Quarantena e salute mentale: gli effetti psicologici della pandemia

Tre mesi di chiusura quasi totale nelle nostre case, comode o arrangiate che siano: tanto è passato dal primo momento in cui abbiamo scoperto di dover fare i conti con il nuovo virus. Tre mesi riassumibili con una lunga lista di avvisi, regole, certificazioni, eccezioni, possibili aperture e nuove attese, nuove abitudini. Dopo questi tre mesi, quello che avverrà domani fatichiamo ancora a prevederlo, cosa è avvenuto nella mente di ognuno, quali pensieri si sono succeduti, è probabilmente ancora presto per capirlo a fondo.

La quarantena imposta per arginare la pandemia ha messo a dura prova l’equilibrio sanitario, economico e sociale dei Paesi più colpiti, così come ha influito non poco su quello mentale e psicologico individuale. Le cause e gli effetti sulla persona più profondi e meno evidenti della quarantena sono qui tra noi per rimanere a lungo.

C’è ancora cautela rispetto agli effetti visibili di questa situazione sulla salute mentale degli italiani e non solo: ancora troppo ristretti i tempi per uno studio dettagliato, troppo delicate le questioni personali dietro ogni disagio, difficilmente generalizzabili e tutte da rispettare. Certo è che l’impatto psicologico di un lockdown così duraturo, di cui mai in questo secolo se n’era avuta esperienza, è un fattore da prendere seriamente in considerazione, per prepararci con le dovute precauzioni ad evitare l’urto.

Crisi sanitaria: gli effetti sulla mente

Numerose vite sono state toccate direttamente dal dramma che avanzava sull’Europa e sul mondo sotto l’egida del virus, altrettante hanno fatto – e fanno, tuttora – i conti con la nuova normalità d’isolamento: reazioni di rabbia, panico e agitazione si sono alternate a sensazioni di confusione, perdimento d’animo, stress, ansia e depressione. L’azione della rete di psicologi a livello nazionale e locale, come di quella del ministero della Salute, è stata pronta, grazie alla messa a disposizione di una moltitudine di linee rosse e numeri verdi per il mutuo soccorso e l’assistenza psicologica, ma la sensazione che permane è quella che tutto il sistema sanitario nazionale, settore di salute mentale incluso, sia stato colto impreparato – come ha mostrato la BBC grazie alle testimonianze dei volontari della Croce Rossa Italiana.

“Quando torneremo a uscire, la crisi sanitaria si sposterà negli studi di chi si occupa della mente. Per questo bisogna potenziare già ora i servizi di cura”, ha scritto la psicanalista Costanza Jesurum sull’Espresso. La necessità di rimanere chiusi in casa, continua la terapeuta, ha colpito le risorse di ognuno per affrontare disturbi e problematiche, che così hanno avuto l’occasione di aggravarsi. In più, le nuove modalità di gestione dello spazio fisico e interpersonale possono esser gestite faticosamente soprattutto da chi non è abituato a convivere con traumi psicologici, e possono così far emergere disagi ad oggi soltanto latenti, o lo potranno nei prossimi mesi. Ad affrontare la nuova casistica sarà un sistema sanitario provato dai continui tagli di risorse: alla pronta risposta delle domande di intervento psichiatrico, che usualmente è prevista nelle ASL, non segue spesso una completa copertura dei bisogni di psicoterapia, di più complessa logistica e gestione, che ricadono quasi esclusivamente nell’ambito privato.

Il racconto di chi lavora sul campo

Abbiamo parlato con alcuni operatori psicologici, in prima linea su diversi livelli in questi tre mesi, per capire come hanno vissuto la situazione che continua ad evolversi, quali osservazioni hanno potuto cogliere sui pazienti o tramite le richieste di aiuto.

