Ally Definition

Cosa vuol dire “allyship”?

Può un bianco protestare a sostegno dei neri? Un uomo a favore dei diritti delle donne? È legittimo per eterossessuali partecipare al gay pride? Come fa un benestante a fare parte di un partito che rappresenta la classe operaia?

Il discorso è estremamente complesso, questo articolo contiene sicuramente omissioni concettuali, e il fatto che venga detto esplicitamente all’inizio è sia frutto del percorso che ha portato a scrivere questo articolo, sia il tentativo di portare chi legge sulla stessa strada. Una strada che mi ha portato ad intervistare Zack Whaley, membro della Firecracker Foundation, associazione di Lansing (Michigan) che si occupa di vittime di abusi sessuali di minori. La FF è alleata di Black Lives Matter Lansing: sono quindi sia attivisti sia alleati, e quindi interlocutori speciali.

Cos’è un alleato?

Utilizzando una definizione estremamente generale, dicesi alleato o alleata – dall’inglese ally –  una persona che prende posizione e porta il peso dell’oppressione come se fosse la propria, pur non essendo direttamente colpita dalla problematica. Non potendo quindi capire fino in fondo cosa si prova ad essere oppressi a causa di razza, etnia, orientamento sessuale, capacità, classe sociale, religione, o altre categorie che definiscono l’identità personale e sociale.

In seguito alla morte di George Floyd le proteste diffusesi in tutti gli Stati Uniti hanno riproposto una domanda che trova ad ogni ciclo di dolore razziale nuove risposte e vecchi problemi: qual è il ruolo dei bianchi americani in tutto questo? Cosa vuol dire per un bianco partecipare alle proteste: è coerente? utile? opportuno?
Nel contesto corrente italiano potrebbe essere riformulata in questo modo: è legittimo che uno studente benestante emiliano scenda in piazza a favore dei braccianti agricoli del foggiano?

Gli alleati servono?

Gli alleati servono sempre, per un motivo estremamente importante. Non essere alleati significa essere parte del problema, volontariamente o involontariamente.
Un esempio concreto, anche se molto distante, può aiutare. Tutti in Italia sono pronti a difendere i negozi del centro storico, e a lamentarsi ogni qualvolta uno di essi chiuda, qualsiasi sia il motivo. Come vedremo dopo, se le stesse persone effettuano la maggior parte dei loro acquisti nel centro commerciale suburbano, sono alleati teatrali. 

In altre parole, non prendere posizione è equivalente a votare “astenuto” in Consiglio Comunale: il voto conta per raggiungere la maggioranza, la quale verrà determinata da chi vota a favore e contro, con il voto di chi si astiene. E in contesti come quello degli afroamericani negli USA, o dei braccianti in Italia, la maggioranza è nelle mani dello status quo, non degli oppressi. Quindi, il primo punto chiave è: per essere una (buona) alleata, “fai sentire la tua voce e porta il peso delle discriminazioni come se le subissi tu stessa”.

Come alleata, hai un enorme potere: quello di poter trasferire i benefici che derivano tuo privilegio a coloro che non lo hanno. In altre parole, si ha la possibilità di raggiungere altri potenziali alleati e compiere azioni di attivismo o di educazione a favore della causa, proprio in virtù di quei privilegi che sono negati alla comunità che si vorrebbe aiutare.

Come essere buoni alleati

Messi da parte indifferenti, astenuti e osservatori passivi, la sfida è quella di capire come essere dei buoni alleati.

Un primo passaggio cruciale è relativo all’etichetta. Non ci si può auto-proclamare alleata. Né decidere come esserlo: è la comunità di cui si cerca di essere alleati che ne determina il ruolo e le modalità. Quindi, non è possibile dire “io lotto al fianco di #BLM” o dei braccianti italiani. Sono le rispettive comunità che riconoscono nella persona l’essere ally. Non sono gli uomini che decidono di essere pro-femminismo (termine volutamente vago), bensì le associazioni che lottano per l’uguaglianza di genere a riconoscerne il valore. Altrimenti, come vedremo nei dettagli dopo, si tratta solamente di un atto teatrale, una foto di profilo o un post su Instagram di cui il beneficiario non è la comunità, ma la persona stessa.

Inoltre, ammesso di aver ottenuto l’etichetta – che chiaramente non esiste – dalla comunità di riferimento, non è da concepirsi simile ad un esame, superato il quale si ha la patente di ally. Non funziona così: nonostante la volontà e lo sforzo di capire la lotta, il problema non è il tuo. Un uomo può cercare di empatizzare con il sessismo che le donne subiscono tutti i giorni, ma non lo subiscono direttamente. Quindi la tensione degli alleati nel rimuovere il rischio dell’esaltazione della propria persona è necessariamente costante. E perdente: si andranno sicuramente a commettere degli errori, è normale. Il consiglio che viene dato è quello di non andare sulla difensiva, minimizzando o negando, ma nemmeno scoraggiandosi: nel momento in cui l’errore viene esplicitato come parte di un percorso, questo ci rende alleati migliori. Come dice Zack: “you’re going to have people here who will hold you accountable in a way that is centered around love and not shame“.

