Black Lives Matter a Kyoto. I mille volti di un razzismo ancora non riconosciuto.

Le proteste del movimento Black Lives Matter continuano da settimane negli Stati Uniti e nel mondo, chiedendo maggiore responsabilità politica e civile sul razzismo contro gli afroamericani. Oltrepassano i confini nazionali e raggiungono l’Europa, in cui si inizia a prendere coscienza, non solo di un passato coloniale intriso di pregiudizio razziale, ma anche dei lasciti dell’aggressività colonialista verso gli immigrati provenienti da ex colonie o Stati ancora oggi in guerra, dal Medio oriente al Nord Africa. A migliaia di chilometri di distanza dalle proteste di Washington, alcuni studenti universitari di Tokyo hanno deciso di dimostrare la propria solidarietà al movimento, manifestando il 14 giugno per le strade della capitale, raccogliendo circa 3500 partecipanti. Il 22 giugno a Kyoto è stata organizzata un’altra manifestazione, in cui ho avuto l’occasione di assistere e fare qualche domanda ai manifestanti.

La manifestazione di Kyoto

Circa 500 persone si sono riunite al parco Maruyama, a nord est dell’antica capitale, osservando 8 minuti e 46 secondi di silenzio, in memoria di George Floyd. Si è poi iniziata una marcia lungo le strade trafficate di Kyoto, seguendo al millimetro le indicazioni della polizia, che ha praticamente gestito e guidato la manifestazione. È stata dedicata un’apposita corsia, separata dal marciapiede e dalle macchine, per non intralciare entrambi. La manifestazione non ha congestionato la vita urbana, semmai è stato il contrario, frammentando in piccoli blocchi i manifestanti e il motto “Black Lives Matter”, spesso ripetuto, come un eco che però si perdeva tra il rombo delle Toyota.

Alcune persone si fermavano a guardare incuriosite i manifestanti, per l’80% cittadini internazionali, poche incitavano emozionate, facendo video con lo smartphone e sollevando il pugno, simbolo della protesta. I cittadini internazionali partecipanti alla manifestazione, sottolineo che non erano turisti, ma studenti internazionali o veri e propri abitanti stabili in Giappone, che ancora oggi vieta ingressi dall’estero, causa pandemia, vedendo un calo nel settore turistico del 99%.

C’è razzismo in Giappone?

Queste manifestazioni vengono considerate da molti giapponesi come mero sostegno alle proteste americane e ci si potrebbe chiedere che c’entri il movimento Black Lives Matter, che c’entri il razzismo col Giappone, società etnicamente omogenea e pacifista.

C’entra eccome e tra le vittime del razzismo non ci sono solo i neri, ma anche minoranze etniche “eredi” del passato militarista e coloniale del Giappone, che possiamo far coincidere con l’inizio del 1900, nel caso specifico, e che ancora oggi vede coreani e cinesi fortemente discriminati a livello sociale e lavorativo.

Come già detto, queste marce di protesta sono più che altro movimenti di supporto alla causa, spesso nati sul web, tra studenti e studentesse, spesso internazionali, come dimostrano le marce di Tokyo e di Kyoto. Tra i partecipanti giapponesi intervistati, la fonte principale di informazione sono i social network, ma un elemento particolare è il passaparola tra le reti amicali. Gli intervistati ammettono che prima della marcia la conoscenza del fenomeno e del problema razzismo era quasi nullo, ma un fattore comune è la volontà di informarsi e di partecipare alla manifestazione, non solo come osservatori, e coinvolgendo i propri conoscenti.

Per iniziare ho scelto di informarmi, leggendo vari articoli sul web, poi ho pensato che la partecipazione a proteste come questa potesse essere una buona idea per mostrare la mia solidarietà”, mentre un’altra manifestante, sempre giapponese afferma che dopo essersi informata, “parlandone con gli amici mi sono resa conto che la gente attorno a me non sapeva molto del razzismo contro i neri”, rispondendo alla domanda “perché hai deciso di partecipare a questa marcia?”

“Un problema degli altri”

Queste risposte e alcuni cartelli mostrati durante la manifestazione, fanno capire che in generale quello del razzismo sia percepito come il “problema di altri”, un fatto tutto americano, e che queste proteste siano solo un modo per essere solidali al movimento, come afferma anche una degli intervistati: “qui dal Giappone si può fare poco per sostenere questa causa”.

Qui sta il problema fondamentale di tutta la questione. Questa prospettiva, di mero supporto alla causa americana, non considera che il razzismo possa essere un problema anche interno al Giappone, che viene invece visto dagli stessi giapponesi come un Paese etnicamente omogeneo, abitato solo da giapponesi. Gli stranieri che si vedono per strada sono solo quelli in camicia hawaiana e macchina fotografica al collo, non potenziali cittadini con eguali diritti.

Proprio per questa ragione, agli stessi intervistati si è poi chiesto se percepissero forme di discriminazione e razzismo in Giappone, e dopo qualche attimo di indecisione la risposta è stata unanime, “si penso che anche in Giappone ci sia razzismo”, affermando poi che “il Giappone fa entrare molti stranieri da impiegare nel settore agricolo e nei lavori dove è richiesta manodopera” ma senza mai fare in modo che questi si integrino alla società. Sono considerati forza lavoro “di passaggio” ed “estranea” al tessuto sociale giapponese. L’intervistata porta poi come esempio la sua esperienza all’estero, “a me è capitato di abitare all’estero e devo dire che sono stata trattata molto bene, alla pari dei cittadini locali. Ma siamo sicuri che si possa dire la stessa cosa degli stranieri in Giappone?”

