Per i morti di Reggio Emilia, sessant’anni dopo

Reggio Emilia, 7 luglio 1960

Da giorni le tensioni dilagano in tutta Italia. La sera del 6 luglio, la CGIL reggiana decide di proclamare uno sciopero e di indire anche nella cittadina emiliana una manifestazione pacifica. La prefettura, temendo disordini, proibisce gli assembramenti e concede l’autorizzazione per l’utilizzo della sola Sala Verdi, che può ospitare appena alcune centinaia di persone. L’indomani a radunarsi sul posto saranno però in diverse migliaia.

Nel pomeriggio del 7 luglio, un gruppo di manifestanti decide di spostarsi poco più in là, nei pressi del monumento ai caduti, per intonare canti di lotta e di protesta. Le forze dell’ordine reagiscono sopprimendo la manifestazione nel sangue: alle 16.45 diverse centinaia di agenti della polizia aprono il fuoco sulla folla. A morire saranno in cinque: Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli. Operai, iscritti al PCI, i primi due giovani di appena 19 e 22 anni, gli altri tre ex partigiani della resistenza.

Reggio-Emilia-1960-morte-Lauro-Farioli
Morte di Lauro Farioli

Ma come si è arrivati a questo punto?

Roma, primavera 1960

L’Italia sta attraversando un momento delicato. La coalizione centrista, che vede l’alleanza tra la Democrazia Cristiana e una serie di partiti minori (liberale, repubblicano, socialdemocratico) e che guida il Paese da un decennio, è ormai entrata in crisi e i governi faticano a trovare maggioranze consistenti e stabili. Le crisi si susseguono e la stessa DC appare sempre più convinta che l’unica soluzione per allargare la base del consenso e imprimere una svolta alla situazione politica italiana sia la cosiddetta “apertura a sinistra”, la ricerca di un dialogo con il Partito Socialista e un possibile ingresso di quest’ultimo nella coalizione governativa. Non tutti sono però d’accordo: in molti, inclusi gli ambienti più conservatori della DC, temono che un coinvolgimento dei socialisti sia solo il preludio di una più generale deriva a sinistra, in senso anche comunista, tanto più che PSI e PCI, almeno fino alla crisi d’Ungheria del 1956, sono ancora strettamente alleati. La minaccia sovietica, negli anni della guerra fredda, è dietro l’angolo.

L’apertura a sinistra, pertanto, fatica a concretizzarsi, mentre gli esecutivi democristiani vacillano sempre più. Quando all’inizio del 1960 cade il governo Segni, trovare un successore è complicato. Vi è una certa fretta, dettata dalle scadenze amministrative, quali la necessità di approvare la legge di bilancio, e quelle internazionali (i Giochi Olimpici di Roma 1960). Si ipotizzano una serie di nomi: dopo diversi colloqui, il Presidente della Repubblica Gronchi affida l’incarico all’onorevole Fernando Tambroni.

Tambroni procede alla creazione di un nuovo governo monocolore democristiano, senza consultare gli altri partiti, e si presenta alla Camera per ricevere la fiducia. Ma c’è un problema, anzi due: non solo la maggioranza raggiunta è estremamente ridotta (300 voti favorevoli e 293 contrari) e non vede la partecipazione dei tradizionali alleati della DC, ma il governo si regge anche e soprattutto sui voti favorevoli del Movimento Sociale Italiano. I neofascisti, nostalgici del Duce e della Repubblica di Salò.

Per gran parte dell’arco costituzionale e dell’opinione pubblica, la situazione è inaccettabile. La stessa DC è spaccata, tant’è che anche alcuni ministri democristiani scelgono di lasciare l’incarico in segno di protesta. Data la forte opposizione del Parlamento, il 9 aprile 1960 Tambroni presenta le proprie dimissioni. Il Presidente della Repubblica, dopo il rifiuto di Fanfani di subentrare, respinge le sue dimissioni e lo esorta a presentarsi in Senato per completare l’iter costituzionale: il 29 aprile il governo Tambroni ottiene 128 voti favorevoli e 110 contrari. Ancora una volta, determinanti sono i consensi del Movimento Sociale Italiano.

Genova, fine di giugno 1960

La tensione rimane alta in tutto il Paese. La goccia che farà traboccare il vaso sarà l’autorizzazione data al Movimento Sociale Italiano per tenere il proprio congresso a Genova, città già medaglia d’oro della Resistenza e dal forte animo antifascista (si ricordi che furono gli stessi partigiani a liberare la città nel 1945, ancora prima dell’arrivo degli alleati). L’opposizione a Genova è forte ed esplode alla fine di giugno, a pochi giorni dalla data prevista per il congresso missino (2 luglio). Le forze di sinistra organizzano manifestazioni che coinvolgono folle imponenti. Il 30 giugno il corteo si trasforma in uno scontro aperto con le forze dell’ordine, che rispondono duramente alle proteste. I feriti saranno oltre un centinaio.

