“Golden Fish, African Fish”: quale idea di sviluppo?

Il documentario “Golden Fish, African Fish”, di Thomas Grand e Moussa Diop è una finestra di 60 minuti sul processo di industrializzazione dei Paesi dell’Africa Occidentale e sarà proiettato il 9 ottobre alle 20.00, in occasione della quattordicesima edizione del Terra di Tutti Film Festival. La regione di Casamance in Senegal fornisce un’ambientazione unica per trasmettere contraddizioni e problemi di quest’area economica e sociale. Il documentario, pluripremiato e candidato al miglior documentario negli African Movie Academy Award, racconta i passaggi e il funzionamento dell’intera filiera della pesca a Kafountine, caratterizzata da una rigida e organizzata divisione del lavoro, così come da un processo di produzione artigianale messo a rischio dalla penetrazione industriale di Cina, Europa e Usa e che fatica a nascondere le proprie contraddizioni.

Il tema è dunque l’industrializzazione di una regione che ha, fino ad oggi, resistito al “progresso” industriale, ma che ora si trova pressata dall’insostenibilità economica, sanitaria e ambientale da una parte e dallo sviluppo industriale straniero, dall’altra. Ed è nella descrizione dell’esistente, attraverso il racconto dei lavoratori nelle diverse mansioni del processo che dalla pesca porta al commercio del pesce, che “Golden Fish, African Fish” proietta efficacemente paure, dubbi e reazioni della popolazione coinvolta. “Cos’è lo sviluppo?” è la domanda che introduce l’ultima testimonianza del documentario. Cosa vuol dire sviluppo? Significa negare l’esistente e riproporre modelli di industrializzazione completamente alieni al territorio che hanno dato risultati altrove? Oppure è migliorare l’esistente, partendo dalle reti sociali che il modello produttivo attuale ha generato?

La regione di Casamance, e in particolare la filiera del pesce di Kafountine, è un settore economico nevralgico per l’intera macroregione dell’Africa Occidentale. Sulle imbarcazioni, sulle spiagge e negli affumicatoi affluiscono lavoratori e lavoratrici non solo dal Senegal, ma anche dai Paesi vicini come Angola, Mali, Burkina Faso e Costa d’Avorio. I registi riportano le voci di questi lavoratori: pescatori, corrieri, impiegati negli affumicatoi e commercianti. Il risultato è un quadro composito, fatto di preoccupazioni che sono sia collettive, sia individuali. Ci sono, sì, rivendicazioni che potremmo definire “di categoria”, ma tutte sembrano impallidire di fronte alla comune consapevolezza che l’eventuale arrivo delle fabbriche straniere sancirebbe la fine di un intero ecosistema (persino il pesce cambierebbe destinazione d’uso, da alimento per i mercati regionali, a prodotto per la grande distribuzione).

“Golden Fish, African Fish”, però, non denuncia solo una trasformazione funesta, ma ritrae anche i contorni più deformi dell’esistente, inadatto a sostenere uno sfruttamento così intensivo del pesce senza avere pesanti ricadute ambientali. La filiera di Kafountine non produce solo pesce fresco per il mercato locale di Casamance, ma anche e soprattutto pesce affumicato, disponibile per un commercio di più lunga gittata perché conservabile. La conservazione avviene tramite affumicamento negli affumicatoi, ovvero dei grossi forni a legna. Ed è la legna il perno di tutte le attuali contraddizioni del settore. Per mantenere i volumi di produzione sufficientemente alti è necessario pescare molto e, quindi, anche affumicare molto pesce. Tuttavia, produrre legno oltre il naturale tasso di rimboscamento stressa sia le foreste, sia quelle comunità che dalle foreste traggono i propri mezzi di sussistenza. È a partire da queste criticità che emerge il problema di definire cosa sia e a cosa serva lo sviluppo.

Tutto ciò è inserito in una struttura narrativa dove i protagonisti sono i lavoratori, seguiti lungo tutta la filiera dai registi. Uomini e donne in un sistema produttivo basato sulla divisione del lavoro che riproduce il famoso esempio della fabbricazione dello spillo di Adam Smith. Tanti soggetti, ognuno col suo incarico che ha un principio e una fine ben definiti. Ognuno in precario equilibrio tra la preoccupazione che il pesce sia insufficiente e che le fabbriche arriveranno a “distruggere” questo modello economico, un vero e proprio colpo di spugna nei confronti dell’attuale modello economico e sociale della regione. In questo proliferare di mansioni e di figure, una sola è veramente contemporanea e sopravvivrà alle mutazioni a cui va incontro la filiera: i corrieri. La pesca verrà migliorata con macchine e imbarcazioni più adatte, la cui proprietà verrà contesa dalle aziende. Gli affumicatoi saranno resi più efficienti o, più probabilmente, sostituiti con celle frigorifere. Ma la presenza di una figura preposta alla circolazione della merce da un polo produttivo (peschereccio) ad un altro (affumicatoio) ad un altro ancora (centro di raccolta e invio) è una caratteristica estremamente contemporanea. Nei corrieri che raccolgono il pesce, in competizione con sé stessi (sono pagati a cottimo) e con gli altri, “Golden Fish, African Fish” segnala, forse involontariamente, un elemento di comunione tra le società industrializzate e quelle in via di industrializzazione, in due fasi completamente diverse di una stessa idea di sviluppo. Che rende ancora più importante la domanda c’entrale di quest’opera: ci sono alternative a questo tipo di sviluppo? Mentre ragioniamo, le prime fabbriche stanno sorgendo a Kafountine.

Luca Sandrini

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