Coreani e cinesi, i più discriminati

In supporto al movimento Black Lives Matter, il riferimento al razzismo contro i neri è ovviamente una costante tra i manifestanti e non mancano i cartelli rivolti proprio al Governo degli Stati Uniti. Se da una parte questo denota un fatto positivo, favorendo il dibattito pubblico sulla questione razzismo, ci si dimentica molto facilmente che in Giappone non siano presenti solo forme di razzismo verso i neri, ma anche e soprattutto verso le minoranze cinesi e coreane.

A questo proposito si deve fare i conti col passato coloniale del Giappone, con le politiche aggressive che sono sfociate anche in massacri (da alcuni studiosi definiti veri e propri tentativi di genocidio), che ancora oggi stentano ad essere riconosciuti istituzionalmente e poco o per nulla insegnati nelle scuole, fatto che ha portato diversi insegnanti a protestare sulle scelte dei libri di testo da parte del governo, in cui, ad esempio, non viene neanche menzionato il massacro di Nanchino del 1937, con la conquista della Manciuria (nord-est della Cina) da parte del regime militarista giapponese. Questo viene anche chiamato “lo stupro di Nanchino” in cui più di 20.000 donne furono stuprate da soldati giapponesi.

Altro episodio molto controverso risale al 1923, il cosiddetto massacro del Kanto, perpetrato contro cittadini coreani a seguito del grande terremoto che colpì il Giappone quell’anno, che venne giustificato identificando i coreani come possibili futuri ideatori di atti terroristici e per questo più di 6000 persone vennero uccise, inclusi giapponesi socialisti. Piu recentemente, nel 2017, in un forum di un sito governativo (che è stato fatto chiudere) venivano continuamente postati commenti contro le minoranze coreane e cinesi, “richiedendo l’espulsione di queste minoranze etniche e degli stranieri” dal Paese.

Hate speech, dalla tv alla tavola

Questa breve parentesi storica è in realtà fondamentale per comprendere quanto sia importante oggi parlare di razzismo in Giappone, e di quanto il sostegno al movimento Black Lives Matter dia la possibilità di aprire un dibattito pubblico sul razzismo in Giappone, contro i neri, le minoranze coreane e cinesi e gli stranieri, anche europei.

La questione dell’incitamento all’odio (in inglese hate speech) contro cinesi e coreani non è una novità, tanto che anche il Comitato delle Nazioni Unite per l’Eliminazione della discriminazione razziale ha denunciato già nel 2014 la mancata protezione contro l’incitamento all’odio anche e soprattutto a livello giuridico, assente sia nel codice penale che civile, dubbio che anche una degli intervistati si pone. “Personalmente ho il dubbio che queste persone godano completamente degli stessi diritti di cui invece godono i giapponesi. Non sono neanche sicura che queste persone abbiamo il supporto adeguato da parte del governo e dei giapponesi in generale.”

Tra gli intervistati, abbiamo l’occasione di parlare con due studenti cinesi, uno dei quali sottolinea che la condizione di studente internazionale gli permette di avere una posizione che considera protetta, ma è convinto che chi lavora e vive in Giappone da molti anni subisca reiterati episodi di razzismo e discriminazione, soprattutto in azienda. Poi aggiunge che “guardando la televisione si vede che molti giapponesi sono contrari a una società cosmopolita e multiculturale”. Come sottolinea la studiosa Sara Parks, dell’Università di Kobe, moltissimi sociologi identificano il problema come xenofobia, come paura del diverso, e mai come razzismo. Questo si rivela un problema critico, perché persino in ambito accademico si distorce il problema, non consentendo di dare risposte concrete ed efficaci contro gli episodi di razzismo, e a favore delle vittime, soprattutto a livello politico.

Prospettive di cambiamento?

Ciò che traspare dalla manifestazione di Kyoto del 22 giugno è ancora mancanza di consapevolezza sul razzismo radicato nell’isola, non percepito neanche come un problema, o che viene confuso con la xenofobia. Le proteste in Giappone sono rare, e lo scendere in piazza, anche da parte di un piccolo gruppo di persone viene certamente notato. Le manifestazioni delle settimane passate sono solo piccoli passi in avanti verso una maggiore consapevolezza sociale del razzismo, ma sono questi piccoli spiragli a creare poi un varco sempre più grande verso la creazione di una società priva di razzismo “sistematizzato”, di cui politica, media e società sono oggi intrisi.

La voglia di informarsi dei giovani, sui social network e sul web in generale crea dibattito pubblico, fondamentale per iniziare a creare una società in cui parlare di razzismo significa essere consapevoli che si tratti di un problema che riguarda tutti, e che l’indifferenza è la prima forma di razzismo e discriminazione, di cui forse ancora non siamo coscienti.

Cristina Piga

Si ringrazia Yosri Razgui per il supporto linguistico sul campo.

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