Chiedimi chi era Philippe Daverio

“Platone è ben più vivo d’una capogruppo parlamentare che ci tocca vedere ogni sera nel telegiornale.”

È l’aprile del 2018, mi trovo a Firenze negli ultimi scampoli di vita fiorentina di Ilaria (la mia ragazza) e incontriamo Claudio di persona per la prima volta. Ho conosciuto Claudio mentre cercavo un admin per Decadentismo alcolico e altre voluttà: una di quelle personalità sul filo del dionisiaco che abitano la campagna toscana e che puoi incontrare solo su internet o in un tour dei luoghi di Pacciani.
Siamo stati attratti a Palazzo Strozzi a visitare questa mostra, The Florence Experience, che passerà alla storia perché nel cortile dell’edificio erano stati collocati degli scivoli dai quali il visitatore poteva scendere con una piantina di fagiolo in mano; una cosa che ci ha molto divertiti perché io mi offrì volontario e feci lo scivolo con questa piantina in mano, urlando: “Dinamismo!”.

Conclusa l’esperienza, già su di giri per via dello scivolo dinamico, visitammo un’altra mostra, Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano. In una delle sale dell’esposizione, Claudio venne ripreso da una steward perché, e qui cito: “È entrato in un’opera.”
Effettivamente il buon Claudio aveva attraversato, e quasi si era seduto, su una installazione che, a sua difesa, constava di un gruppetto di sedie di legno, più o meno comuni, rivolte verso uno strano pannello ligneo. Claudio era passato tra il pannello e il gruppo di sedie e aveva per un attimo avuto la tentazione – fortunatamente non assecondata – di sedersi per meglio osservare il pannello.
Ovviamente potete immaginare che genere di suggestione potesse avere sulle nostre deboli menti un’accusa del genere. Fu allora per noi spontaneo iniziare a considerare le opere d’arte che ci stavano davanti dal punto di vista dell’attraversabilità o secondo altre ardite proprietà che potevamo aver dedotto esclusivamente dall’essere dei cretini e dalla nostra frequentazione con Passepartout ed Emporio Daverio.

Proprio il 2 settembre di questo annus horribilis, Claudio ha rispolverato un video nel quale, di fronte a una saracinesca della galleria romana L’Attico dipinta da Jannis Kounellis, mi atteggio a Philippe Daverio decantando l’impatto del gesto artistico sul tessuto urbano.

Mentre decanto l’impatto del gesto artistico sul tessuto urbano.

In effetti, non credo che ci sia stato un personaggio televisivo che abbia avuto maggior impatto su di me di Philippe Daverio.

Nato in Alsazia da padre italiano, educato come un dandy vittoriano, Daverio studiò alla Bocconi senza ottenere mai la laurea (sosteneva di aver dato tutti gli esami, la laurea quindi era superflua) e si diede alla televisione dopo aver aperto alcune gallerie d’arte; l’arte che raccontò per tutta la vita, specie in televisione, con il tono compiaciuto del viaggiatore ottocentesco di ritorno dal Grand Tour. Un viaggiatore dell’Ottocento sotto effetto di dawamesc.

Nei suoi programmi si coglie un gusto per la contaminazione, l’analogia, per l’andirivieni storico tra le pieghe del Tempo, il tutto condito da una passione per il divertissement linguistico e visivo: Passepartout si apriva con In The Hall Of The Mountain King dal Peer Gynt ripetuto in versioni musicalmente lontanissime. Dopo la sigla, lo storico dell’arte racconta aneddoti, confronta e contestualizza le opere, transitando davanti alla camera fissa con gusto hitchcockiano, avanzando o dando le spalle, facendosi riprendere da angolazioni ardite o guidando con gesti solenni il movimento della camera. Iconico, poi, era il primissimo piano con le cancellature del siciliano Emilio Isgrò sullo sfondo.

Scomparsa di Philippe Daverio : le toccanti parole del critico d'arte  Vittorio Sgarbi — Agenparl
Daverio e Vittorio Sgarbi sobriamente adorni.

Le principali testate nazionali e le riviste d’arte ne hanno tessuto le lodi quale divulgatore del patrimonio artistico italiano, merito di certo non secondario e ottenuto attraverso un’attività multiforme di conduttore, docente, saggista. Con una certa vena polemica, sul «Corriere» Aldo Grasso punta il dito contro l’amministrazione “ottusa” della Rai che chiuse Passepartout dopo dieci anni, non citando, però, la parentesi Emporio Daverio sulla Rai. Altrove, si ricorda la polemica intorno all’edizione 2019 de Il Borgo dei Borghi, della quale lo storico dell’arte fu giudice. In finale c’erano Bobbio e il borgo siciliano di Palazzolo Acreide: vinse Bobbio, della quale Daverio era cittadino onorario. Lo storico dell’arte, intervistato a Le Iene, disse di aver ricevuto molte minacce dai siciliani, dichiarando inoltre di non amare la Sicilia, terra con la quale, da alsaziano trapiantato a Milano, non ebbe mai un rapporto pacifico: fu docente all’università di Palermo fino al 2016 e consulente per la festa di Santa Rosalia nel 2009: incarico, questo, che gli valse molte critiche e dal quale decise di dimettersi. L’affaire Bobbio e la seguente intervista a Le Iene ci regalano, infine, un’altro volo immaginifico di Daverio: in quell’occasione lo storico dell’arte paragonò la forma del cannolo con quella della lupara. Superbo.

Oggi, nella camera ardente di Brera, davanti al feretro viene deposto un diapason. Sulla bara, invece, rose rosse, gli immancabili occhiali tondi, il papillon e – quasi fosse un eroe stendhaliano – il diploma della Legion d’Onore.

Il feretro di Philippe Daverio.

Immagine di copertina pubblicata sulla pagina Facebook di Philippe Daverio

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