flaming lips

La filosofia dei Flaming Lips ci aiuta a gioire nel dolore

Non c’è bisogno che spieghi perché di questi tempi siamo costretti non soltanto a fare i conti con il lascito di una crisi sanitaria ed economica senza precedenti negli ultimi decenni, ma anche a fronteggiare le ricadute più soggettive che questa situazione ci presenta. Non c’è categoria sociologica al riparo dalla possibilità di contagio, almeno a priori, non c’è situazione di vita quotidiana e sociale che potenzialmente non ci esponga al rischio, non c’è – almeno fino ad oggi – un farmaco efficace a disposizione.

In questi mesi, ci siamo ritrovati quindi ad essere esposti, tutti quanti, alla possibilità di ammalarci, anche gravemente, a dispetto di età e patologie pregresse. Così ci siamo riscoperti, nel Nord del mondo, e nelle regioni più ricche d’Italia, capaci di morire. E costretti a veder morire vicino a noi. Qualcosa a cui non necessariamente eravamo abituati, di sicuro non in queste proporzioni e con queste modalità.

Questa situazione estrema, anche quando non è arrivata a toccare personalmente noi o la nostra cerchia di contatti più ristretta, ci ha portato e ci porta a guardarci dentro. D’altronde, le restrizioni alle possibilità di movimento messe in atto in questi mesi sollecitano, nel male e nel bene, gli ingranaggi della mente. Contro la happycracy che ci vuole sempre energici, sempre allegri e sempre col bicchiere mezzo pieno in mano, bisogna trovare un diritto sociale all’insofferenza, allo sbrocco, allo star male. Se chi è molto fragile psicologicamente dai balconi ci si è buttato, più che esibirci in performance canore, noi tutti abbiamo dovuto rincorrere strategie per conservare la salute mentale sufficiente a sopravvivere alla quarantena, dopo la trentesima esecuzione dell’Inno di Mameli alla finestra o l’ennesima foto-sfida su Instagram. Abbiamo avuto e continuiamo ad avere, al di là delle distrazioni superficiali, fame di senso. Vogliamo poter rivendicare il nostro stare male e trovare una dialettica atta a superare questo stato negativo per non incagliarsi nelle secche del nero doomerismo.

Per questo bisogno esiste, da più di due migliaia di anni, una disciplina che non fa altro che cercare di capire che cosa c’è intorno a noi, che cos’è quello che c’è, e, infine, come dobbiamo comportarci a riguardo. Che la filosofia potesse essere utile alla risoluzione di alcuni problemi se ne sono accorti in diversi, tant’è vero che diversi contributi di pensatori, di professione e non, hanno occupato il dibattito culturale italiano, ed è perfino stata organizzata una ricca maratona filosofica per non specialisti. Certo: la filosofia è più o meno da sempre praticata in scuole e accademie, ma il suo perché più profondo nasce dalla vita quotidiana e nella lettura di molti grandi filosofi si trova conferma di questo – anche se la letteratura specialistica risulta incomprensibile a molti, né più né meno che in ogni altro campo, verrebbe da aggiungere. La filosofia non è pensare a ciò a cui le persone comuni normalmente non pensano; al contrario si tratta precisamente di pensare i pensieri più comuni ma senza distrarsi. Forte di questa bella espressione di Stanley Cavell, sostengo che non ci sia niente di più utile che pensare l’ordinario, proprio ora che lo straordinario è diventato quotidiano.

Questo tipo di pensiero lo riscontro anche nell’anima di una band storica della psichedelia rock degli ultimi trent’anni. I Flaming Lips hanno conquistato una fetta di pubblico piuttosto grande grazie a un album uscito nel 1999, The Soft Bulletin, che oltre a segnare una svolta nelle sonorità e nel songwriting di Wayne Coyne, Steven Drodz e Michael Ivins, presentava un’omogeneità di fondo rispetto ai temi affrontati nell’LP. Quelli più semplici e, quindi, quelli più difficili: la gioia, la morte, il dolore, l’amore. Temi che a dire il vero sono ricorrenti all’interno della vasta produzione lungo quattro decenni, trattati con più o meno ispirazione a seconda degli episodi, e che sono anche al centro della retorica che i Lips portano sul palco. Tutti sanno che un loro concerto viene pensato e vissuto come una grande festa: coriandoli e palloncini sparati sul pubblico, unicorni da cavalcare, Coyne che cammina come un criceto sulle teste degli astanti dentro una grande bolla di plastica, figuranti che ballano ai lati del palco indossando costumi usciti da un cartone animato. Pura gioia, sembrerebbe.

