“Temevo mi avrebbero portato nel bosco per ammazzarmi”. Testimoni dalle prigioni bielorusse

“[…] picchiavano tutti senza alcuna distinzione. I primi due giorni ci hanno tenuto in una cella affollatissima, dovevamo fare a turno per sederci o dormire.”

Sasha N.

Domenica 9 agosto 2020 in Bielorussia si sono tenute le elezioni che hanno portato alla sesta elezione consecutiva di Lukashenko a Presidente della Repubblica. Come raccolto nelle testimonianze del nostro primo articolo, il voto è stato macchiato da brogli (ad esempio, facendo firmare verbali di seggio vuoti) ed è stato negato l’accesso ai seggi ad osservatori indipendenti. Oltre a boicottare le opposizioni, come è accaduto durante le elezioni precedenti, il governo ha bloccato internet per tre giorni, nel tentativo di impedire le comunicazioni tra i manifestanti (blocco parzialmente aggirato su Telegram). Lukashenko viene dichiarato vincitore con l’80% dei voti e a Minsk scoppia la rivolta: i cittadini scendono in piazza, le forze armate del regime reprimono le proteste. Le testimonianze di questo articolo vi portano a Minsk, in mezzo agli scontri, negli automezzi della polizia, dentro le celle e i cortili delle carceri, per arrivare al lavoro degli psicologi, che assistono chi viene scarcerato, vittima di torture e violenze.

La dinamica

Gli arresti avvenuti la sera del 9 agosto sono iniziati molto presto. Dalle 20.00 folle di elettori si erano riuniti fuori dalle scuole, aspettando i verbali di seduta delle commissioni elettorali. Alcune commissioni  hanno annunciato la vittoria di Svjatlana Tichanoŭskaja, risultato accolto dagli applausi; altre hanno cercato di fuggire in autobus, scortate dalla polizia e senza mostrare i verbali. In questi casi, gli elettori si son messi a bloccare i veicoli, sicuri della vittoria di Tichanoŭskaja, per evitare la fuga delle commissioni, colpevoli di frode elettorale.

I primi arresti sono cominciati proprio in questo momento, circa alle 22, quando l’OMON, la polizia antisommossa, ha cominciato ad arrestare le persone rimaste davanti alle scuole. Più tardi, quando la Сommissione Сentrale elettorale ha annunciato che, secondo gli exit poll, Lukashenko aveva preso il 79,7% dei voti, altre persone si sono unite alla protesta e si sono dirette verso i centri delle città. In totale, dall’inizio della campagna elettorale fino al 13 agosto, sono state arrestate quasi 7000 persone.

Gli arresti

Sugli arresti in Bielorussia, ci sono diverse questioni da considerare, che possiamo formulare in tre punti.

Identità degli arrestati: Uomini e donne, indiscriminatamente. In diversi video le persone che vengono arrestate dichiaravano di avere meno di 18 anni. Non sono stati risparmiati i giornalisti, colpiti dai proiettili e arrestati per esempio nella zona di Freedom Square e della Chiesa Rossa, importante centro storico di Minsk.

Modalità degli arresti: la tecnica più usata dall’OMON prevede che 5-6 militari isolino una persona e la trascinino fino all’automezzo della polizia, avendola prima picchiata coi manganelli. Ci sono testimonianze, incluse quelle fotografiche, di arresti eseguiti da agenti di polizia in borghese su auto non di servizio e senza mostrare il tesserino.

In alcuni casi sono stati usati proiettili di gomma per sparare, ma a Brest, ad esempio, la polizia ha utilizzato proiettili veri. Durante gli arresti a Grodno è stata ferita una bambina di 5 anni.

Luoghi degli arresti: per strada, all’interno di parchi pubblici, in auto private e alcune persone sono state seguite fino ai propri appartamenti. È stato arrestato anche chi camminava per strada o chi si recava alla centrale di Polizia in cerca dei propri cari scomparsi.

Il trasporto in carcere

Tante persone detenute sono partite per la prigione in condizioni di salute pessime senza alcuna possibilità di assistenza medica.