“Sono una psicologa che si è affacciata da poco alla libera professione, associata a un centro di psicologia, psicoterapia e pedagogia”, ci dice Federica Messina, che opera a Firenze. «Sia il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi che l’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno disciplinato azioni di supporto del benessere psicologico e psicosociale per aiutare la popolazione ad affrontare lo stress generato da questa crisi. Per riuscire a prevenire e fronteggiare adeguatamente le difficoltà nella Fase 1, ma forse ancor di più nella Fase 2, risulta quindi indispensabile il supporto degli psicologi.» Ma il ruolo degli psicologi ha dovuto subire importanti cambiamenti, ammette: «Sicuramente il passaggio da un setting fisico, ambulatoriale e concreto, a uno online, a distanza, che il paziente, così come il professionista, non ha potuto sperimentare e (ri)vivere.» Uno spazio fisico diverso che ha spinto però a porsi nuove domande: «La relazione professionale è stata rimodulata. La prestazione virtuale non può essere uguale a quella reale, è un dato di fatto. Per certi versi, il cambio del setting potrebbe aver dato spunti nuovi e forse positivi, in quanto ha permesso una nuova condivisione, una finestra reciproca sulla quotidianità del paziente e dello psicologo, ha permesso di “entrare l’uno in casa dell’altro”.»

Una collettività che si è così scoperta traumatizzata: «È stato registrato un acuirsi di stati depressivi, di stati ansiosi, difficoltà legate al sonno, aumento dei livelli di stress, disturbi legati alla sfera alimentare; sono emerse inoltre condizioni di disagio legate all’assenza di interazione sociale, all’abuso di alcool e del digitale. Per la gran parte, condizioni che si sono presentate durante il periodo di emergenza, o che in molti casi si sono acutizzate. Dal punto di vista psicopatologico, si sono ridotte le emergenze per situazioni psicotiche in Fase 1, e nelle situazioni nevrotiche, si sono accese, maggiormente, le inquietudini e le preoccupazioni. Molte persone hanno riferito di aver vissuto un altalenarsi di stati emotivi differenti: paura, ansia, incertezza, angoscia, rabbia, tristezza, ma anche speranza.»

Mosca, 4 maggio 2020, un uomo durante il lockdown in Russia – Kirill Kudrayavtsev (AFP/GettyImages via Today)

Roberto Zucchini, invece, svolge attività privata come psicoterapeuta a Roma, da quasi dieci anni fa parte dell’equipe terapeutica della comunità psichiatrica Agorà Salus, situata in provincia di Latina, dove lavora coi colleghi Cinzia Fazio, psichiatra psicoterapeuta, Marco Olivelli e Alessia Vernarelli, psicologi psicoterapeuti.  Ci ha raccontato in particolare di questa esperienza: «La reazione iniziale che ho potuto osservare è stata la paura. Gradualmente le persone hanno preso coscienza di quanto stava accadendo». Agorà Salus, di cui fa parte, prova a curare la malattia mentale facendo riferimento alla “Teoria della Nascita” dello psichiatra Massimo Fagioli, per la quale la malattia mentale non è  organica, del cervello, bensì una malattia che riguarda il pensiero e gli affetti. Il disagio psicologico originerebbe dunque da rapporti affettivi carenti nell’età neonatale, ai quali la persona che cresce reagisce con la pulsione di annullamento, la perdita di speranza, accontentandosi della ricerca di affetti minimi, freddi, per non incorrere in continue delusioni, per far sparire la sua condizione di angoscia. Ben si comprende in questo quadro di pensiero, quanto potesse incidere il periodo di azzeramento di relazioni sociali durante la quarantena per i ragazzi della comunità osservata da Roberto: «È stato però sorprendente: alla notizia di dover restare chiusi nella struttura, non solo i pazienti l’hanno accettata come una misura di protezione della salute, dimostrandosi capaci di un buon rapporto con la realtà, ma hanno reagito in modo creativo. Hanno aumentato i momenti di condivisione, le partitelle a pallavolo, i giochi di società, i pranzi in giardino gestiti in autonomia, ritrovando una forte coesione di gruppo. Stando sempre chiusi in comunità sono stati costretti ad affrontare il rapporto tra di loro, senza poter scappare». Una reazione che si può credere forse paradossale, sinceramente impensabile se non inserita in un percorso psicoterapeutico ben definito e gestito. «Ci siamo isolati per proteggerci e proteggere gli amici, i parenti, ma anche gli sconosciuti. È stata un’azione condivisa mossa da un affetto nei confronti dell’umanità, della collettività, quindi, nel suo contenuto più profondo, totalmente opposta alla dinamica dell’annullamento. Ritengo che questa differenza sia fondamentale per comprendere bene questo momento, continuare ad affrontarlo e poterlo gradualmente superare definitivamente».

