Caro Sofri, io invece sono in cerca dell’obiettivo del sì

Editoriale in risposta a Luca Sofri, direttore de Il Post. Nella prima parte sostengo che quello che dice il giurista Michele Ainis (base del ragionamento di Sofri) non convince, perché non esiste un numero ottimale di parlamentari. Anche il secondo ragionamento di Ainis è troppo ipotetico per essere usato come base solida di un dibattito. Entrambi non sembrano preoccupati da quello che per me è il problema centrale, l’assenza di un obiettivo. Analisi e commento delle loro posizioni.

Luca Sofri, direttore de Il Post, è in cerca delle ragioni del no. Non particolarmente convinto dalle obiezioni di chi si oppone alla riforma costituzionale, si e ci fa la seguente domanda:

“[…] vorrei resistere al ricatto che vuole mettere la cialtroneria populista al centro delle mie scelte. E siccome dopo averne letto assai ho la sensazione che l’argomento invece della “rappresentanza” sia nei fatti debole, affrontabile, e in gran parte costruito a valle da alcuni sostenitori del No per confortarsi e raccontarsela, la domanda che mi faccio è: ma cosa mai succederà di grave se riduciamo il numero dei parlamentari, riforma che viene proposta e auspicata da anni da molte parti e anche da alcuni suoi attuali detrattori, e cambiamo qualcosa del funzionamento di un sistema politico e istituzionale dei cui risultati pratici ci lamentiamo e ci diciamo delusi ogni giorno da anni?”

La tesi di Sofri poggia su tre parti:

  1. La riforma è proposta e auspicata da anni
  2. Serve in quanto “cambia qualcosa”
  3. Sofri conclude paragonando l’Italia ad altri paesi: “In che guaio devastante ci andremo a mettere, con un parlamento di numeri bassi ma simili a quelli di altri paesi democratici?”

Velocissimamente su questi tre punti. Il primo argomento è piuttosto debole, ma serve come introduzione. L’utilizzo ab auctoritate della media degli altri paesi democratici ha il retrogusto della fallacia logica della Terra di Mezzo: a meno che Sofri ritenga che andare verso il “centro” di una distribuzione statistica abbia un valore intrinseco, è difficile fare un esercizio di comparatistica (soprattutto con gli USA, vedrete che bella sopresa dopo).
Infine, Sofri dice: “cambiamo qualcosa del funzionamento di un sistema politico e istituzionale dei cui risultati pratici ci lamentiamo e ci diciamo delusi ogni giorno da anni”, quindi poco conta delineare un obiettivo e lo strumento migliore per raggiungere l’obiettivo individuato. Sulla questione obiettivo torno fra poco, ma prima chiudo il riassunto dell’argomentazione.

A sostegno della sua tesi, Sofri cita il recente editoriale di Michele Ainis su Repubblica, il quale si schiera per il sì, sulla base di tre punti principali:

  1. “Perché approvo il metodo, prima e anche più del merito”.
    Nella prima parte dell’articolo, Ainis sostiene che la domanda diretta e semplice sia un grosso punto a favore della riforma.
  2. Non esiste un problema di combinato disposto con la legge elettorale: “Ma è un’inversione logica condizionare la Costituzione alle leggi sottostanti. E non ha molto senso giocare all’uovo e alla gallina, discettando sulla primogenitura.”
  3. Un minore numero aumenta la qualità della decisione: “Nel frattempo a noi tocca dare i numeri, ma in fondo è una questione di buon senso. Se ci mettiamo in otto intorno a un tavolo, discuteremo meglio che se fossimo ottantotto.”