Ryhoriy Z., arrestato l’11 agosto racconta: “Con il mio amico Anton abbiamo deciso di aiutare le persone ferite o chi è rimasto in città, per riportarlo a casa. Abbiamo acquistato medicine e garze, abbiamo caricato l’auto e incollato i simboli della Croce Rossa sulla macchina, per far vedere che siamo volontari, che vogliamo aiutare i feriti. Con noi in auto c’era un’altra persona, un medico chirurgo che avevamo incontrato in precedenza e che si era offerto di aiutarci. Verso le 23:15 siamo stati fermati dall’OMON: erano armati e coi visi coperti. Ci hanno portato su un pullmino dove c’erano già tanti altri arrestati, erano stesi a terra, uno sopra l’altro. Ci hanno fatto salire e quasi toccavamo il soffitto col corpo. Aspettavamo altri detenuti prima di partire. Le persone che stavano sotto – di noi – si lamentavano, non avevano abbastanza aria. Ci dicevano in modo molto brusco di stare zitti e di non alzare la testa… ad un certo punto un ragazzo ha iniziato a urlare che suo fratello stava soffocando, il suo viso era bianco ed era sul punto di svenire; i poliziotti dell’OMON l’hanno tirato fuori e il nostro medico, Igor, si è offerto di aiutare: abbiamo raggiunto la nostra auto, abbiamo preso le medicine e fornito soccorso a quella persona. Dopodiché la polizia ha lasciato andare i ragazzi, quando hanno compreso che non stavano mentendo. A me invece, dopo aver controllato le mie foto e il mio Instagram sul telefono, hanno detto che ero un oppositore e che sarei dovuto andare con loro. Durante il tragitto, verso la prigione, ho sentito una pressione enorme: mi hanno minacciato di morte, chiesto per chi lavorassi, chi ci pagasse per protestare. È stato un momento spaventoso. Aspettavo che da un momento all’altro mi avrebbero portato fuori per picchiarmi o peggio. Ci hanno fatto spostare nel furgone più grande, mi hanno fermato e con una bomboletta mi hanno colorato le mani di rosso. Non sapevo a cosa servisse, ma ho capito che dovevo cancellarlo il prima possibile…il furgone era pieno zeppo, faceva caldo, le persone sudavano e questo mi ha aiutato a cancellare il colore strofinando le mani sui vestiti. Perché l’hanno fatto? Penso che fosse un segnale, per poi ricordarsi chi torturare di più”.
“Dopo ho saputo come è andata a finire la storia di questo ragazzo (il ragazzo che stava per svenire nel furgone, ndr)… è stato ferito con il proiettile di gomma che è rimasto sotto la scapola. Durante l’operazione il proiettile è stato estratto dai polmoni e i medici hanno confermato che senza il nostro aiuto non sarebbe sopravvissuto. Questa cosa mi dà tanta felicità: non era invano! Anton e Igor, invece, non sono riusciti ad arrivare a casa sani e salvi, ed era molto peggio. Li hanno picchiato e umiliati, li hanno spogliati… hanno subito cose orrende”.

I proiettili di gomma possono infliggere ferite profonde o addirittura letali.

La prigione

Gli uomini

Vitali R. racconta che all’arrivo in prigione è stato costretto a strisciare – non aveva più le forze per camminare – attraverso il “corridoio dell’inferno”: i membri dell’OMON si disponevano su due linee lungo il passaggio, e i detenuti, costretti a passare, venivano massacrati di botte, coi manganelli. “Nella mia macchina, durante l’arresto, hanno trovato una walkie-talkie Motorola (partecipo a gare amatoriali), che secondo loro era l’apparecchio di un organizzatore delle proteste e hanno cominciato a picchiarmi ancora più forte, segnandomi sul viso. Cercavano di picchiarmi sull’inguine, dicevano che non avrei più avuto figli”.

Ryhoriy Z.: “Appena arrivati, ci hanno fatti inginocchiare, col viso rivolto al muro, le mani in alto: credo che proprio in questo momento cercassero i segni sulle mani fatti precedentemente. Ovviamente le persone non riuscivano a stare per troppo tempo in questa posizione vista l’età o i traumi, e quando qualcuno abbassava le mani subito i poliziotti arrivavano con i manganelli per “aiutare” a riprendere la posizione. Verso l’una sono arrivati i collaboratori che avevano raccolto i dati, ci hanno portato dentro una stanza dove avevamo lasciato gli effetti personali, ci hanno perquisito e ci hanno buttati in cella. Quando ho visto altre persone ho fatto un respiro di sollievo perché temevo che quegli animali mi avrebbero portato nel bosco per ammazzarmi. Subito dopo ho scoperto che non era una cella, ma un cortile senza tetto, di circa 36 metri quadri, in cui erano stipate più di 80 persone. Il pavimento era di cemento, la notte fredda. Fino alle 13 siamo rimasti lì. Stavamo prevalentemente in piedi, non si poteva stare seduti a lungo a causa dei lividi sul sedere. Non ci hanno dato ne’ da mangiare ne’ da bere, solo 6 persone su 80 sono state portate in bagno. Gli altri facevano i bisogni direttamente in un angolo”.