Il paradosso, invece, Roberto e Agora Salus lo sperimentano al momento della gestione delle risorse, per un più accessibile accesso alla loro attività di chi, talvolta, non dispone di aiuti o entrate sufficienti per usufruire di un servizio adeguato di psicoterapia: «Nel nostro caso specifico, di una struttura residenziale socioriabilitativa privata, convenzionata col SSN, posso dirti che ci troviamo in una situazione paradossale. Da giugno 2017 la retta che la nostra struttura dovrebbe percepire per ogni paziente è diventata per il 40% a carico della Regione e per il 60% a carico del paziente che, fornendo un modello ISEE e altri documenti al comune, poteva usufruire di un contributo parziale o totale. È stato fatto un ricorso affinché venisse riconosciuto che il nostro lavoro è di tipo sanitario e perciò deve essere sostenuto economicamente dalla Regione che si occupa di sanità e non dal comune, o peggio ancora dal paziente stesso. Poi questo ricorso è stato vinto e quindi la retta attualmente sarebbe di nuovo interamente a carico della Regione Lazio, ma quest’ultima non ha ancora stanziato il budget e perciò continuiamo a non ricevere i giusti fondi». La gestione del proprio disagio psicologico continua così a ricadere nell’ambito emotivo, personale ed economico del privato cittadino, che dunque si trova ad iniziare una terapia dentro di sé ben prima dell’incontro con l’operatore, ma nello stesso momento in cui supera le prime difficoltà per accedervi: come la ricerca di un servizio adeguato, la raccolta dei fondi necessari e, non ultimo, il superamento di uno stigma sociale ancora presente e pressante sul giudizio di sé. «Penso che dobbiamo per prima cosa tutti renderci conto di aver superato la fase uno, perché è stato un grosso sforzo nel quale abbiamo dimostrato una validità civile che si fonda su una validità umana. Penso che anche chi segua una psicoterapia, per motivi che magari non lo fanno sentire pienamente realizzato e soddisfatto della propria realtà, debba partire da qui, dal fatto di aver saputo affrontare senza individualità ed egoismi un momento storico assai complicato. Penso sia il caso di valorizzare questo atteggiamento di interesse nei confronti degli altri esseri umani, per ritrovare fiducia negli altri e in sé stessi, nelle proprie qualità umane. Penso possa essere una buona base per affrontare la fase due, nella quale potrebbe verificarsi la difficoltà a riprendere una vita “normale” per tutta una serie di problematiche per le quali ci vorrà ancora tempo, personalmente, per comprenderle bene e poterne parlare».