E invece l’importanza della dialettica tra le due facce della Luna è ben chiara a questa band. Un retaggio post-freak si potrebbe chiamare, quello che mette al centro la preminenza suprema dell’amore come fonte di vita originale e necessaria al mantenimento dell’ordinario svolgersi delle cose; ma che a differenza dei padri del ’68 sa bene che questa situazione desiderabile si ottiene convivendo con tutto quello che la nega: l’incomprensione, l’illusione, i dilemmi etici che sono molto meno semplici di quello che sembrano, gli accidenti (e gli incidenti) che fanno parte della vita, che per poco non hanno rischiato di cambiarcela per sempre.

Ma i brani in cui i nativi di Oklahoma City danno il meglio, filosoficamente parlando, sono tre in particolare. Il primo è quello che apre The Soft Bulletin, che meglio di qualsiasi altro rende l’idea del nuovo mood festaiolo e consapevole dei Lips post-1999. Race for the Prize (Sacrifice of the New Scientists) inizia – oltre che con un tema memorabile da orchestra di plastica – proprio come una fiaba: Due scienziati stanno gareggiando / in corsa per il bene dell’umanità. Questo bizzarro pathos non scema poco dopo quando apprendiamo del pericolo e della determinazione dei due personaggi (forse in competizione, forse in collaborazione) fino all’hook che riporta al tema iniziale, in cui si dice che spetta a loro la vittoria / e questo li ucciderà / ma sono solo esseri umani / con mogli e figli. L’epica, seppur stramba, costruita fino a quel momento da Coyne viene così riportata a una sorta di “tengo famiglia” che ci invita a riflettere sul fatto che non nel mondo delle fiabe, ma proprio nel nostro, anche chi lavora per determinare i destini dell’universo a fine giornata è una persona tale e quale a noi, con umanissime passioni e problemi (per capirci, la versione esteticamente abominevole di questa medesima idea è S*lvini che si mostra mentre mangia i tortellini al ragù). Ma è proprio questa improvvisa de-epicizzazione che conferisce la vicinanza e l’universalità del messaggio lipsiano, in cui metaforicamente parlando sotto al microscopio combattono due speranze, quella cioè di vincere, trovando la cura e con essa la propria morte e la perdita delle proprie famiglie, e, d’altra parte, il sottaciuto desiderio di perdere e però restare attaccati agli affetti dell’oikos.

Difficilmente ci saremmo immaginati uno scenario reale in cui questa strana fiaba sarebbe mai potuta risultare verosimile. E invece, leggendo il tributo in vite umane che stanno pagando medici (a partire da Li Wenliang), infermieri e addetti alla protezione civile, l’idea di due scienziati che si sacrificano per “vincere” una cura per il genere umano tutto non sembra più il sogno di un artista psichedelico.

Il secondo proviene dal recente album Oczy Mlody, e, come altri brani della band, fa riferimento a un lutto realmente accaduto. L’allegoria di The Castle è molto semplice e persino troppo ovvia, tant’è vero che il riferimento favolesco diventa esplicito (Il suo viso era una favola / dove c’è una mela avvelenata). Un caso di suicidio dovuto alla depressione (la guerra invisibile) diventa un castello assediato da una strana tempesta che distrugge irreparabilmente l’ecosistema fantastico che lo popolava. Quando la presenta dal vivo, Coyne esplicita ancor di più il tipo di atmosfera che vuole creare tra l’esecuzione del brano e il mood reciprocamente influenzato tra musicisti sul palco e pubblico che ancora gioca con i palloncini colorati: lasciate tutta la tristezza a noi, che conoscevamo quella persona e non possiamo fare a meno di ripensare alla sua sofferenza, e voi invece godetevi il brano, sorridete. Un patto spesso lasciato non detto, in altri palchi.

Ma uno dei brani più noti dei Lips, tratto dal primo album del post Soft Bulletin, cioè Yoshimi Battles the Pinks Robots (2001), è quello che davvero più di altri tratta l’ordinario nella sua portata senza tempo, discutendo prima di fatti e poi traendone un’etica prète-à-penser, ma nondimeno potente.