Sasha N. “queste le parole di mio marito… picchiavano tutti senza alcuna distinzione. I primi due giorni ci hanno tenuto in una cella affollatissima, dovevamo fare a turno per sederci o dormire. Per due giorni non ci hanno dato cibo, da bere una bottiglia per 30 persone”.

Le donne

La giornalista Anna Sh. nella sua intervista a naviny.by così descrive la permanenza nella prigione di Okrestina: “Alle donne che avevano le mestruzioni hanno fatto togliere gli assorbenti, non avevamo alcun prodotto di igiene intima, una ragazza ha strappato il suo scialle e l’abbiamo usato per farne assorbenti improvvisati. Con noi с’era la famosa guardiana Cristina o Carina che picchiava senza alcuna remora: ci diceva “stronza allarga le gambe” e ci picchiava sulle gambe”. Ci sono testimonianze che riportano che le guardie tagliassero i capelli, i vestiti e che obbligassero a dire “io amo l’OMON”, sotto la minaccia dei manganelli. In poche parole, trovavano qualsiasi scusa per umiliare gli arrestati e le arrestate.

I medici della città di Grodno hanno dichiarato che negli ospedali ci sono uomini e donne che hanno subito violenze sessuali. Molte ragazze sono arrivate con lacerazioni alla cervice, gli uomini sono stati curati dai proctologi. I traumi sono stati causati da stupri in cui sono stati utilizzati oggetti, molto probabilmente manganelli. I medici hanno confermato casi di pazienti con esperienze di violenza sessuale causate dagli uomini in divisa.

Le conseguenze psicologiche

Vista la quantità di fermi, la polizia non è stata in grado di fornire i verbali degli arresti, nè di riconsegnare gli effetti personali agli arrestati. Tanti sono usciti di prigione senza scarpe, telefono e soldi. Alcuni non erano in grado neanche di camminare e venivano portati via in ambulanza.

La coordinatrice del servizio di assistenza psicologica BY_HELP, Natasha K., racconta di aver reindirizzato il suo business nel volontariato: “Durante i primi 10 giorni di lavoro abbiamo fornito consulenza psicologica a 267 persone, però siamo consapevoli che la maggior parte delle vittime deve ancora arrivare… La nostra gente non è abituata a rivolgersi agli psicologi, perciò resistono fino all’ultimo. Sappiamo che questo lavoro durerà 6 mesi – un anno. Da noi vengono persone con insonnia, fobie e ansia; il nostro obiettivo principale è quello di stabilizzare le persone, aiutarle a superare la crisi e capire se necessitino di aiuto psichiatrico e farmacologico.  Il mio compito principale adesso è distribuire il lavoro, organizzare la supervisione dei volontari da parte degli psicologi, e dare una mano ad altre iniziative: “Imena”, “Viasna”, paramedici, volontari che fanno i turni vicino alle prigioni etc. Cosa faccio io personalmente per rimanere lucida in questa situazione? – ride amaramente – Seguo gli ordini del mio supervisore e mi concedo di vivere. Ieri sono andata al matrimonio di mia nipote e mi è sembrato completamente surreale giocare a calcetto e sentire quella gioia tipica della vita pacifica. Durante tutto il tragitto di ritorno verso casa ho pianto. A dirotto. Boccheggiando.”

17 agosto, ancora 76 persone risultano scomparse.
18 agostoLukashenko premia 300 membri dell’OMON per “il servizio impeccabile”.
22 agosto, uno dei scomparsi è stato trovato nel parco impiccato.

Daria I.

2 pensieri su ““Temevo mi avrebbero portato nel bosco per ammazzarmi”. Testimoni dalle prigioni bielorusse

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