Tra chi, come molti, ancora soffre delle limitazioni fisiche del lockdown, c’è chi è obbligato da tempo dentro uno spazio definito: è il caso dei detenuti in carcere, protagonisti in questi mesi di dure rivolte in alcuni penitenziari italiani, in seguito alla notizia delle ulteriori privazioni a cui l’ordinamento legale li sottoponeva per coronavirus. Abbiamo parlato con Filippo Nassi, psicologo che lavora come esperto in osservazione scientifica sulla personalità in una casa circondariale a Perugia, in équipe con gli educatori, i funzionari giuridico-pedagogici. «Forse è strano a dirsi, ma ho percepito, almeno nelle fasi iniziali dell’emergenza, un grandissimo senso di partecipazione da parte dei detenuti e un grande preoccupazione per le sorti delle persone “fuori”. Minori sono state, invece, le preoccupazioni -pur presenti e legittime- sulla situazione sanitaria interna», dice Filippo. All’interno del carcere, la vita è scandita da attività lavorative, formazione professionale, scuola e attività sportive e culturali di vario genere, tra queste si annoverano i contatti con l’esterno (con volontari, ministri di culto, operatori e insegnanti). «Dopo il primo forte impatto emotivo, espresso in una fame quasi morbosa di sapere “cosa sta succedendo fuori”, è subentrata una spinta proattiva diffusa, sostenuta dal desiderio di fare qualcosa di utile, come petizioni per chiedere alla direzione di fabbricare mascherine a titolo di volontariato, ad esempio». Tessere nuovamente la rete sociale e relazione è il primo bisogno di chi è recluso, così come in questa occasione il desiderio di partecipazione attiva all’utilità sociale. Un desiderio che si è attenuato nel corso delle settimane: «Devo purtroppo rilevare come questa spinta partecipativa sia andata praticamente sprecata, fino a farle esaurire la sua forza propulsiva contro il muro di gomma della burocrazia. Un senso di angosciante precarietà ha iniziato allora a farsi sempre più pesante e diffuso, sino a suscitare in molte persone un malessere specifico e una profonda diffidenza nei confronti dell’istituzione carceraria».

Il temporaneo allontanamento dei contatti esterni poteva essere la miccia in questo contesto, sebbene in questa situazione non si sono registrate rivolte: «La sospensione dell’attività trattamentale e dei colloqui con i familiari da un giorno a un altro hanno reso i detenuti consapevoli di quanto volatili siano non solo i loro diritti – i primi ad essere sacrificati in questa situazione di emergenza- ma anche e soprattutto i loro legami con l’esterno». Il nervo appare scoperto, dunque: «La discussione sulla situazione delle carceri in questa emergenza sanitaria e sulle possibili misure da adottare il più delle volte non ha minimamente coinvolto i detenuti o le realtà che rappresentano le loro istanze. I detenuti, in poche parole, sono stati oggetto e non soggetto di discussione. Io credo che ciò abbia rimarcato con durezza il confine che separa le persone in stato di reclusione da quelle in libertà, provocando nelle prime una profonda ferita.» E se il carcere rappresenta “lo specchio della nostra società” – come ha spesso ricordato Filippo – l’ultima parola è per il mondo fuori: «Credo che questa epidemia ha inasprito un senso di precarietà che già era presente. I servizi di risposta all’emergenza, penso ai vari numeri verdi attivati dagli ordini regionali degli psicologi, sono sicuramente necessari, ma credo che vi sia il rischio che non si strutturi una risposta ampia e duratura, da parte in primis dei servizi territoriali, in grado di assorbire il nuovo bacino di utenza che sicuramente si creerà. La retorica dell’“andrà tutto bene” o del “ce la faremo tutti insieme” temo rischi di essere in questo senso fuorviante.»

Il futuro di questi giorni

Dopo questi tre mesi, oggi che le riaperture – possibili o avventate – connotano il nostro mondo quotidiano, ci si continua a dividere sui comportamenti da seguire: tra chi più disinvolto riconquista gli spazi sociali e chi, invece, da casa non vorrebbe più uscire, come accolto da una nuova e piacevole routine. Entrambe le prospettive celano un simile disagio, se i primi rimuovono la necessità della reclusione per fini sanitari come un trauma irrisolto, i secondi sviluppano la sindrome della capanna, come dice ad Annalisa Camilli su Internazionale Massimo Di Giannantonio, presidente della Società Italiana di Psichiatria. L’impatto psicosociale si manifesta come una regressione, tipica dei momenti di crisi: senso di disagio, inquietudine e ansia bloccano le persone sulla soglia di casa. Il ritorno alla vita precedente preoccupa, per ragioni ancora sanitarie ed economiche, per il peggioramento della propria situazione lavorativa o l’accrescimento di una diseguaglianza percepita socialmente. Da qui la tentazione di restare chiusi dentro casa, dove la giornata avanza rispettando i propri bisogni primari, le certezze sono elementari e l’aggressività degli altri è limitata. È forse proprio da qui che bisogna ripartire, per non lasciare indietro nessuno.

Davide Ficarola

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