Do you realize?? – col doppio punto interrogativo, segno distintivo della tipica educata stralunatezza nei titoli coyniani – ovvero: “ti rendi conto?” è già di per sé un invito all’atto più filosofico che esista, il raggiungimento della consapevolezza. La ricerca e, poi, l’ottenimento della conoscenza porta con sé il riconoscimento di quello con cui ci troviamo ad avere a che fare, come si diceva prima. Dallo stesso album, It’s Summertime è un invito esplicito (anche stavolta legato a circostanze reali) a non nascondere o soffocare la tristezza che deriva dal lutto, bensì a prenderne atto, accettarlo e andare avanti. Questa linea di pensiero viene esposta all’ennesima potenza in DYR?? che alla pari di Race for the Prize è da subito immerso in questo tono – del tutto tipico dei Lips di quel periodo – commisto tra l’epico e il fumettistico.

Ti rendi conto che stiamo galleggiando nello spazio? Questa, innanzitutto, è una citazione indiretta non soltanto del capolavoro degli Spiritualized di Jason Pierce Ladies and Gentlemen We are Floating in Space, uscito nel 1997, ma anche de Il mondo di Sofia, un romanzo filosofico divulgativo di Jostein Gaarder del 1991. Il passo citato è il seguente:

Only philosophers embark on this perilous expedition to the outermost reaches of language and existence. Some of them fall off, but others cling on desperately and yell at the people nestling deep in the snug softness, stuffing themselves with delicious food and drink. ‘Ladies and Gentlemen,’ they yell, ‘we are floating in space!’ But none of the people down there care.

Coyne in questo caso impersona letteralmente il filosofo e incarna la missione che fu, tanto per fare un nome, dello stesso Socrate: quella di presentarsi alle persone della strada e portarli a rendersi conto che quello che sanno sulla propria vita è spesso erroneo e che basta un minimo di attenzione (basterebbe non distrarsi, avrebbe detto Cavell) per prendere consapevolezza di molto altro. E dalla contemplazione degli astri Coyne anaforicamente estende l’applicazione della domanda pseudo-socratica a una serie di campi uniti dall’essere controintuitivi. D’altronde, senza un pensiero non superficiale, chi avrebbe mai potuto pensare che il Sole non si abbassa veramente ma è un’illusione causata dalla Terra che gira su se stessa? E a chi non è mai capitato di dover spiegare a un bambino che, nonostante le sue poche esperienze gli dicano il contrario, di felicità si può piangere? L’intuito – i filosofi lo sanno – a volte ci trae in inganno. Ma allora, percorsi tutti questi scalini, raggiungiamo il gradino finale insieme a Coyne: ci rendiamo conto che tutte le persone che conosciamo, un giorno, moriranno?

Lo stesso Platone fece dire a Socrate che vivere non è altro che imparare a morire e l’esito dell’esistenza di ciascuno di noi è scritto dal momento della nascita- a qualsiasi momento i bioeticisti lo collochino durante la gestazione. D’altronde persino Gesù Cristo alla fine è morto, e per ben due volte!
A questo punto, aperti improvvisamente gli occhi sulla cosa più ovvia che tutti sappiamo ma che, almeno nella (ex?) società dell’abbondanza, siamo incoraggiati a nascondere, che diamine dobbiamo fare? La risposta è pronta per i Lips: reagire congedandosi da tutti quanti (sayin’ all of your goodbyes) sarebbe assurdo, una fila ordinata di baci e abbracci da pièce dolcemente tragica di De Filippo. No, le conseguenze devono darsi nel quotidiano interpersonale: fa’ sapere agli altri che ti rendi conto che la vita scorre veloce e che è difficile far durare a lungo le belle cose.

Chi dice che la filosofia è un esercizio fine a se stesso, praticato in torri d’avorio avulse non soltanto dai grandi movimenti della storia ma anche, e forse con più colpa, dai problemi esistenziali che ci affliggono, non sempre erra. E, al contrario, le filosofie troppo spicciole piuttosto che inedibili, a quella nostra fame di senso risultano invece indigeste e rudemente prescrittive.
A volte, invece, può bastare l’arte, anche un’arte pop e caciarona come quella dei Flaming Lips, per afferrare quei pensieri che così lontani e sfuggenti ci sembrano, capire che non c’è una verità nascosta, esoterica o per iniziati che risolva le contraddizioni. La salvezza non è lassù, e penso non esista neppure qualcosa del genere. Al contrario, per farci forza anche quando tutto sembra crollare e là fuori vige un barbaro homo homini virus di pezzaliani ragionieri in doppiopetto pieni di stress, basta non distarsi, ragionare su quello che già abbiamo per le mani, e amare l’insensatezza di certi aspetti dell’essere umani.

Filippo Batisti
@disorderlinesss

Fonte immagine di copertina: rockol.it

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