Italia, luglio 1960

Il congresso del MSI verrà annullato, ma la rabbia si diffonderà rapidamente in tutta Italia, con manifestazioni e scontri con la polizia che lasceranno morti in diverse città: Licata, Palermo, Catania. E Reggio Emilia, il 7 luglio 1960.

Il Parlamento interverrà imponendo una tregua e, il 19 luglio 1960, Tambroni sarà costretto a rassegnare le proprie dimissioni. Il suo breve governo, durato appena 5 mesi e negli anni in parte dimenticato, rimarrà l’unico nella storia di tutta la Prima Repubblica ad aver visto la partecipazione di un movimento neofascista e, più in generale, l’unico governo di centrodestra fino al 1994.

Il 1960, le morti e le centinaia di feriti in tutta Italia rivestono, oggi come allora, un significato fondamentale nella storia italiana. La reazione della piazza è stata un grido chiaro e furente: l’Italia, memore degli anni di Mussolini, non sarebbe mai più stata disposta a lasciare il benché minimo spazio d’azione a movimenti di estrema destra, né avrebbe tollerato l’idea che le istituzioni, per poter funzionare, dovessero accettare di collaborare con chi ancora si ispirava al fascismo.

Per capire come la strage di Reggio Emilia del 7 luglio 1960 abbia segnato la città e la sua identità politica negli anni a venire, abbiamo dialogato con Max Collini, voce narrante degli Offlaga Disco Pax e di Spartiti, e militante reggiano. Ne proponiamo di seguito una trascrizione ridotta, mentre il video integrale dell’intervista è disponibile sulla nostra pagina Facebook a questo link.  

Cosa succede a Reggio Emilia e come l’hai vissuta, crescendo nel contesto storico immediatamente successivo? Come ti è stato raccontato, in famiglia a suon di scappellotti come narra una delle vostre canzoni oppure all’interno del partito?

Io sono nato nel ‘67. Mio padre era in piazza quel giorno, aveva 18 anni, l’età perfetta per essere lì. Era un movimento di giovani. Mi è stato raccontato prima di tutto in casa. Ho quattro nonni, tutti di classe operaia, tutti di formazione stalinista: il partito è la cosa più importante di tutte e il partito ha sempre ragione. I miei nonni e i miei genitori hanno vissuto quell’epoca, avevano l’età per comprendere il disastro che rappresentava e quindi in famiglia se ne è sempre parlato da quando io ero poco più che bambino. Superando l’età in cui puoi formarti da solo, ho poi approfondito la storia del 7 luglio anche attraverso la militanza politica, per ricostruirla anche dal punto di vista storico nel modo più corretto possibile. 

A Reggio Emilia il 7 luglio del ‘60 c’era una manifestazione sindacale, convocata quindi dalla CGIL, ed era una manifestazione antifascista nel solco di questo governo Tambroni sostenuto dal MSI. La manifestazione è pomeridiana ed è stata data la possibilità di fare il comizio di questa manifestazione (a Reggio Emilia, città antifascista per eccellenza) nella Sala Verdi, che è una piccola sala di trecento posti sopra il Teatro Ariosto, nel centro della città. Potete immaginare che in luglio, chiudersi in una sala quando si presentano in piazza due, tremila persone e forse anche di più è complicato. Per cui, per quanto il comizio sia autorizzato dentro la Sala, succede che la gente convenuta in piazza rimane in piazza. In qualche modo gli scontri sono stati cercati, perché la piazza venne chiusa¹. Succede che ci sono degli scontri di piazza, ma sono scontri tra gente disarmata: erano operai, presentatisi a una manifestazione antifascista in una città protagonista dell’epoca dell’antifascismo italiano, che stavano manifestando il loro disappunto verso un governo, democraticamente. A Reggio arriva la celere, arrivano militari da altre città e succede che al primo scontro la situazione diventa ingovernabile. Il risultato finale è che in un pomeriggio di normalissimo esercizio della democrazia si trovano a terra i cadaveri di cinque persone, una marea di feriti. Persone disarmate che sono state ammazzate mentre scappavano. Uno che scappava su un albero ai giardini pubblici di fianco alla piazza, uccellato come se andasse a caccia e sparasse a un fagiano, scusate la brutalità dell’esempio, è per far capire quanto valesse la vita di quelle persone in quel momento da parte di chi sparava ad altezza d’uomo in mezzo alla gente. Due persone sono state uccise davanti alla Chiesa di San Francesco, davanti alla piazza degli scontri, perché cercavano di rifugiarsi in chiesa ma il parroco ha chiuso la chiesa a chiave e non li ha lasciati entrare. Ancora oggi, nell’isolato San Rocco ci sono delle colonne che hanno ancora i segni delle pallottole. Chi aveva premeditato quegli scontri non si rese probabilmente conto delle conseguenze disastrose che avrebbero avuto, perché lo sgomento della popolazione italiana davanti a quella robaccia, a quegli omicidi, ha poi causato dei gravissimi problemi alla stabilità di quel governo e ne ha di fatto causato le dimissioni. Credo, non da storico, ma da uno che ha letto molto di quei momenti, che la nascita del primo centrosinistra in Italia in qualche modo sia stata anche favorita da quei momenti tragici. 