Un’ultimo punto fondamentale ampiamente dibattuta negli USA – per l’ennesima volta – è il concetto di privilegio. Immaginate di essere un operaio bianco di Detroit il giorno del crollo dell’industria automobilistica: la tentazione di dire “io non ho nessun privilegio” è fortissima. Tuttavia, privilegio è sempre relativo alla lotta specifica: è possibile essere minoranza oppressa in un contesto, maggioranza indifferente o attivamente discriminatoria in un altro. Ed è anche a causa di questa complessità che diventa cruciale controllare la propria posizione relativa, check your privilege.

Come fare tutto ciò, soprattutto per quegli aspetti che sembrano astratti ai neofiti dell’attivismo?
Seguendo le direttive da qualcuno parte della comunità di cui si vuole essere alleati. Come dice Zack ad un certo punto: “Are you even taking directions from someone?” Even mi ha colpito moltissimo: quante volte pretendiamo di aver capito un fenomeno, un concetto, leggendo un riassunto scritto da qualcuno che con la lotta in questione ha poco a che fare, e raramente ascoltiamo la voce diretta di chi è colpito. Qualsiasi azione deve essere per la comunità, non volta a se stessi. Altrimenti, è performative allyship, attivismo teatrale. E questo richiede un grosso sforzo: quello di informarsi, capire chi rappresenta la comunità e seguirne la linea anche senza comprenderla completamente. Tornando all’intervista, Zack spiega come si è sentito – e lui come tanti – nel momento in cui BLM Lansing non ha inizialmente organizzato manifestazioni di piazza.

Lansing Capitol Building Black Lives Matter
Lansing Capitol Building Black Lives Matter

Cosa non è un alleato

I due comportamenti più dannosi sono quello del performative allyship, l’attivismo teatrale, e un bisogno di informazioni la cui unica conseguenza è quella di ritraumatizzare la minoranza di riferimento.

Immagina di essere una persona afroamericana, la cui famiglia è stata prima schiava per secoli, poi perseguitata (le leggi Jim Crow), poi attivamente segregate (dimostrate, tra gli altri, anche con tecniche di analisi causale in economia). E ora – ancora una volta! – viene ucciso un nero. Nelle proteste, un bianco italiano ha la pretesa di spiegare a qualcuno cosa succede, come ci si sente, facendo l’influencer sui i social media. Alcune di queste cose le ho fatte anch’io, mea culpa, e sono in ottima compagnia, da questa come dall’altra parte dell’oceano.
Un esempio più vicino: è attivismo teatrale se durante lo sciopero dei braccianti condividi sui social qualcosa che sia a tuo beneficio, che migliori la tua immagine, anche se magari fino a quel momento non ti sei occupato del problema. Si tratta quindi non di un’azione a favore della comunità, ma personal branding.
Esistono diversi articoli che spiegano nel dettaglio come identificarlo (sui social)ad esempio su questo blog vengono elencate quattro elementi di allerta:

  1. Post semplice, con immagine/testo/hashtag, a seconda del proprio stile di personal branding. Rifiutando quindi la complessità o dicendo qualcosa di nuovo;
  2. Espressione di un sentimento di rabbia contro l’ingiustizia, presentata come appena scoperta, come se – sia gli afroamericani sia i braccianti – non fossero in condizioni di oppressione da anni, decenni, secoli.
    “systemic racism doesn’t care about your hashtags and your outrage. People have been hashtagging #blacklivesmatter for eight years, and young black men are being killed in the street for jogging”;
  3. Rifiuto di ammettere il proprio coinvolgimento, attivo o passivo, nel perpetuare lo status quo. Puntando il dito contro il poliziotto o il politico di destra (cattivi), diversi da chi scrive il post (buono);
  4. Il post viene accompagnato con un’ondata di reazioni di ammirazione che alimentano il personal branding.

Come emerge nell’intervista, il processo di educazione alla storia della discriminazione non deve essere sulle spalle di chi la subisce. Educate yourself, senza dover chiedere alla minoranza oppressa di ripercorre momenti  traumatizzanti così che il potenziale alleato possa informarsi. E poi, forse, agire. E se agisce, probabilmente senza seguire nessuna indicazione. Un prezzo troppo alto.

“If you’re not a person of color and you’re asking a person of color: what can I do? what can I do? They might not be prepared to have an answer for you because you’re asking the wrong person. Ask yourself: what can I do, what can I do? What I am doing in my everyday life that makes the situation better?”

[video completo qui, frase dal minuto 9]

Riassumendo: gli alleati servono, quindi è importante, come dice Zack nell’intervista completa, cercare di ridurre le barriere di accesso per chiunque voglia essere un’alleata. Tuttavia, è importante riconoscere che il rischio di fare attivismo teatrante è una lama che oscilla costantemente sopra la coerenza dei potenziali alleati. Quindi, il primo passo è informarsi senza mettere il peso dell’informazione sulle spalle di chi già porta il giogo dell’oppressione.  Seguire la guida della comunità stessa, tramite il minor numero possibile di filtri intermedi (il cui obiettivo, se non quello del profitto economico, è solitamente quello personale, di attivismo teatrante).

Domanda finale la cui risposta mi arriva nel dialogo con Zack: come si porta una persona dall’indifferenza all’essere un’alleata, senza scoraggiarla ma al tempo stesso non nascondendone i limiti e gli errori?

Parte della risposta si trova nella versione ridotta dell’intervista, disponibile anche sulla pagina Facebook di TBU:

Giacomo Romanini

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