attraverso progetti realizzati in collaborazione con il Comune di Bologna, con il MIUR e con l’Unione Europea.

L’importanza di operare nelle scuole

De Giovanni ci spiega l’importanza di intervenire nella fascia di età 2-6 anni, dal momento che “certi pregiudizi e stereotipi su comportamenti di genere che poi causano tanti problemi nella vita da adulti, nascono e si strutturano a partire dalla prima infanzia a fronte di modelli educativi che vengono proposti in maniera acritica nella scuola”. E’ dunque importante concentrarsi sulla lettura di testi per poi arrivare al ragionamento sul significato di una storia, su ciò che significa nelle nostre vite individuali. A partire dalla prima infanzia c’è la volontà di costruire un’attitudine all’inclusione, al rispetto delle differenza, un contrasto agli stereotipi di genere precostruiti. “Le e gli insegnanti stesse si sono ritrovate a riflettere alcuni stereotipi di genere senza alcuna intenzione. Anche la loro formazione, dunque, è fondamentale, e pur cambiando la fascia di riferimento, l’approccio rimane molto simile, perché partiamo sempre dalla lettura e dal racconto di storie, così che la lettura possa aiutare la persona a scoprire una parte di sé che non conosce, a mettersi in dubbio, in discussione e avere un nuovo punto di vista, a sviluppare empatia nel confronto dell’altro. La costruzione del contrasto all’omofobia parte da una base di consapevolezza culturale, un cambio sociale e di mentalità”.

Di fondamentale importanza nei laboratori organizzati dal Cassero rimane il dialogo e l’ascolto reciproco, infatti gli educatori partono dal presupposto che non sono portatori della verità ma sono pronti e disposti allo scambio, al dialogo e apprendere reciprocamente dalle altre persone.
Per Biagi, che si occupa principalmente delle scuole secondarie di primo e secondo grado “alle medie i/le ragazzini/e sono più piccoli/e, in una a fase della crescita diversa e il ruolo di educatrice si fa sentire di più, è guida nella creazione dello spazio sicuro, con cornici chiare e costruite da noi. Con i 18enni il rapporto è alla pari, sono quasi persone adulte; fermo restando il nostro ruolo educativo, lo scambio è più equo, per esempio le cornici sono co-prodotti, i temi di cui si vuole parlare vengono anche scelti insieme. Capita comunque di incontrare studenti delle medie che sono avanti, perché le nuove generazioni hanno strumenti trasversali e rimane comunque lo scambio reciproco”.

Cosa si intende per “educazione non formale

La metodologia proposta dai laboratori del Cassero è quella dell’educazione non formale, un approccio non frontale composto da attività esperienziali (learning by doing), con l’obiettivo di stimolare una partecipazione attiva che parta dal vissuto di chi usufruisce del laboratorio. In sostanza, Biagi ci spiega meglio che “è un metodo educativo che cerca di mettere al centro lo/la studente/ssa e il gruppo classe per lavorare insieme e riflettere su delle tematiche. Ciò avviene tramite il gioco e attività ludo-pedagogico che cercano di stimolare la persona a 360°; i corpi dunque sono importanti e sono interattivi, per esempio si fanno role play, si adottano metodologie dal teatro dell’oppresso (inscenare piccoli canovacci su tematiche per poi riflettere su ciò che si è messo in scena). L’obiettivo è coinvolgere le persone, far sì che si mettano in gioco e riflettano su come hanno agito, sui propri comportamenti, pregiudizi e stereotipi. Tutto ciò funge come leva del cambiamento, perché riflettendo sui presupposti culturali che muovono i nostri comportamenti si cerca anche di scardinare tali costrutti sociali. Il macro obiettivo è il cambiamento sociale: ciò che ho espedito nel laboratorio poi lo porto fuori e concretizzo nella vita reale”.

Anche per quanto riguarda il progetto “Tante storie, tutte bellissime” la metodologia è la stessa, perché “vengono scelti testi da una nostra lettrice che fa letture animate e teatrali, e a partire da queste letture vengono svolti laboratori creativi da un gruppo di operatrici che lasciano massima libertà di elaborare la storia ai/alle bambini/e, senza che ci sia niente di pre-costruito.  E’ un meccanismo veramente semplice ma che lavora sulla cultura dell’inclusione”

In tempo di Covid-19: laboratori a distanza

A causa della pandemia globale e della conseguente chiusura delle scuole, anche i laboratori del Cassero si sono dovuti adattare alla nuova forma della didattica a distanza. De Giovanni, però, è positiva perché i progetti sono riusciti a continuare le loro attività online, nonostante tutte le difficoltà di questa modalità telematica. “Noi abbiamo la fortuna di essere flessibili e creativi, abbiamo la capacità di trovare una soluzione in un momento difficile come questo. I nostri interventi sono importanti anche in DAD, soprattutto per adolescenti e pre-adolescenti che, essendo costantemente a casa, si trovano molto compressi; la casa può essere anche una gabbia per chi vede andare a scuola come libertà. Ci è piaciuto quindi poter entrare nella dimensione di casa perché è un modo per star loro vicini. Ovvio, è una modalità diversa, con minore libertà di espressione, ma ciò che è importante è la trasmissione del messaggio, il contenuto e l’idea”.