Sul primo punto mi trovo assolutamente d’accordo con Ainis: domande semplici permettono una più alta comprensione e partecipazione dell’elettorato. Tuttavia, per quanto potrei spingermi fino a dire che la forma del quesito sia condizione necessaria per rendere una riforma convincente, non la ritengo condizione sufficiente. Sul combinato disposto posso essere d’accordo, anche se l’idea che i prossimi mesi ci sarà una dose rilevante di enegie votate a pensare a come disegnare i collegi elettorali non mi esalta, soprattutto con la disoccupazione giovanile al 27%, ma immagino che il Parlamento abbia un numero abbastanza elevato per poter gestire entrambe le tematiche, con competenza (ah).
Al terzo punto Ainis “dà i numeri”, come ammette lui stesso. Attenzione al passaggio logico.
Il suo ragionamento comincia con l’invocazione del “buon senso”, concetto principe del confirmation bias (ah beh, se è buon senso, se è la regola del “buon padre di famiglia”, allora per forza è giusto). Confirmation bias che si concentra in una parola, meglio. Meglio vuol dire migliore di qualcos’altro, in base ad un qualche criterio. La forchetta è meglio per mangiare gli spaghetti, ma non per il minestrone. Meglio è sempre per qualcosa. In altre parole, stiamo massimizzando un obiettivo (mangiare gli spaghetti) scegliendo lo strumento (forchetta o cucchiaio?). Ma qual è l’obiettivo in questo caso? Ainis non lo dice esplicitamente, ma sembra sostenere che l’obiettivo sia quello di un Parlamento con la discussione più veloce/produttiva/con minori contrasti possibile (tutte cose molto diverse, ma in assenza di dettaglio cerco di interpretare). Ma se otto è meglio di ottantotto, uno è meglio di otto? Se funziona..(Ainis scrive forse da Naboo?). Naturalmente, la critica vale anche nell’altra direzione (con conseguenze diverse, sia chiaro): cento è meglio di ottantotto? E un milione?

Come si fa a decidere?

Per trovare questo fantomatico numero “migliore”, o ottimale, ci sono due strade: usare un approccio scientifico, oppure uno euristico. Quello scientifico implica la massimizzazione di una funzione obiettivo che comprende le tre missioni del Parlamento: legiferare, rappresentare, monitorare. Ainis si concentra su una parte della prima (e terza?): minimizzare gli ostacoli alla produttività legislativa. Problema: come si definisce produttività legislativa? Come misurarla? Aggiungendo le altre due funzioni, come definire e misurare la qualità del controllo? Idem per la rappresentanza, tenendo inoltre in considerazione che “rappresentanza” include tutti i livelli, dal Parlamento Europeo ai consiglieri comunali. Come si definisce questa funzione? Auguri.
Non parliamo quindi di “meglio” in chiave ottimale, efficienza e simili, come se fosse una questione dimostrabile con numeri e ottimizzazioni: è un’operazione sostanzialmente impossibile.
[Ah, ti vedo, tu in fondo, che alzi il dito e dici: “ma ci sono articoli scientifici che dicono che la radice quadrata del numero di abitanti etc”: guarda la funzione obiettivo di quegli studi, e poi ne riparliamo.]

L’altro approccio è quello euristico, detto anche “a spanne” (o a pollice, per i filo-anglosassoni), ed è stato utilizzato in primis dalla Commissione in seno all’Assemblea Costituente. Nel 1946 si arriva al rapporto di “un deputato per ottantamila abitanti” [art.56 Costituzione], cercando di avere un Parlamento almeno rappresentativo quanto il precedente (pre-fascista, s’intende). Nel 1961 il Senatore Flaminio Piccoli (DC, famoso per aver introdotto la legge del finanzionamento pubblico ai partiti) presenta una proposta di legge costituzionale per fissare il numero a 600, allo scopo di limitare la crescita del Parlamento ed aumentarne l’efficienza. Un po’ come oggi, in tutti i passaggi, da quello costituente a quello del 1963 (approvazione della legge, con il numero a 630), il dibattito è largamente guidato da logiche euristiche e ideologiche. Per esempio, Piccoli ha omesso, o ignorava, che il numero dei seggi negli USA è stato fissato nel 1929 in un braccio di ferro tra i vari Stati sul nuovo censimento e la ripartizione dei distretti elettorali, in un periodo storico di forte immigrazione europea e urbanizzazione, oltre al tentativo degli Stati del Sud di limitare il voto agli afroamericani. E oggetto di fortissime critiche (l’intero editorial board del New Tork Times, per dire).

