Hytte, la “Baitamanìa” dei norvegesi

Quando il governo norvegese ha introdotto misure di lockdown per colpa del coronavirus lo scorso 12 marzo, decine di migliaia di norvegesi sono fuggiti dalle città verso le loro case vacanza in montagna. Quattro giorni dopo, il primo ministro Erna Solberg ha parlato al popolo in TV, chiedendo a tutti di tornare a casa. Nei piccoli villaggi si temeva che sarebbero arrivati oltre dieci mila visitatori. I sindaci di questi comuni, che di solito guadagnano molti soldi grazie al turismo, hanno chiesto a tutti di tornare a casa. Ma le chiamate apparentemente hanno avuto poco effetto.

Premio minstro Erna Solberg chiede ai norvegesi di lasciare la hytte
Primo ministro Erna Solberg chiede ai norvegesi di lasciare la hytte

Molte persone sono rimaste in montagna, e il governo è stato costretto a emanare una legge temporanea. Nel giro di 48 ore, e con ampio sostegno da tutti partiti politici, è stato reso illegale passare la notte fuori dal proprio comune di residenza. La violazione sarebbe stata punita con una multa salata di 1500 euro, oppure dieci giorni di carcere.  Il primo ministro poi ha dichiarato di essere pronta a schierare la Protezione civile, per costringere le persone ad uscire dalle loro case e tornare in città. Nelle settimane seguenti, proprio questo divieto di permanenza è diventato il talking point principale sulla radio, in TV, nei giornali e sui social media. Alcuni dei proprietari delle case vacanze hanno perfino dichiarato di essere pronti a vendere la casa e non tornarci mai più, minacciando i sindaci – che gli avevano chiuso le porte – con una sorta di embargo economico. Nel frattempo, su Facebook, tante persone sputavano merda sugli “egoisti” che si rifiutavano di tornare a casa. Io stesso avevo appena pubblicato un libro sulla strettissima relazione, o fissazione se vuoi, che noi norvegesi abbiamo con le case vacanza.

Copertura del mio libro

In italiano, il titolo potrebbe essere tradotto con il termine “Baitamania ovvero Alla ricerca della felicità norvegese”. All’improvviso mi sono trovato al centro di questo dibattito. Cosa ci ha fatto scappare verso la montagna in mezzo a questa crisi? E cosa crea questo legame fortissimo tra il norvegese medio e la sua casa vacanza?

Museo della famiglia

In norvegese abbiamo una parola specifica per questo tipo di casa: si chiama una “hytte”. La parola deriva dal tedesco e significa “una piccola casa di legno”. È difficile trovare un termine italiano che copra questo concetto, ma potrebbe essere spiegata come un misto fra uno chalet e una baita.

La hytte dei miei nonni è nella nostra famiglia dal 1942
La hytte dei miei nonni appartiene alla nostra famiglia dal 1942

Oggi in Norvegia ci sono quasi 500.000 di queste “hytter” (plurale), il che significa che ce n’è una ogni dieci norvegesi: i proprietari vi trascorrono oltre 50 giorni all’anno.
Ma queste case rappresentano molto più di una casa dove si passano le vacanze.
Per noi, la hytte è quasi come una chiesa – un luogo con rituali fissi e antiche reliquie. Spazziamo la neve, facciamo i nostri bisogni fuori – anche con 20 gradi sottozero – in una piccola struttura che si chiama “utedass”, ci riscaldiamo davanti al camino, poi giochiamo a quiz e scriviamo chi ha vinto nell’albo d’oro, che si trova nel libro dei visitatori. Quel libro va indietro per generazioni, e col tempo diventa più un diario della famiglia che un libro per visitatori. Lì dentro puoi anche leggere delle lacrime di gioia del tuo bisnonno quando finì la guerra nel 1945. Mentre la padella di ferro appesa sul muro in cucina, che tua bisnonna ha acquistato lo stesso anno, viene ancora utilizzata per preparare piatti speciali che vengono mangiati solo nella hytte.

Noi norvegesi siamo letteralmente campioni d’Europa quando si tratta di rinnovare le nostre case: ogni anno spendiamo 8 miliardi di euro per sostituire le piastrelle nel bagno e acquistare nuovi ripiani in cucina – ma nella hytte facciamo il contrario. Lì, il tempo si è fermato. Lì, tutto deve rimanere com’è sempre stato. Con il tempo, diventa quindi una specie di museo di famiglia. Un luogo sacro dove possiamo confermare il nostro posto nella storia della famiglia.