A proposito del fatto che si descrivevano i morti di Reggio Emilia e gli scontri come scontri di facinorosi: pochi giorni dopo ci sono stati i funerali a Reggio Emilia e c’erano centomila persone e non è stato rovesciato un cestino dei rifiuti. Quest’idea che i manifestanti fossero dei facinorosi che attaccavano la polizia: tutte minchiate. Quella gente è stata ammazzata disarmata mentre scappava. Il Cile di Pinochet, prima di Pinochet. Dopo la giustificazione è stata: abbiamo dato l’ordine di sgomberare la piazza e non è stata sgomberata. Nessuno è andato in galera per quei cinque morti. Se la sono cavata tutti. 

¹ Sembra che la chiusura della piazza non sia un fatto per ora confermato dalle fonti. Sembra emergere l’impossibilità della chiusura, trattandosi di una serie di piazze e spazi, oltretutto prospicienti i Giardini pubblici (Parco del Popolo) e con numerosi accessi su tutti i lati. Inoltre le forze dell’ordine non erano in numero tale da potere effettuare alcuna chiusura, né erano stati predisposti piani di alcun tipo. TBU sta ottenendo ulteriori fonti a questo proposito, in aggiornamento nei prossimi giorni.

Cosa ha significato a livello locale, a Reggio Emilia, quella strage? 

La cosa che in realtà un po’ mi spiace è che da molti anni le nuove generazioni quando leggono Piazza Martiri del 7 luglio non sanno cosa è successo il 7 luglio a Reggio Emilia. Il fatto storico è un fatto importante, per le conseguenze che ha avuto. Anche a livello locale, perché sostanzialmente ha fatto a pezzi la Democrazia Cristiana, avendo vissuto in prima persona quel disastro ed essendo molto legata al territorio (ci sono stati molti preti ammazzati dai fascisti). C’era una parte di DC sinceramente antifascista che ne uscì distrutta da quell’episodio e di fatto la DC divenne un partito assolutamente marginale nella vita della città. Credo non fosse più neanche un partito esclusivamente cattolico, perché nelle parrocchie stesse in quegli anni c’erano già sentimenti progressisti. Tantissimi cattolici votavano per il PCI. Il principale dirigente locale della DC, Corrado Corghi, disse che quegli eventi erano inaccettabili e uscì dal suo partito [n.d.r.: Corghi uscì dalla DC nel 1968, ma fu colpito dalla gravità dei fatti del 7 luglio e presenziò ai funerali].  Il senatore Sacchetti (PCI) intervenne in Parlamento dicendo che lui non parlava con chi sparava ai suoi elettori:

sacchetti

[Senato della Repubblica, III legislatura, 279 seduta pubblica]

La cosa ha reso Reggio Emilia una città martire, sostanzialmente: le canzoni popolari di Amodei, e anche tutto quello che poi ha comportato a livello simbolico un evento così tragico. E anche per anni il tentativo disperato di evitare i morti in piazza, nel senso che i morti in piazza dopo quegli eventi sono stati pochi e sono arrivati in un’altra epoca. Non che non ci siano stati morti per natura politica, ma non a manifestazioni di piazza, o comunque molto pochi, e credo che quell’esperienza fu comunque uno spartiacque nella cultura, nella gestione della piazza. 

Il movimento del 1960 era un movimento trasversale, di giovani “con le magliette a strisce”, come venivano chiamati. Era una nuova generazione che all’epoca del fascismo era nata da poco, ha vissuto la guerra da bambini e la guerra se la ricordava nelle parole dei genitori, nella miseria del dopoguerra. Si sono trovati però convinti che riproporre, a quindici anni dalla fine della guerra, un nuovo modello in cui i fascisti potevano avere agibilità politica non era una cosa accettabile, non lo era per tutto quello che avevano patito loro e i loro genitori.

Alessia Biondi e Giacomo Romanini

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