È sbagliato ragionare a spanne, o a pollice? Assolutamente no, data l’impossibilità di fare altrimenti. Ma non raccontiamoci, a favore o contro la riforma che sia, che esiste un numero supportato scientificamente, in Italia o in altri Stati. Quindi al momento non vi è nessun fondamento scientifico che un numero sia “migliore” di un altro.

Se il numero è a spanne, allora forse ha ragione Sofri: cosa c’è di male a cambiarlo? Soprattutto se, conclude Ainis, e così Sofri, l’unica argomentazione valida contro la riforma resta quella di non darla vinta ai populisti ma “si spera” – dicono i due all’unisono – che la vittoria populista dei 5stelle sia di breve periodo. Nel lungo periodo invece avremo un sistema migliore dell’attuale. Speriamo quindi che sia di breve e che non succeda il contrario, ossia che la riforma vada a rafforzare il trend di lungo periodo dell’antipolitica, opposto al rafforzamento delle istituzioni solitamente obiettivo quadro di una riforma costituzionale. Un’argomentazione un po’ debole per una riforma costituzionale.

Mettendo da parte i forse futuri, andiamo al sodo. Anche usando un approccio euristico, non si può cambiare il numero senza averne deciso il perché. Mentre l’obiettivo di Ainis è quello di minimizzare la complessità della discussione (ne ho già parlato ampiamente), Sofri non sembra avere un obiettivo esplicito. Come scrive nell’editoriale, teme soprattutto di entrare a fare parte di “quelli che dicono di no”, e sembra quindi disposto ad abbracciare un riformismo completamente acritico, nel quale l’obiettivo è la riforma in quanto tale. Nonostante possa capire e anche condividere la sua posizione tendenzialmente pragmatica e riformista, avere come obiettivo l’idea stessa di riforma porta ad abbracciare un riformismo acritico.

Due esempi per rendere questa discussione, apparentemente astratta, estremamente concreta. Immaginate di voler ridurre il numero degli incidenti in un certo tratto di strada (obiettivo). Dati i vincoli – i soldi del bilancio comunale e le priorità programmatiche – mettiamo un semaforo (scelto tra i vari strumenti come il migliore). Invece, seguendo il ragionamento di Sofri, l’amministrazione comunale potrebbe installare un semaforo, così, senza spiegare bene qual è l’obiettivo, né perché sia prioritario, né che il semaforo sia lo strumento migliore per raggiungerlo (forse meglio una rotonda, se c’è un effetto negativo sulla fluidità del traffico). E i cittadini dovrebbero dire di sì semplicemente perché “almeno cambia qualcosa”. Secondo esempio: immaginate di presentare un piano di marketing in azienda, e che la CEO vi chieda: serve ad aumentare i profitti, quota di mercato, entrambe? E voi rispondete: che pignola, trovami delle ragioni per cui non ti va bene. Licenziamento in vista..
Tornando alla riduzione dei parlamentari, se l’obiettivo è l’efficienza legislativa e il controllo dell’esecutivo, allora qualcuno ne dia una definizione e una misurazione il più precise possibile, e cercheremo di capire quale sia lo strumento migliore. Se invece lo scopo è aumentare la rappresentatività, allora lo strumento giusto è la legge elettorale: “Colpa delle liste bloccate, non del numero dei parlamentari”, come ammette Ainis, in linea con Gianfranco Pasquino.

Ed è qui il centro della divergenza tra la mia posizione e quella di Sofri: al netto del populismo (di breve?) dei 5stelle, perché dobbiamo berci una riforma di cui non si capisce quale sia l’obiettivo? Per carità, non faccio parte di quelli che ritengono la riforma un attacco alla democrazia, ma sono stanco di mesi di discussione sullo strumento – il numero di parlamentari – senza conoscere l’obiettivo. Nei prossimi mesi, quando si tratterà di allocare le risorse del Recovery Fund (Next Generation EU), useremo lo stesso metro di valutazione? Basterà quindi fare qualcosa con quei soldi per avere il via libera. Una pacchia per il governo, meno per i cittadini.

Giacomo Romanini

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