Nonostante tutti gli ostacoli e le perplessità iniziali, sono riusciti comunque a trovare diverse soluzioni; una di queste è Zaini arcobaleno, un’antologia di racconti biografici di soggettività lgbtqi+ ambientati tra i banchi di scuola, che stimolano chi legge ad aprirsi all’alterità, permettendo di ritrovare sé stesse e sé stessi anche in esperienze di vita completamente diverse dalla propria, oppure di riconoscersi in storie che parlano proprio di sé. Biagi ci racconta che “questa raccolta ci riporta all’interno delle aule attraverso la condivisione di esperienze, permettendo di moltiplicare gli immaginari sul mondo della scuola e contribuendo a decostruire gli stereotipi e i pregiudizi su sé e sulle altre persone grazie ad una pluralità di storie queer e di linguaggi per raccontarle. Nella modalità a distanza, molto importante è la partecipazione dei/lle insegnanti, che ora hanno un ruolo attivo nella costruzione del rapporto per il coinvolgimento di studenti e studentesse. Tra l’altro, il 10 dicembre sarà attiva traccearcobaleno, piattaforma on line che raccoglie strumenti per insegnanti e racconti ambientati tra i banchi di scuola, con l’obiettivo di realizzare un ambiente più inclusivo per studenti lgbtqi+ e creare immaginari queer sulla scuola”.

Le reazioni di genitori e bambini/e

Nonostante Bologna sia una città aperta, accogliente e attenta ai diritti della comunità Lgbt+, non sono mancati episodi di ostruzionismo da parte di genitori o addirittura di partiti politici.  Ciò che importa, tuttavia, è la reazione dei/lle bambini/e e dei/lle ragazzi/e: Biagi ci spiega che “nella maggior parte dei casi le classi rispondono molto bene, hanno voglia di parlare e affrontare queste tematiche, forse anche perché sono un’alternativa rispetto alle solite materie e alle lezioni frontali tradizionali. Tendenzialmente c’è un ottima accoglienza, perché la nostra metodologia ed esperienza sono volte a far sì che loro si divertano, abbiano voglia di partecipare e di mettersi in gioco. Capita comunque che ci siano studenti/sse o classi oppositive, e se qualcuno è arrabbiato o infastidito dal nostro lavoro, cerchiamo di capire le motivazioni e di lasciar libera la persona. Non dobbiamo entrare in conflitto, perché noi siamo qui per parlare, confrontarci e scambiare le proprie opinioni. L’idea è che gli studenti escano dal laboratorio facendosi domande in più, ragionando su cosa hanno vissuto”.

Per quanto riguarda i più piccoli, anche in questo caso le reazioni sono positive. “Ti faccio un esempio: in un laboratorio venivano costruite scarpe col tacco; c’era tanto impegno per costruire e decorare queste scarpe. A divertirsi di più sono stati i maschi, perché magari avevano la possibilità di liberarsi, perché fa bene e fa piacere mettersi nei panni degli altri. I bambini più piccoli non hanno quel pregiudizio strutturato che hanno i più grandi, e non vedono certe cose che noi riteniamo diversità, ed è importante che continuino a ragionare così”. 

Perché educare alle differenze?

De Giovanni conclude l’intervista soffermandosi sul coraggio, “una parola chiave per tutto e tutti: coraggio di prendere parola contro le discriminazioni, di cambiare una rotta prestabilita che a volte non si sa neanche per quale motivo seguiamo. Più si diventa grandi, più si sente il bisogno di conformarsi a certi modelli, o si finisce fuori dal gruppo. Partire dai piccoli e da chi li educa quindi è veramente importante”.

Anche Biagi sente “la necessità di creare lo spazio perché ogni persona sia libera di esprimere se stessa, e ciò vale per tutte le persone e per tutte le differenze. Bisogna fare educazione alle differenze perché siamo tutti differenti, e solo attraverso dei progetti che lavorano sulla loro valorizzazione si riesce a creare uno spazio più inclusivo e sicuro per le persone per crescere liberamente. La normalità non esiste. Bisogna lavorare sul benessere delle persone e bisogna lavorare sul domani, quindi far sì che le persone che abiteranno il mondo domani siano libere e consapevoli. La scuola dovrebbe essere questo”.

Francesca Capoccia

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