Io, mio fratello ed i nostro nonni fuori dalla hytte negli primi anni 90
Io, mio fratello e i nostri nonni fuori dalla hytte negli primi anni 90

Il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Baumann (1925–2017) può aiutarci a capire meglio questa tradizione. Baumann è considerato uno dei principali intellettuali del nostro tempo nelle teorie della postmodernità, globalizzazione e cultura del consumo. Per gran parte della sua carriera accademica ha scritto di come i profondi schemi di dipendenza che abbiamo da tempo avuto come punti di riferimento nel mondo occidentale si stanno dissolvendo. Lui vede una forma di modernità in cui tutto scorre, sottolineando che ciò che definisce il nostro tempo è la temporalità e una tendenza verso il cambiamento costante.

E la hytte di noi norvegesi, il nostro museo di famiglia, può essere intesa come un rifugio da tutto questo. La baita di un norvegese è un luogo sicuro, dove il tempo si è fermato e dove niente cambia mai. Lì ci si nasconde da quel vento di cambiamento che tira sempre più forte, che fa sì che eventi che accadono dall’altra parte del globo abbiano un impatto locale. E questo è stato uno dei motivi per cui tanti norvegesi si sono recati nella hytte a metà marzo, e si sono rifiutati di tornare a casa, anche se il primo ministro aveva spiegato che era una questione quasi di sicurezza nazionale.

Canestro basket Norvegia neve
Mio padre si addormenta sempre al sole a Pasqua

Natura

L’ultima volta che la sicurezza della nostra nazione e la hytte sono state menzionate insieme, è stata durante la crisi dei missili di Cuba, nel 1962. All’epoca il primo ministro norvegese era Einar Gerhardsen. Lui amava la vita in montagna, e mentre il mondo stava per crollare si trovava lì, nella sua hytte, senza telefono. Il Ministero degli Esteri ha dovuto mandare un elicottero da Oslo per avvisarlo della situazione critica che si svolgeva dall’altra parte dell’oceano. Lassù in montagna, immerso nei colori dell’autunno, Einar si godeva la vita e respirava l’aria fresca, non sapendo che il mondo era sull’orlo di una guerra nucleare. Lo stesso Gerhardsen spesso parlava sulla cultura della hytte, ed era convinto che la vita in montagna, e al mare, fosse importante per la salute pubblica, e soprattutto per la salute mentale. “Il maggior numero possibile di persone dovrebbe avere una hytte“, diceva, perché secondo lui era fondamentale per l’uomo moderno avere la possibilità di concedersi una pausa dal trambusto della città.

Einar Gerhardsen davanti al camino nella hytte
Einar Gerhardsen davanti al camino nella sua hytte

La hytte è in gran parte un punto di partenza per esperienze nella natura qui in Norvegia. Se i norvegesi soffrono di “baitamania”, è perché amano trascorrere del tempo nella natura. Che si tratti di una lunga sciata in montagna o di escursioni al mare o nei boschi, la vita all’aria aperta è stata a lungo una fissazione nazionale da noi. Se vieni a vivere in Norvegia, il primo proverbio che imparerai è “ut på tur, aldri sur“, che in italiano diventerebbe qualcosa come “Zaino in spalla, andiamo in gita! Ci sorride già la vita”. E le ricerche accademiche hanno dimostrato ciò che il norvegese medio ha sempre saputo: l’immersione nella natura ha un effetto molto positivo sugli esseri umani. Un gruppo di ricercatori giapponesi, in uno studio del 2010, ha osservato che il livello di cortisolo, l’ormone dello stress, è diminuito del 13% nelle persone che soggiornavano nella foresta, rispetto a quelli che camminavano in giro per la città.

Gita sciistica in montagna Norvegia
Gita sciistica in montagna

50 persone e 50 metri quadri

Quando il lockdown è stato introdotto a marzo, molte persone l’hanno vissuta come un’opportunità tanto attesa per una fuga nella natura. Le esperienze della natura nel lodge hanno attirato i norvegesi con l’opportunità di sfuggire alla vita di tutti i giorni, che consisteva in aggiornamenti, ora per ora, sulle morti e sul pericolo di infezione.

Il divieto di dormire fuori dal proprio comune ora è stato revocato, e quest’estate sarà il resto dell’Europa che di fatto sarà chiuso ai norvegesi in vacanza. Ciò significa che oltre la metà dell’intera popolazione della Norvegia raggiungerà la propria hytte. E questo può essere un problema. La maggior parte delle hytter tende ad avere più proprietari, e spesso sono state di proprietà della famiglia da generazioni. Venderla sarebbe come vendere una parte importante della storia della tua vita. E quindi si creano situazioni, come nel caso di un mio amico, dove 50 parenti condividono una hytte di 50 metri quadri che appartiene alla famiglia dal 1920. Quest’estate, una “vacanza” dal genere può farci sognare le giornate di silenzio che abbiamo vissuto con il lockdown a marzo.

Magnus Helgerud, scrittore, storico e giornalista

Magnus Helgerud, scrittore, storico e giornalista
L’autore

[Foto di copertina: acquerello della hytte della famiglia Helgerud]

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